
Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura
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Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali
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VOLTI E FACCE
La bellezza in tv
(ma non solo)
Usare le dita è altamente educativo. Sono le 23 passate di un mercoledì. Sto scrivendo e mi fa compagnia MBC3 (tv) che non finisce mai di stupirmi (l’hip hop arabo è tutto da scoprire…). Decido di tornare in Europa. Come in ogni giusta gerarchia di telecomandi italiani ho i primi sette tasti occupati in fila dalle tv nazionali, l’ottavo sta con Oden- da noi RTV 38- e il nono rimane per il satellite.
Zappingo qua e là, anche se non sono una che lo fa spesso, solo quando sono stanca ed ho un televisore davanti. Nel 1° c’è Porta a Porta, salotto illuminato come per un atterraggio di alieni e, in effetti, parlano come loro, nel 2° c’è il reality isolano dove piangono molto - lacrimoni che scivolano su gote tese e immobili ma non per la tensione, sembrerebbe di più per dei ferretti –hanno capelli da poster Wella aftersun e salutano come emigranti di un secolo fa le famiglie lasciate a casa da dieci giorni, sul 3° c’è Primo Piano e Berlusconi e il governo e la sinistra e sappiamo la storia, su Canale 5 c’è Matrix e Berlusconi e il governo e la sinistra e sappiamo la storia, su Italia 1 c’è la pubblicità di una partita, su Rete 4 c’è la partita, su LA7 la pubblicità di un deodorante, su 38 “Racconti lesbo dal vivo, chiamami subito…”
Sono immagini familiari nel loro caos visivo, cioè senza unico punto focale insistito, un po’ come le riprese degli albori, quando si piazzava la macchina lì e si lasciava che tutto accadesse davanti.
Sul nono sto sulla BBC…
E mi fermo.
Perché improvvisamente la tv è entrata nella stanza.
Improvvisamente le immagini di prima, che il mio cervello ha immagazzinato, evaporano.
State of Play è un drama che ho già visto almeno tre volte (anno 2003), quindi conosco bene. Francamente non ha niente di quell’appeal che potrebbe interessare chi guarda: non ha dentro donne che catturino l’occhio, non ha location particolare, giusto Londra sempre uguale a se stessa, non è per niente di azione, parlano molto, quasi sempre al chiuso e perlopiù di notte. Non racconta una storia esemplare ma soltanto una storia di poveri cristi (anche se alcuni di loro hanno molti soldi e posizioni di governo). Ma la vita è più democratica delle persone e la giustizia terrena distribuisce equamente la dose di misteri e tribolazioni pescando nel mucchio. E qui ce ne sono 2 in particolare che se la giocano proprio…
State of Play è una delle cose più belle che ho visto in questi ultimi anni.
Paul Abbott, come scrittore, lo conosco bene, sapevo la prima volta dove andavo a cadere, e qui si cade felici.(Che la BBC giri quelli che si chiamano sceneggiati con rabbia e furore e sana ragione è una cosa che mi inorgoglisce. Che in Italia si girino sceneggiati con l’idea di un’audience di pensionati beoti mi inorgoglisce un po’ meno. Comunque..)
Insomma, dopo le immagini caos mi appare a tutto schermo la faccia di Paul Morrissey, uno dei protagonisti, che sta parlando, centro schermo, mezzo busto un po’ di lato, scena comune nello sceneggiato.
Ed io sono in un altro mondo e la prima parola che mi viene in mente è “bellezza”.
No, no, non perché Morrissey è bello in senso di prestanza fisica, niente di tutto ciò, non è questo che intendo.
Ma delle menti che girando lo sceneggiato hanno coscientemente deciso di includere la bellezza come ingrediente della loro creazione. Bellezza come armonia, passione, evocazione di mito, simbolo, tutto insieme.
Sono immagini potenti perché sottointendono, suggeriscono, costruuiscono.
Sapienti, perché non fatte per accumulo logorante, ma per sottrazione. Non un risultato standard ma gli strumenti per un mio risultato personale, dove io che guardo decodifico, secondo le mie capacità, interpreto, quindi agisco, non subisco.
