- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura ------- Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali -------------

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mercoledì, 21 dicembre 2005

  GONE,  BUT NOT FORGOTTEN

                          ovvero

E' soprattutto l'idea del "guarda come frego il lettore (o lo spettatore)" che mi irrita parecchio.

Qualche sera fa con un mio amico parlavamo da vera gente di mondo. Tra tè e senza sigarette, molto sofisticati, abbiamo disquisito da dotti teorici fino ad ora tarda. E' tutta colpa sua: la notte ripara e disperde.

Però alla fine qualcosa d’intelligente è venuto fuori; quando ci siamo trovati in disaccordo sul cinismo e la disinvoltura con cui si affrontano persone e personaggi nella rappresentazione, che sia scrittura, cinema e simili.

La domanda è stata: “Tutto è permesso?”

La risposta: “Beh, si inventa, dov'è il problema?” 

Dalle tesi frullate di leggende urbane, abbozzi medioevali e complotti sempre pronti a scoppiare dei vari codici davinciani che prolificato come moscini nelle malsane mattine d'estate, alle raccolte di racconti di vite vere di drogati, prostitute, delinquenti di varie tacche e profondità psicologiche, al sesso trasgressivo di minorenni in menopausa, ai manuali per la ricerca della stima di sé nelle due righe di "Paolo è un banchiere. Da alcuni mesi si sente molto solo. Ha deciso di ....", alle rivisitazioni e riscritture poco classiche dei classici e ai saggi su cose già saggiate almeno quattromila volte, tutto alla fine serve per fare qualcosa che possa farsi largo, che si metta in mostra, che dia "qualcosa" in cambio.

Il gioco torna, ci si riesce, ma alla fine quello che ci siamo domandati è stato: le persone dentro il racconto e quelle fuori, che sono previste pronte a riceverlo, dove stanno? Hanno anche loro un luogo deputato di appartenenza dignitoso e voce in capitolo o sono solo pedine in mano a qualcuno, pronte all'uso? 

Non è la prima volta che me lo domando: quando leggo pagine e pagine di grande tecniche narrative che finiscono nel vuoto del contenuto, parole strutturate perfette che gocciolano miseramente fino ad evaporare, quando vedo i film montati a raffiche di accadimenti, rincorse, esplosioni e argomentazioni cosi pochine da sembrare veline, ma anche quando li vedo stracarichi di contenuto importante, quello mainstream del momento, quello cui tutti inchiniamo la testa politicamente corretta, contro gli USA o il presidente del consiglio, che tanto sono bersagli fermi, o la pochezza della borghesia, la giustezza delle rivoluzioni, il delirio della cultura, la cattiveria dei padri, l'incapacità di...

No, a mio parere, nonostante la tentazione, non tutto è permesso. Sono solo comode poltrone di poco coraggio su cui accomodarsi. Opportunismo sciatto di usare la rappresentazione, che è il modo in cui l'uomo si immagina e quindi proietta e soprattutto si proietta nel futuro, per scopi loschi, sì, proprio loschi, come una Banda Bassotti.

Il risaputo ha sempre avuto successo. Basta dire quello che ci si vuol sentire dire; se poi si sa gestire bene può anche passare per arte e dare fama, denaro e posizione.

Può passare per valore, perché qualcuno una volta lo ha riconosciuto per valore e farci vivere di rendita culturale tutta la vita.

Ma  talvolta è nauseante

Ognuno ha il sacrosanto diritto di esprimere quello che vuole, ma è il calcolo programmato di sfruttamento che mi inquieta.

Perché il finto valore, a differenza di quello vero, immisurabile, ha un contenuto stabilito, è matematicamente fisso, ruba e non dà niente in cambio, lascia solo gli avanzi per chi arriva dopo, quindi bisogna darsi da fare: se io me ne prendo ottanta, resta solo il venti.

E’ questo toglierlo agli altri per prenderlo io, tanto che importa, che mi mette in allerta.

Nonostante sembri uno scrigno di tesori a portata di mano, l'immaginario non è esente dalla responsabilità.

Anche se un personaggio o una storia li "invento", non  ne posso fare quello che voglio.

Discutendo di sceneggiature  (ma naturalmente vale anche per la narrativa) parlavamo di personaggi da amare ed odiare che crei e quale sia il nostro legame con loro, come ce se ne rapporti. Con le dighe aperte di sangue, abbiamo avuto ultimamente un’alluvione epocale di serial killer ed assassini a piede libero che anche al più sprovveduto verrebbe il sospetto che qualche questione aperta ci sia. Ed ho trovato che la differenza non esiste. Se lo fai seriamente, la differenza non esiste. Perché se un personaggio lo odi davvero allora non lo scriverai, non ci perderai tempo, perché se lo odi davvero non riuscirai a renderlo. Riuscirai solo con quelli che ami. Che non vuol dire essere quelli belli e perfetti ma solo che li ami, cioè "riconosci" la loro esistenza, sono un pezzo non indifferente di te.

Forse il vuoto di molta rappresentazione di oggi viene proprio da questo. Che non c'è legame emotivamente vivo con chi racconti. E’ la tua razionalità che lavora, che gestisce e decide, non il tuo essere intimo che si connette con il mondo dove abitano  gli altri tuoi simili, compresi i personaggi.

Una sorta di depressione empatica, di carenza serotoninica di scambio tra entità e onestà.

Ed è triste, molto triste, perché il risultato sembra il frutto del menefreghismo o del solo mercato, che poi è lo stesso.

E’ triste perché se queste sono idee previste da scuole e accademie e dalla cultura imperante, non lo sono invece nella mente e nel cuore di chi la scrittura l'ha sempre vista come dono, piuttosto che come risorsa.

Al ragazzo che volere scrivere versi per essere famoso, R.M.Rilke, poeta tedesco, nel 1903 dice:

“Essere artisti significa non calcolare e non contare, maturare come un albero che non incalza i suoi frutti ed è fiducioso nelle tempeste della primavera, senza l'ansia che dopo non possa giungere l'estate. Lei rifugga dai motivi più diffusi. Cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Un'opera d'arte è buona se nasce dalla necessità.

Il pensiero di essere creatore, di generare, di plasmare non è nulla senza la sua costante conferma e realizzazione nel mondo, nulla senza i mille consensi di cose ed animali.”

 

Avrebbe un po' più senso e molto meno spreco se non ce lo dimenticassimo tanto spesso?

Postato da: MenandDreamers a 04:56 | link | commenti
libri, cinema, scrittura



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