- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura ------- Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali -------------

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sabato, 11 giugno 2005

 
 
 
 
L'INVENZIONE DELLE BRACCIA
 
 
 
 
Come una lingua che batte sulla ferita, c’è una cosa che da un po’ di tempo mi dà noia, salata e brucia, e poi passa subito. Fino al prossimo passaggio di lingua.
C'è questa cosa che sento come un fraintendimento, questo intendere come binomio scontato e possibile il legame stretto tra scienza e uomo.
Io studio quelle che si chiamano scienze umane. Eppure, per me, questa affermazione_ scienze umane _ è una contraddizione. Perché l'uomo non lo reputo scienza.
Certo, la sua parte naturale, formazione calcarea o acida, tanti gradi di ferro, cartilagine e muscoli in movimento, fegato, pancreas, sangue, va bene. Grazie immisurato a quelli che l’hanno studiato e salvato da TBC e carenze vitaminiche.
Ma il resto - oltre i 60-70 chili standard - non lo è. Ed ogni volta che si tenta di ridurlo a questo, ad una equazione, a numeri neanche tanto interi, ecco che si crea una catastrofe spaventosa che il ‘900 ricorda bene e non è che sia proprio finita.
La sensazione devastante che quando mettiamo qualcosa prima di lui, quando mettiamo una teoria da esperimento, qualcosa che si possa provare uguale in ogni momento e in ogni luogo, questa diventa la nostra fine
 
La vita fa paura. Niente di nuovo.
Buttati da queste parti che non conosciamo, il caos come tetto innaturale, pieni di desideri che non realizzeremmo pieni di mostri ad ogni angolo di strada. Certi della nostra morte e che dovremmo distenderci in un posto a farci mangiare dai componenti chimici d’aria e terra, con un vago barlume che forse, chissà dopo, qualcosa dovrebbe pur esserci, c'è senz’altro… forse.
Continua a stupirmi che nonostante la cognizione continuiamo a vivere, alzarci ogni giorno, mangiare, scambiarci fluidi umani ed idee per le quali combattere. Mi fa pensare che siamo molto coraggiosi, noi esseri umani: sappiamo e continuiamo lo stesso come se non sapessimo.
Non siamo né pietre né arbusti che probabilmente pensano in un'altra maniera, meno dolorosa. ( ma poi, chi lo sa).
Quindi niente di strano se elaboriamo complicate teorie per tenere lontano il senso d’annientamento.
Ma proprio perché noi siamo diversi, noi capiamo, non posso mentirmi per scacciare la paura.
Se c'è, devo accettarla come parte di me, inutile scappare. Perché lei, dovunque vada, mi ritrova sempre.
La soluzione a prima vista sarebbe mi ammazzo subito o lascio che mi ammazzi il tempo e come prospettiva è aberrante. Lo so, non c’e scappatoia.
Eppure, nonostante questo, non posso usare una teoria per mettermi al sicuro. Non posso dirmi che la vita è tutta provabile, calcolabile. Preso a, b è dato per scontato. O che esiste il “cittadino medio”, “l'ascoltatore medio”, “l'emigrato”, “le donne”, “l'operaio”, “l'intellettuale”, “gli anziani”. Ogni volta che sento una categoria questo è quello che penso: sono cazzate.
Inventate, costruite, per fare piacere al nostro bisogno di dare senso a ciò che non c'è l'ha ma che nonostante il nostro sforzo, continua a non averlo.
Non posso mentirmi.
Allora perché continuo a studiare scienze della comunicazione? 
Me lo chiedo.
Perché mi piacciono le persone. Tutte, comunque siano. Anche quelle più sgradevoli che ho incontrato. Le amo come esseri differenti da me e che vivono dove vivo io. E che non posso rispettare meno di quanto possa alla fine tentare di rinchiuderle dentro un diagramma a quattro cifre. Le amo perché è con gli altri che posso comunicare e comunicare non è la cosa più facile che conosco.
E se rispetto me, non posso non rispettare loro, mio opposto nello specchio di questo mondo. E se guardo me, inetichettabile, come posso pensare di mettere una etichetta a loro?
Così continuo a studiare scienze della comunicazione e nello steso tempo metto in dubbio ogni cosa che studio. Non è sana, come scelta, né molto comoda, ma mi permette di convivere con me. Sarebbe più terribile il contrario.
 
