
Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura
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Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali
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___Quando l'età avrà devastato questa generazione
ancora tu ci sarai, eterna, tra nuovi dolori
non più nostri, amica all'uomo, cui dirai
"Bellezza è verità, verità bellezza" questo solo sulla terra sapete ed è tutto quello che vi basta di sapere.
Così scriveva un poeta inglese due secoli fa rivolgendosi ad un'antica urna greca.
Una riflessione fatta con alcuni partecipanti ai laboratori di scrittura e poi con alcuni amici mi ha portato in questo inizio anno a parlare ancora di poesia. Naturale per me, che la scrivo e la diffondo. Meno per altri, molti, che non la leggono. Se si evita l'ennesimo "a chi vuoi che interessi in questa società di video giochi ed effetti speciali ecc ecc, e la gente non ha tempo e poi è difficile ecc ecc) rimane quello che anch'io faccio. La leggo. La leggo per me, per gli altri e la scrivo. Ma perché?
E poi che cos'è la poesia?
A guardarsi intorno in Italia preferisco altro, tipo vedere una puntata della nuova stagione di Prison Break. Decisamente più sano e appagante: in linea di massima l'esperienza della poesia che è data alla persona qualunque è un’accozzaglia di noia e arroganza che farebbe fuggire anche il più duro amante.
Forse c'è un grande fraintendimento. Forse si pensa alla poesia come a qualcosa che si scrive in un momento di disperazione e genera pagine di lamentazioni (toh, Rilke..) personali che non interessano neanche chi le ha scritte a cose aggiustate. E allora perché un altro dovrebbe leggerle, perderci il suo tempo? In uno stile reminiscente di Pascoli e Carducci con sprazzi di dannunzianesimo - tanto i programmi scolastici a malapena vanno oltre lì e figuriamoci gli stranieri - mi trovo a contatto di pagine su figure di donne agognate, monti e fiumi, scorci artistici e inni alla natura spruzzati di male di vivere. Belli ma li conosco già a memoria, non mi servono.
Allora.
Non ho mai considerato lo scrivere un'alternativa più facile al lavoro "normale", come qualcuno professa. Scrivere è un duro lavoro, la fantasia è un duro lavoro (come uno scrittore che ho curato in questi giorni aveva scritto) e non è prendendo un quaderno ed elencando i pensieri del momento che si scrive poesia (neanche narrativa, naturalmente).
Così migliaia di premi letterari accompagnati da letture con sfondo musicale adeguato e migliaia di scrittori divertono e si divertono, fanno bene, ma è poesia? Forse non sono che i nostri ego soddisfatti con qualcosa che ci sembra necessario. E' lo è, nel sacrosanto diritto all'espressione. Ma la poesia è un'altra cosa.
Seconda metà del 900 italiano. La poesia, legata all'avanguardia e all'ideologia, produce quantità non indifferenti di prodotto nel tentativo di superare qualcosa. Ma che cosa? Limiti di spazio e linguaggio. La sperimentazione a tutti i costi chiude le porte alla comunicazione. Attenzione, non è una condanna predestinata, è esattamente il contrario, secondo fraintendimento. Sperimentare è comunicare, non viceversa, come qualcun altro ancora saldamente arroccato nelle sue torri d'avorio intellettuali vorrebbe far credere. E la parola, se non comunica, diventa sterile.
E sterile è come io sento la maggior parte del panorama letterario di questi ultimi cinquant’anni italiani. Certo con diverse eccezioni, ci mancherebbe, ma il resto? E non sono solo io a quanto pare, se si pensa che la poesia è diventata, in un paese che sa poco cosa leggere, qualcosa da ignorare o alla meglio adatto al tè delle signore o alle letture d’accademia.
Io non credo che esista poesia senza tradizione. Non credo esista poesia senza una conoscenza profonda di chi l'ha scritta prima di te. Ma io non credo esita poesia senza coscienza profonda di te che scrivi e di che cosa tu sei, se vuoi creare qualcosa che passi certamente per te ma che poi deve andare oltre te, verso il mondo e avere senso per quel mondo. Perché è qui il punto: avere senso per quel mondo. Solo così può sperare di diventare poesia, in altre parole esperienza, perché la poesia è esperienza, che deve essere ripetuta all'infinito da chiunque e in qualunque parte e momento.
La sterilità che sento mi ha fatto alla fine pensare che si scrive poesia per se stessi contro il mondo, invece di scriverla con il mondo. Il che nasconde una porzione discretamente titanica di egoismo. E chi legge lo sente, non c'è modo di ingannare un lettore, anche il più sprovveduto. Che molla e passa ad altro, equa ricompensa allo scrittore.
E l'egoismo è il contrario di una cosa semplice eppure fondamentale. Che la poesia, come qualunque altra forma compiuta e riuscita di espressione artistica, è vita. E' la vita.
Ogni altra ipotesi è inganno.
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Sonetti
Keats John, Garzanti Libri
€ 8,26
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