In Italia, dal dopoguerra, grosso modo tutta la nostra creazione artistica, non so per quale ragione, rifugge dalla bellezza in questo senso. Il punto che conta è l’impegno ed è giusto. Le persone con le quali lavoro sanno bene che è una cosa dalla quale non si può prescindere, non è un optional, è insito in ogni nostra azione che giocoforza riguarda sempre anche gli altri. La serietà è l’altro cardine, che non vuol dire serioso, ma prendere sul serio quello che si fa.
Ma il terzo è la bellezza.
State of play è bello non solo perché la storia è bella e lo è perché racconta un’esperienza unica, non un modello “esemplare”, un’idea rivestita di personaggi, ma è bello perché c’è dentro la volontà di valorizzare visivamente una scrittura già bella, espandendola, integrandola, dandole le possibilità espressive del mezzo visivo(quando mi chiedono perché amo Michael Mann, è qui che appunto il mio sguardo e il mio cuore).
Tra scrittura ed immagine non c’è quel divario che mi ripetono: “Si sente che è scrittura, la scrittura al cinema si perde, il cinema(o tv) è un’altra cosa, il libro è libro, l’immagine è immagine” e via di seguito. Mi sembrano banalità.La natura propria dell’immagine, che è essere guardata e quindi essere attraente - e le strade della attraenza sono infinite, non bisogna mai scordarlo, non codificate e stabilite in eterno - può perfettamente sostenere un contenuto complesso e forte. Nessun sacrificio richiesto se non quello che nasce dall’incapacità di chi fa, io per prima.
Certo la bellezza, la sua comprensione, non è solamente innata. La si impara e la si coltiva. Quelli che mi hanno costruito intorno edifici che sono tutti i giorni costretta a guardare e poi voltare la testa, non sanno che cosa è, non l’hanno mai incontrata, se mi dicono che la funzione è una cosa differente dall’estetica. O dall’etica, come se quest’ultima non fosse alla base di entrambe. Contrapporli è il risultato dei poveri di spirito piuttosto che di un destino scritto nei geni dell’opera umana.
I nostri designer degli anni 50 e 60 lo sapevano bene, per questo mi ritrovo per casa vasi e lampade che mi fanno fermare incantata come davanti un tramonto d’estate.
Quando vedo la mediocrità visiva delle immagini proposte penso che sia perché non si sa vedere, non si ha una cultura sviluppata del vedere. E questo, proprio per la natura propria dell’immagine, porta a restituire cattivi servizi.
Si nasconde che la bellezza appaga i sensi, dà godimento e speranza e per questo ci appartiene a pieno diritto: non dobbiamo mai scordare di reclamarla ad alta voce.
Così non mi piace quando mi ritrovo davanti a storie, già al massimo “volenterose” a livello di scrittura, girate senza occhi. Coi personaggi coi vestiti e le facce inamidate come crinoline ottocentesche, tutte tirate a lucido e lisce, senza imperfezioni, come i loro gesti e quello che dicono. Dov’è la bellezza? Perché comunque raccontano storie “giuste” o “importanti” o peggio ancora, come dicono, “vere”? Forse per chi si accontenta delle superfici di plastica. Ma alla plastica, per quanto la adori, devo riconoscere una non personalità che sullo schermo, sotto la luce, appare in pieno, misura l’inconsistenza.
Sullo schermo, come nella vita, mi piace la carne, quella imperfetta delle facce che abbiamo tutti. Mi piacciono le occhiaie e i capelli sporchi, gli sguardi miopi, le fronti sudate, le unghie mangiate, i corpi un po’ sfatti, gli scatti di rabbia e di disperazione, le ascelle bagnate, le urla e gli sputi veri.
Mi piacciono le persone, non gli attori. E quelli che lo sono davvero non mentono, ma portano loro stessi là sopra, alla faccia di tutte le tecniche di recitazione. Mi piace la verità, anche se ricostruita.
Mi piacciono i vestiti di tutti i giorni e chi ci si muove, agisce, esiste, anche se in virtuale: non c’è differenza. E di una cosa sono sicura: che la bellezza, come la verità, non è mai banale.
Per chi interessa: BBC UK State of play

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