
Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura
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Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali
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Oggi è il trentennale di una data cruciale nella storia d’Italia e vorrei ricordarla. Forse la data più importante del nostro dopoguerra, una data simbolo come ce ne sono nella vita di ogni paese, come per gli USA il 9/11. Il nostro 9/11 è stato trent’anni fa, con un corpo morto ammazzato dentro una Renault rossa che sembrava chiara nei telegiornali in bianco e nero.
Si racconta che la morte di Aldo Moro sembrò allora la fine di tutto, il punto più basso cui un popolo poteva arrivare. Lo era. Ma era anche l’inizio di un'altra cosa, la sveglia dal torpore e dall’ignavia, un moto generale di rivolta, trasversale, che prese tutti. Un popolo come il nostro si riconosce tale nelle tragedie. E dal quel moto finirono gli anni 70. Certo con gli strascichi, ma solo casi isolati, ultimi fuochi.
Ultimi fuochi? Non lo so. Quando le forze in campo invece di propugnare concordia e democrazia tendono a perpetrare un clima da guerra civile non ne sono sicura. Le brigate storiche rosse e nere sono più o meno morte ma quante altre brigate stanno nell’ombra? Quando la civiltà di un popolo non si mostra, quando la politica, che è un rapporto a due tra eletto ed elettore, diventa un rapporto a tre tra me, loro che devo conquistare e il mio avversario-nemico che devo annientare, ecco, allora penso che quel clima l’Italia non l’ha mai perso, che viviamo ancora nel dopoguerra che i miei raccontano, fatto di forche e regolamento di conti.
Ieri sera seguivo ANNOZERO, il programma di Santoro, sui soliti giovani italiani. Non ci voglio ritornare ora, ne ho già parlato. Ma siccome poi il programma si è allargato a ciò che sento di continuo ultimamente, cioè le voci di diverse parti politiche che tendono a giustificare una sconfitta - che va accettata, ci piaccia o no - screditando l’avversario e seminando il seme della delegittimazione e prevedendo ritorni del popolo ad un fascismo dei manganelli, ecco mi dispiace, non ci sto.
Non ci si provino.
Mi sento offesa come cittadino e come persona, e quel servizio pubblico che la RAI dovrebbe fare è una presa in giro del mio intelletto.
Una parte politica non perde una elezione perché il suo popolo elettore è stupido. Una parte politica perde una elezione perché non è in sintonia con quel popolo. E negarlo non mi mostra quanto quel popolo sia stupido, ma quanto tu parte politica sia accecata dall’arroganza. Tu non ascolti il popolo, tu ascolti solo te stesso. E allora a che servi?
Sia chiaro. Qui non è questione di essere di destra, centro o sinistra. Non me ne potrebbe importare di meno. Qui è proprio un altro livello. Qui è questione di civiltà ed etica, parole che non mi stancherò mai di ripetere e che in questo paese latitano dove invece dovrebbero essere di fondamento.
La nostra bella stagione di terrorismo ce la siamo guadagnata con l’odio tra amici stretti, tra vicini, tra padre e figlio, tra fratello e fratello. Ho sempre in mente, compagna di molte riflessioni, le parole di Pavese che con grande chiarezza, in quel lontano 1948, parlava anche di noi:
“Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.”
Ecco, me lo sono chiesto. Che diremmo noi a questi morti ammazzati se ritornassero e ci chiedessero ragione? In un paese ormai in pace come giustifichiamo 5000 vittime del terrorismo accadute più o meno in pochi anni? Che potremmo raccontargli, ai morti, come potremmo giustificarci? Potremmo raccontargli della nostra idiozia, del nostro egoismo, della nostra miopia? Basta per giustificare l’odio dell’uomo contro uomo?
Il terrorismo di piombo, proprio a causa di quel nove maggio, lo abbiamo ormai storicizzato. Lo abbiamo messo lì, guardato bene e preso le distanze. Come si doveva fare. I suoi sopravvissuti ideologici sono spettri che si aggirano ancora, ma spettri rimangono - alla fine scompariranno, soprattutto dalla vista di chi è stato da loro offeso.
Quello che invece ancora non ci riesce di storicizzare è il clima che li ha creati. Ed è questo che mi fa pensare. Perché se non superiamo questo senso di guerra civile perenne ancora terrorismi torneranno, qualche coglione che in nome di qualcosa cui si sente autorizzato, di una insoddisfazione non risolta in termini di dialogo e comunità riconosciuti come legittimi, prenderà le armi e a braccio steso le punterà contro di noi. Non è questo il futuro che voglio, una nuova generazione che voglio, un nuovo paese che voglio che venga. Non è un futuro che mi da soddisfazione, non ci costruisco niente con l’annientamento dei miei simili. Oh, talvolta fatto con tutte le grazie, per carità. Talmente lieve da non accorgersi di quanto sia mortifero fino a che non colpisce e allora è troppo tardi.
Le campagne d’odio non sono solo di quegli anni. Sono anche di oggi, ieri sera, tutte le sere, tutti i giorni, giornali, intellettuali, associazioni, partiti, trend culturali, sostenitori, tutto ciò che si organizza intorno a certi modi di pensare e fa loro da terreno fertile, dà scusante e calore.