§
 
 
In questa settimana si parla di referendum e clonazioni e cellule staminali. Di dove parte la vita. Di sperma, semi e ovuli. Di scambi.
Se parlo di vita, non posso far finta di non sapere dove si trova. Mi sta sullo stomaco che un essere cominci appena un ovulo incontra uno spermatozoo. Vorrei una società di solo sperma o soli ovuli, dove poter scopare senza l'incubo di fare bambini ad ogni incontro. Ma non è così. Il mondo dove vivo non è mio e un bambino rimane un bambino appena lo creo. Ed è una persona: come faccio a farne commercio? Che differenza c'è tra quei negri d'America offerti come schiavi che mi facevano orrore quando li leggevo a sei anni nei libri di storia ed io che cerco un ovulo a pagamento per avere un figlio “mio”, scordandomi di quanto altri “figli” al mondo ci sono per me?
Non me ne frega niente di quali sono le posizioni di chiesa, ds, ps, cdl, cs, ppd, ffg, ccb, ackd, gjei, ulivi e margherite, padri, consiglieri, coscienze all’erta o saggi di montagna.
Una vita è vita, se almeno credo di contare qualcosa. Altrimenti mi ammazzo e la faccio finita subito. Problema risolto.
Oppure scelgo di dargli un valore e un valore non è denaro, è qualcosa che trascende me per avere un senso in sé, senza che io decida come. Accettare che talvolta io non conto, io non sono tutto, io non sono l'assoluto ma solo un relativo fondamentale. Il mondo va avanti anche senza di me, ma se io esisto, io faccio una differenza. Forse è questo che ci siamo scordati. A forza di scienza e farci credere che siamo tutto, ci accorgiamo che non siamo niente e cominciamo a odiare la nostra forma, la nostra apparenza. Siano noi stessi il primo nemico che cerchiamo negli altri, il mostro all'angolo della strada.
Non è facile pensare che accettare questa intrinseca debolezza è diventare forti. Rispettare un altra vita, da rispetto alla mia.
Io non sono un calcolo matematico, un anima esiste anche se non la vedo e probabilmente me ne andrò da questo mondo capendo molto meno di quando ci sono arrivata.
Eh. Che passi l’angelo e dica amen.
Ci sono cose che non sono in grado di spigare, che sono misteri per me, insondabili.
Ma non voglio averne paura anche se SO che non le posso spiegare.
È questo che le fa meraviglie infinite. A prima vista sembra difficile da credere. Ci vuole molta, molta pazienza per accorgersene. Ne abbiamo ancora, noi?
Eppure dovremmo farlo, prima o poi: accettare noi stessi imperfetti, brutti dentro e fuori, come siamo, invece di perderci alla ricerca di una perfezione che non esiste e tracimare il resto.
Un po’ più uomini di terra, tozzi e grossi, e un po’ meno creature del cielo, indefinite e sempre più lontane.
 
 

 

Postato da: MenandDreamers a 15:49 | link | commenti
poesia, riflessioni, libri, arte, media, scrittura, referendum,

sabato, 04 giugno 2005

         
 
      Giorno di nascita - giorno di inizio
 
 
 
