- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura ------- Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali -------------

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lunedì, 12 settembre 2005

          

                

In fondo, le storie abitano sopra i luoghi.
Jack e Ennis, come una sorta di Cime
Tempestose un po’ stinto, consumato,
avevano quei luoghi solo per sé,
il punto cui sempre tornare per ritrovarsi.
I luoghi conoscono le persone e le
persone nominano i luoghi.
Per una volta, a Venezia, vince un film
che è un film. Non il film giusto,
che “sta bene”, ma il film che piace
perchè dà qualcosa.
E vince un attore che nessuno in Italia
conosceva, quello del “Chiiii?”
E vince Ferrara che continua ad
accartocciare qualunque cosa tocca,
per mia fortuna.
E vince Clooney che è molto corretto e
molto bianco e nero e un po’
bacchettone, proprio come l’America
degli anni 50 - e noi oggi - e ci sta bene.
No, incrocio le dita sul cuore, non
facevo parte della giuria, io i premi
glieli avevo già dati da giorni.
Ma la polemica tra film politicamente
corretto (Brokeback Mountain) e film
politicamente rilevante, (Goodnight
and good luck) subito cominciata e con
cui mi stanno sfinendo, la restituisco ai
nostalgici ideologici.
Perché è come se qualcuno tenesse
in mano una moneta e per principio non
volesse vederla dall’altra parte, non
volesse rigirarla.
Perché qui ci sono, molto
semplicemente, le sue due facce.
Solo perché una è emotiva,
privata e l’altra sociale, pubblica,
la seconda vale più della prima?
Ma politico che vuol dire, lotte in strada
e slogan?
O piuttosto etica di comportamento e
responsabilità?
Dico qualcosa di nuovo se dico che non
esiste politico senza privato?
Che tutto parte dall’uno, la persona,
l’individuo, che si definisce in sé, prima
che il politico, il sociale venga a definirlo?
Che è dal politicamente corretto che
nasce il politicamente Significativo?
Che è da individui che si rispettano che
nasce il rispetto sociale e il
riconoscimento dei diritti altrui?
E’ da singoli che nasce il gruppo e poi
il gruppo più grande e poi quello ancora
più grande e le idee e i cambiamenti e
la storia. Non le grandi masse indistinte,
ma gruppi formati da individui.
E l’individuo non è né un’idea, né una
frase, né un attrezzo d’uso, né un
mezzo per qualcosa o qualcuno.
L’individuo, la persona, è carne e
sangue e poca ragione e molta
confusione, anche sociale.
Dov’è la differenza tra una storia che
parla del diritto ad essere quello che
siamo ed una che parla del diritto ad
essere quello che vogliamo?
Io preferiesco lasciarle al secolo passato
le contrapposizioni a tutti i costi, che
certo danno la sicurezza di sapere sempre
da che parte stare, ma intanto rubano la
realtà viva, viscerale, del mondo.
Quella su cui si fa l’arte, non i proclami,
quella che costruisce i luoghi che poi
andiamo ad abitare.        
 
 
Per chi vuole leggere la novella originale
- English unabridged version - la trova qui:
Close Range: Wyoming stories-
Brokeback Mountain
   

Postato da: MenandDreamers a 01:08 | link | commenti
cinema, letteratura, scrittura

venerdì, 09 settembre 2005

           
 
 
           Quando si guarda la meraviglia
           Festival del Cinema di Venezia
                              Parte II 
 
Scrivere costruisce castelli di sabbie e tempo. Scrivere spinge il tempo su strade di campagna e città fantasma, elabora arabeschi, conforma fatti in files ad albero, dispiega somme e sottrazioni in quantità irregolari. Nel mio mondo sono di più le sottrazioni, trovo più significato nelle parole rade e mancanti che nel loro ripetersi ossessivo ed uguale, vado alla ricerca di posti remoti dei fonemi. Poi unisco i vuoti e le sospensioni, reincarno gli ossicini che tengono la struttura portante e cerco di dare un senso di equilibrio senza oscurare i vuoti. Mi sembra che Tim Burton con i suoi film, compreso questo Corpse Bride, faccia la stessa cosa. Vecchie leggende tramandate si trasformano in stop-motion digitali e poi ritornano di nuovo racconti per bambini invecchiati alla svelta che vogliono rinascere. Tim Burton immagina, ma immagina qualcosa da sempre immaginato, accumulato negli antri nascosti che odorano un po' di muffa e di dimenticato, a mezza luce.
Che siano gli standard del romanzo gotico   di memoria anglosassone o i miti futuribili degli anni 50 americani, ha questo baule issato in soffitta sotto crinoline e vecchi mobili, dove anche il cellulare diventa una vecchia foto giallina con i bordi sbruciacchiati dalla polvere. Ho visto, molti, portare il passato a rinascere futuro. Conosco pochi che riescono a conformare il futuro dentro il passato e non farlo vecchio.
Per questo Tim Burton mi piace. Da sempre.
Per questo mi piace anche Abel Ferrara.
Con le sue storie di abuso fuori e dentro ad intervalli ormai inesistenti, con il suo rimuginare ciclico ossessivo, con la sua purezza  tracimata nel mondo degli altri.
Quanto coraggio ci vuole è una domanda che entrambi non si porranno mai.
Il suo Mary sdrucciola sullo spirito che arriva come una mazzata, ti stringe tutte le budella e poi ti sputacchia malamente, lasciandoti all’asciutto, sulle strade di Gerusalemme, alla ricerca di una figura che si deve poter  sentire nell’aria.
Quante volte penso di poterlo sentire, quell’odore.
Insieme a Good night and Good luck, Brokeback Mountain e qualche altro piccolo film sparso tra Orizzonti e Autori - Four Brothers di Singleton,  Schimeca (anche lui alle prese con Gesù ).. - e i corti pubblicitari d’animazione di Pagot che Fuori orario sta passando in questi giorni - direi le cose di Venezia che ho amato di più.
 

