- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura ------- Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali -------------

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mercoledì, 23 aprile 2008
RIPRENDIAMOCI L'INVISIBILE

          DUE NOTE DI SANGUE ROSSO 
        SULLA LETTERATURA FANTASTICA   

       Clicca sull'immagine per ingrandire

Il prossimo mese SHORT STORIES numero quattro – Edizioni Scudo - pubblica un mio racconto fantastico, Ottobre. Per chi vuole sapere tutti i dettagli dell’uscita rimando alla recensione della rivista su un bel sito che consiglio a tutti, Fantascienza.com, pieno di notizie, recensioni e opinioni da passarci delle ore senza accorgersene.
Anche la rivista la consiglio a mille. Nel panorama italiano del genere è per me la più seria e direi graficamente anche la più bella, merito di Luca Oleastri che fa un grande lavoro d’illustrazione a tutto campo. Il modo più veloce per averla è il sito dell’editore, si compra in 10 secondi e anche in formato economico non cartaceo per chi preferisce il pdf.  
                                                       
Ci sono 19 racconti estremamente vari, e per questo estremamente interessanti, a rendere conto di un genere e di una forma che a detta di molti, direi troppi a sproposito in questo paese, giudicano irrilevante: la letteratura fantastica, comprendendo dentro diversi generi, fantascienza, fantasy, horror & the whole shabang.
E' un segno della cecità culturale e commerciale nazionale considerando quanto fuori dai nostri confini, invece, se ne abbia il massimo rispetto. Talmente falsa come idea che per supplire alla mancanza materiale rientra da noi con autori e temi stranieri, prevalentemente estranei, quando potremmo essere noi a darla tranquillamente anche agli altri, a farne una cultura nazionale. Eh.

Ho sempre creduto che nel fantastico stia una parte importante dell'identità di un popolo, anche quando questo popolo sembra quotidianamente il più lontano possibile da qualunque visione fantastica. Non è vero. Chi mi conosce sa bene una cosa: che fantastico per me non vuol dire elfi o alieni. Niente da dire per quelli invece cui vogliono dire tutto, figuriamoci, può darsi che nel futuro cominci anch'io a scrivere di spade magiche. Mmm mmn...no. E' che per me è una soluzione troppo facile. E' come se la realtà si scindesse di proposito, trasportandomi in un mondo "altro", troppo altro, lontano intellettualmente ma anche a pelle, così che accade uno sdoppiamento che spezza la sospensione di incredulità e mi ributta malamente di qua dallo specchio, come un'Alice che raddrizza le teiere e ritrova il passo in avanti di malavoglia.
Ma lo sconosciuto. L'imprevedibile. Il mistero che si annidia dentro il chip di un orologio di alta precisione digitale, lo spostamento dell'asse della percezione assodata che in un grado di curvatura riunisce conoscenze differenti e spesso diatoniche, scomposte, un quadro di pieghe cremisi, vellutato che acquista senso se solo ti lasci inghiottire - e intendo materialmente - da lui, ecco, qui mi ritrovo.
L'Italia ha un grande passato di fantastico inesplorato, per non dire di un presente a cui si fa poco caso, e l'introduzione saggia e ilare a questa raccolta conferma l'idea. La si può leggere, ci sono le prime otto pagine della rivista  per tutti.

La visione fantastica nasce dal sacro. Qui io mi muovo. Nasce dal rapporto di mistero instaurato dal singolo individuo col mondo, da una visione personale che trasforma senza proposito prestabilito un dato percepito in simbolo fruibile a tutti, riconoscibile da tutti e nel quale ci si identifica. Ha echi lontani di archetipi oggi invisibili agli occhi ma non per questo scomparsi. La divisione famosa di Calvino in fantastico visionario, fatta cioè di fattori "esterni", fantasmi, mostri, ecc, e di un fantastico mentale, dove i mostri sono "interni", trova oggi un senso di limite che tendo a superare a più non posso. Sincronizzo nella percezione differenziata la presenza del fantastico, intendo la vita stessa nostra una avventura fantastica, e non con la effe maiuscola né il punto esclamativo, perché poi è davvero quella che vedo. Insomma ci credo per contatto. Non è il frutto del caos o impossibilità di contenimento del magma che fluisce, è anzi regolare e semplice. Non posseduti dallo spettro ma spettro noi stessi, i possessori. Forse è, nonostante tutto, proprio così che si sentivano i nostri antenati quando immaginavano gli abitanti dell'ombra. E soprattutto quelli della luce.
Mi viene in mente una riflessione come quella di Jung contenuta in Aion, che esplorando un simbolo cristiano dà radici ad arbusti nati in terreni prima ritenuti aridi e impossibili....In effetti il fantastico ha molto a che vedere con il quotidiano lineare, meno banalmente di quanto si possa pensare, in un giro di vite (oops) che allarga il buco e ci fa allegramente cadere dentro. Anche incautamente.            Amen.
Vergognarsi di radici di ragionamenti articolati da assunti differenti, dismetterli come cose del passato o dell’ignoranza, illudersi che un mondo tecnologico e comodo sia il velo e il cuscino all’attrito del mondo feroce, violento nella sua oscurità, che ancora portiamo dentro e ci guarda con l’occhio immobile di una sfinge, è una fuga all’indietro, non la nostra modernità.
Il fantastico è la meraviglia angosciata di noi esseri umani davanti ad un creato da noi non creato e sovente male abitato. E’ la nostra possibilità inconscia di rivalsa, l’organizzazione frenetica e la sua conseguente delusione, ripetuta all’infinito, per questo mai sazia.
Che ci venga lasciata.
E se l'incursione nel fantastico causa a molti soprassalti di assetti ben stabilizzati che non vogliono permettersi (il mondo materiale lo vedo, ha un corpo, la fantasia non la tocco, quindi ha una posizione ininfluente - l’aut aut, l’obbligo della scelta della nostra visione imperfetta), io consiglio la sua frequentazione comunque. Guardiamo i bambini, senza considerarli bambini. Almeno, quella buona, dà una possibilità liberante di valutare le alternative come possibili, e in un clima dove l'omologare è il destino della sopravvivenza fisica, non è poco.

 

Postato da: MenandDreamers a 17:54 | link | commenti
letteratura, scrittura


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