Bisogna ribadirlo: vita mia, morte tua sembra una logica che nessuno dice ma tutti tacitamente riconosciamo e sopportiamo. No, per la miseria, no e no.
La stessa polemica ignorante sulla partecipazione di Israele come paese ospite privilegiato alla fiera del libro di Torino la dice lunga. Nel libro, dico, nel LIBRO, luogo primo di libertà assoluta del pensiero umano.
Ha fatto da contrappunto a me che ero davanti alla porta di ferro del cimitero ebraico di Ferrara, in un pomeriggio quieto e assolato, a ponderare che cosa io avrei potuto dire a quei morti silenziosi di una comunità spazzata via, che eppure gridavano. Gridavano la loro differenza alla nostra indifferenza, sono passati 60 anni dalla loro sparizione nei campi di concentramento nazisti e certo non erano lì, erano dispersi in un altro vento, ma i loro spettri si aggiravano tra quelle grandi piante di ombra.
No, per la miseria, non in mio nome. No e poi no.
GIOCHI DI GUERRA
Oggi mi hanno detto che la guerra è finita
e io ti guardo esasperato e dico:
“Credi sia facile ricominciare una vita
quando tutto quello che ho avuto finora
sono state armi di offesa e nascondigli per passarci la notte?
Quando quello che ho fatto finora
è stato guardarmi le spalle
e sperare di farcela per un giorno ancora?
Quando quello che ho sta a malapena in una mano
e lo zaino è la mia casa?
La sera lo apro, conto le spese,
controllo di nuovo e poi lo richiudo
contento che sia ancora lì?”
Quando una guerra finisce si smantellano le trincee,
al loro posto segnali sul campo e bandiere stracciate
i caduti nei cimiteri di fortuna e i vivi con le loro ferite -
le mie guariscono lente, una forma d’inedia
che è dura a morire.
Oggi mi hanno detto che la guerra è finita
e io saluto controvoglia i compagni incontrati.
Un contatto predestinato, non scelto, costretto,
perché non ci si riconosce solo di nome,
ci sono altre strade che cerco
e se non le ho finora trovate
forse non è questo il posto in cui restare.
Oggi mi hanno detto che la guerra è finita
e davanti ci sono gli incerti della ricostruzione
e la speranza di un mondo migliore, anche per me.
Ogni guerra diventa necessità
per ricominciare daccapo, di nuovo, daccapo.
Credo eppure si potrebbe sommare vita alla vita
piuttosto che servirci di quella finita
per dar tempo a un'altra
che posso solo immaginare.
Lo so per la prossima guerra che sarà dichiarata.
Se non ti uccide diventi due volte te stesso -
ma ne vale la pena?
O tutte le volte mancate stanno sopra spalle schiacciate
per chi deve ancora passarci?
Un giorno di silenzio e capisci che la guerra è finita
te lo mostrano in tutte le porte
lo hanno esposto per te,
ora dopo ora, perché lo vedessi.
E intanto da dentro qualcuno piangeva
e tu ascoltavi il lamento
inquilino sopravvissuto di un palazzo in rovina -
sentirne gli echi attraverso le finestre divelte,
con il vento che passava a disturbare la quiete.
E’ strano che quando una guerra finisce
arrivi la paura a posarsi su tutto.
Pregare in ginocchio che non sia mai successo
perché non sai quello che vali senza la tua armatura.
Le armi deposte, gli occhi allo scoperto
né buio a proteggerti, né sporco a nasconderti il viso.
Eppure preghi ti arrivi anche la forza
perché combattere è la scusa che ti porti addosso
da quando hai capito chi sono i contendenti
in questo disastro.
Adesso lo spazio che ti trovi davanti
lo guardi in modo laterale:
dove sono andate tutte le manovre
debitamente registrate
tutti i fatti che segnavano di rosso la pelle
tutte le mosse con le conseguenze calcolate
tutti i progetti di forma e sostanza?
Uno spazio circondato da grandi colonne
era una cosa preziosa agli occhi del mondo
ma il mondo era finito negli occhi di cose
che non hai mai voluto neanche toccare.
Oggi mi hanno detto che la guerra è finita
e ora tu chiedi che farò del futuro.
Non credo sia facile ricominciare una vita
quando tutto quello che ho avuto finora
sono state armi di difesa e gesti di circostanza,
corone d’alloro davanti ai monumenti solitari
nei parchi d’autunno.
Non ho altre armi, adesso,
adesso ho solo la parola
che sento imperfetta rispetto
all'acciaio di allora.
Più morbida, pieghevole, sfuggente
indefinita contro i limiti certi
dell’azione concreta.
Finire la guerra vuol dire accettare la pace
che è strana, perché senza voci alterate né grida.
Metto via per sempre i mille resti
di un periodo che ancora mi possiede
e lo faccio pensando che non voglio che torni.
Il mio corpo non si tenderà più aspettando i colpi
né le mie mani toccheranno il fango né i proiettili.
Ma il gesto di allora, sì, per scrivermi addosso
anche quando mi volto per non ascoltare,
che cosa c’è alla fine che so da sempre:
- non carico una pistola se non voglio sparare.

oggi
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