Postato da: MenandDreamers a 22:24 | link | commenti (1)
cinema

domenica, 04 settembre 2005

            

     

 Si chiama Festival del cinema

                  di Venezia.  

Qualcuno potrebbe parlare anche

           dei film, per favore?   

 

                     ovvero

cinema e letteratura e le stupidaggini

          da festival, Parte  I   

 

George Clooney   ohhhhhhhhh!!  

 

è la frase che ho sentito più spesso ripetere in questi primi 5 giorni di concorso, il film che ha fatto, Good night and good luck, giusto un accessorio. E se poi non bastasse, avanti con la storia dell’interprete principale “sconosciuto”. Ora, se io fossi David Strathaim mi potrei anche impermalire. Forse sarà sconosciuto a chi vive non so dove e poi anche ne scrive, ma il suddetto lo seguo da diverso tempo e lavora anche piuttosto tanto. In L.A. Confidential è strepitoso e in questi mesi sta passando su  Sky The blue car che non è male. E’ bravo davvero e  chi non lo conosce, seriamente, lo segua dove lo trova perché è troppo intelligente per deludere.

Deliri  

 

Kitano ha definitivamente toccato il point of no return del “Mi chiamano Dio e ci credo” per cui pensa di poter ormai girare qualunque cosa gli passi per la testa e poi anche di darcela come se fosse seria e preziosa. Ed ha preteso anche di arrivare a sorpresa…..

Quando ci si annoia di essere maestri, si può sempre tornare a fare gli allievi.

Il film scandalo del festival    

 

Non se ne può mai fare a meno, a quanto pare.

Quest’anno tocca a Brokeback Mountain. Film scandalo. Di che? Due cowboy che si innamorano per caso e dura per tutta la vita?

Da un racconto di Anne Proulx che in italiano si chiama Gente del Wyoming, Baldini e Castoldi editore - 1999.

Un racconto normale, molto tranquillo, molto “racconto”, alla fine. Con grandi paesaggi desolati di praterie e montagne tra gli anni 60 e gli anni 80 che sono poi i luoghi di nascita della scrittrice. Probabilmente la quietezza è la chiave con cui Ang Lee ha girato anche il film. E non credo che, come lo scritto, punti oltre il fatto di raccontare una bella e  - poteva essere altrimenti? - complicata  storia d’amore. Però mi piacciono le storie d’amore e qui c’è almeno uno dei due attori che è capace di reggere il tutto sulle spalle. Durante un’intervista al volo, mi ha lasciato intenerita e un po’ tremante una affermazione fatta da Jake Gyllenhaal che, tra i George Clooney   ohhhhhhhhhh!!  di cui sopra, è passata sottotono.

“E’ una storia d’amore” ha detto “tra persone lontane che si incontrano. Come dovrebbe essere nella realtà ed invece raramente succede.”

E lo ha detto con candore, con una specie di nostalgia che ho pensato: “Lo abbiamo davvero pagato tutti, questo prezzo. E continueremo”. 

Allora, che ci siano più film così, al di là del risultato artistico oggettivo.

(Ma poi, esiste davvero o è uno dei più grossi miti inventati dall’uomo moderno quando non aveva di meglio da dirsi? Se un’opera d’arte arriva a trasmettere quello che si era intesa, non ha raggiunto il risultato artistico perfetto, anche se il montaggio sta un po’ storto o la tela ha sgocciolato male? Ne parleremo, prima o poi. È una cosa che non ho risolto.) 

Ma le risatine in sala alla proiezione per la stampa?

Mi domando: è possibile avere problemi con la propria sessualità e poi fare le considerazioni dell’opera il più onestamente possibile, come il pubblico ha diritto di avere? Io credo di no.

Credo fermamente, decisamente, di no.

Forse perché mi ricordo ancora con profonda vergogna la recensione di My Beautiful Laundrette di Stephen Frears - che reputo il film che ha fatto rinascere il cinema inglese - di un critico italiano che lo spazzò via perché non poteva sopportare, cito parole testuali (sic): “vedere due uomini fare lingua in bocca..”  

Opterei per un diluvio localizzato se non ci avesse già pensato la volgarità becera dell’affermazione e la sua  miopia cronica. Tristemente qui siamo in una missione impossibile, ma per nostra sfortuna certe cose non hanno la benedizione di autoeliminarsi appena pronunciate.

   

Postato da: MenandDreamers a 22:03 | link | commenti
cinema, letteratura



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