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GLI ORTI DELLA MEMORIA
parte II
Certe volte essere giovani non aiuta. Certe volte non aver vissuto alcuni anni cruciali della storia fa sì che certi fatti per noi non esistono. Perché se chi hai intorno tende a nascondere, il quadro sembra intero ed invece è incompleto; e come prevedibile quello che non si vede non è una minuzia, è un moloch ingombrante che tuttora domina certi panorami, distende la sua ombra ben oltre il pensabile.
Allora è giusto scriverlo e ripeterlo, in questa coscienza collettiva che è il web, perché anche questo orto resti a memoria per quelli che non lo sapevano, alla nostra ingenuità di gente del secondo millennio che non realizza come è stato il primo che ancora non è finito.
Oggi è un'altra data della storia italiana che molti scoprono per caso. Che ne sappiamo noi di un commissario che si chiamava Calabresi ucciso il 17 maggio del 1972 dopo una campagna diffamatoria durata mesi, portata avanti da Lotta Continua e Camilla Cederna, dove tutti si attaccarono e nessuno osò dissentire?
Cominciamo. Potremmo beatamente giustificarci con i tempi: gli anni '70.
E il clima sociale. E l'ideologia. I fascisti. Va bene. La contingenza. Le esigenze. Gli operai. Il potere. Le masse. Quest'anno abbiamo anche il quarantesimo dal '68 e ci sono i festeggiamenti, i ricordi, le nostalgie di lotta e gli ideali.
Potremmo citare tutto e niente, stare qui a snocciolare resoconti eppure non basterebbe a lavare l’onta di una delle più ignobili forme in cui il potere della parola possa manifestarsi.
I nostri maestri.
I nostri tuttora presenti cattivi maestri.

Oggi è il trentennale di una data cruciale nella storia d’Italia e vorrei ricordarla. Forse la data più importante del nostro dopoguerra, una data simbolo come ce ne sono nella vita di ogni paese, come per gli USA il 9/11. Il nostro 9/11 è stato trent’anni fa, con un corpo morto ammazzato dentro una Renault rossa che sembrava chiara nei telegiornali in bianco e nero.
Si racconta che la morte di Aldo Moro sembrò allora la fine di tutto, il punto più basso cui un popolo poteva arrivare. Lo era. Ma era anche l’inizio di un'altra cosa, la sveglia dal torpore e dall’ignavia, un moto generale di rivolta, trasversale, che prese tutti. Un popolo come il nostro si riconosce tale nelle tragedie. E dal quel moto finirono gli anni 70. Certo con gli strascichi, ma solo casi isolati, ultimi fuochi.
Ultimi fuochi? Non lo so. Quando le forze in campo invece di propugnare concordia e democrazia tendono a perpetrare un clima da guerra civile non ne sono sicura. Le brigate storiche rosse e nere sono più o meno morte ma quante altre brigate stanno nell’ombra? Quando la civiltà di un popolo non si mostra, quando la politica, che è un rapporto a due tra eletto ed elettore, diventa un rapporto a tre tra me, loro che devo conquistare e il mio avversario-nemico che devo annientare, ecco, allora penso che quel clima l’Italia non l’ha mai perso, che viviamo ancora nel dopoguerra che i miei raccontano, fatto di forche e regolamento di conti.
Ieri sera seguivo ANNOZERO, il programma di Santoro, sui soliti giovani italiani. Non ci voglio ritornare ora, ne ho già parlato. Ma siccome poi il programma si è allargato a ciò che sento di continuo ultimamente, cioè le voci di diverse parti politiche che tendono a giustificare una sconfitta - che va accettata, ci piaccia o no - screditando l’avversario e seminando il seme della delegittimazione e prevedendo ritorni del popolo ad un fascismo dei manganelli, ecco mi dispiace, non ci sto.
Non ci si provino.
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