 
Per cominciare un blog come si deve, mi sento in dovere di chiarire subito una cosa: non sono normale.
Che vuol dire?
Che io vedo cose che gli altri non vedono e non vedo le cose che tutti gli altri vedono. E nel mezzo, c’è la mia completa inadattabilità.
Ergo, esulo da qualunque certezza.
Diversamente da coloro che non hanno altro desiderio che apparire diversi, qualcosa di alternativo, e consumano le loro energie per scappare dal tran tran quotidiano borghese comodissimo ma che sta stretto, fisicamente e anche ideologicamente, io non ho mai cercato che di essere come tutti gli altri, invisibile e mimetizzata: uno dei tanti.
Risultato: non c’è verso. Dopo sforzi titanici che sono ormai francamente fuori delle mie possibilità e dalle mie risorse, mi sono arresa. Ok, non sono normale.
Chi mi conosce bene lo sa già da tempo e si tiene alla larga. Lo consiglio a tutti, in effetti. I mostri sono interessanti nei romanzi; nella vita direi un tantino più deludenti. E poi è nella vita che fanno davvero paura, perché a differenza di un racconto, non ne vedi mai la fine (con la giusta punizione o il bric-a-brac di “il finale te lo lascio un po’ ambiguo, vedrai che ritorna).
Mi sono rassegnata.
D’altra parte, perché la normalità si possa riconoscere, ha bisogno dell’anormalità che la possa definire. Quindi anch’io ho una funzione, dopotutto.
Questo blog nasce per questo.
Perché continuano a chiedermi dove trovarmi (lo so, prima o poi arriverà anche il sito, va bene) e perché questo difficilmente sarà il posto delle cose normali.
Io scrivo. Insegno scrittura. E scrivo. Più dieci altre cose che mi mantengono sana.
In questo momento sto traducendo Owen. Il poeta inglese, intendo. Quello morto nella prima guerra mondiale, una settimana prima dell’armistizio.
Io sto da sempre a metà tra mondo anglosassone e mondo latino e dacché li frequento, non è che siano mai andati molto d’accordo.
“Sono strani, gli inglesi….” dicono.
Forse noi non ci siamo guardati abbastanza.
Ma a chi può importare di uno, inglese, morto nel ’18, romantico, decadente e che scriveva poesie?
Il fatto è che anch’io scrivo poesia.
E la leggo. E la diffondo dove e come posso. Così quando l’ho incontrato (o meglio, rincontrato: quelle sue lettere…) ho visto un altro anormale e ci siamo riconosciuti.
Ho cercato dappertutto in Italia ma l’unica edizione possibile è un Einaudi 1985, fuori catalogo, rigorosamente di “Poesie di guerra”.
Giusto.
Il problema però è che Owen non è un poeta di guerra. E’ un poeta. Punto.
Non sono cinquanta le poesie - quelle che grosso modo circolano di lui - ma 120 tra complete e frammenti - molti, perché non aveva messo in conto di morire: il martirio non gli si addiceva e le morti giovani, vivi veloce e lascia il bel cadavere per i poster postumi e le antologie, non erano ancora arrivate nelle brune di Avalon. (E no, non aveva neanche conosciuto Kurt Cobain e Gus Van Sant) -.
Così pare che le rimanenti settanta non siano normalmente prese in considerazione da tesi ed accademie perché sfuggono a qualunque sua irreggimentazione - questo termine gli sarebbe piaciuto - nel modello predefinito che gli si affibbia per comodità.
Perfetto.
Quindi eccomi qui a disputare rime e pararime (oh, si, grazie, ma l’italiano non è mai stato proprio flessibile…) per rendergli giustizia in metrica ed assonanze.
A chi interessa leggerlo in inglese c’è il text di Oxford , per quanto trascritto dai manoscritti con una sciatteria che ha dell’incredibile: http://www.ota.ahds.ac.uk/
Per l’italiano invece, per quanto ne so, io sono la sua prima traduttrice completa.
E cosa di meglio, per cominciare, che chiamare qui anche lui? Che sia il nume tutelare degli uomini morti e di quelli che sognano.
 
 
 
La parabola del vecchio e del giovane
 
 
E Abramo si alzò, spaccò la legna, e andò,
E prese il fuoco con sé, e il coltello.
E mentre entrambi soggiornavano insieme,
Isacco il primo nato parlò e disse,
 Padre mio, va bene i preparativi, il fuoco e il ferro,
ma dov'è l'agnello per questo sacrificio?
Allora Abramo legò il giovane con cinghie e cinture,
e lì costruì parapetti e trincee,
e brandì il coltello per sgozzare il figlio.
Quand’ecco, un angelo apparve in cielo e disse,
 Non stendere la mano sopra il ragazzo,
Non fare alcun male a tuo figlio.
Guarda , preso per le corna nel cespuglio c’è un capro.
Offri invece il Capro dell’Orgoglio. 
Ma il vecchio non volle saperne e sgozzò il figlio,
E metà del seme d’Europa, uno per uno.
 
 

Postato da: MenandDreamers a 16:08 | link | commenti (3)
poesia, riflessioni, libri, arte, media, scrittura



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