- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura ------- Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali -------------

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lunedì, 03 luglio 2006




Avevo detto, tempo fa, che ne avrei parlato.
Prima di tutto perchè l'ultima cosa che lo riguarda, il film Capote, sento di consigliarlo a chiunque. Se non fosse altro per la recitazione strepitosa del protagonista, al limite dell'identificazione, e per la sceneggiatura che regge il film. Credo che pochi sappiano che è scritta da un attore, molto bravo, che è Dan Futterman (Urbania tra le sue cose).
Poi perchè è uno scrittore che ho sempre letto. Schizzinoso e villano com'era. Ma anche molto innocente. E di solito non c'è molta innocenza in chi scrive.
Per il primo libro, Altre voci, altre stanze. Il secondo, L'arpa d'erba, poi i racconti e i resoconti e tutto quello che uno trova, le ultime cose, va bene comunque.
Ed infine perchè la sua vita è stata legata ad un fatto estremamente grave in cui si è trovato emotivamente coinvolto e che lo ha cambiato per sempre.






Quello che troverete qui sotto (basta cliccare su "continua a leggere" perchè appaia tutto) non è una recensione, non è un racconto, non è un saggio, non è cronaca.
E' senz'altro tutte queste cose insieme e di più, perchè naturalmente ci sono anch'io, li dentro. Fisicamente, intendo.
E' una storia, con molti fatti e persone.
E', soprattutto,  come io scrivo e che cosa scrivo. Che poi è quello che sono.





                          A SANGUE CALDO  

 

 

  

 

 

A Truman Capote non sarebbe piaciuto.

 

O forse si, avrebbe apprezzato l'ironia della sorte, gli strani tiri del destino, talvolta così incredibili da far dire: "Ma dai, " con aria convinta, "la realtà è un'altra cosa dai film di Hollywood…"
Beh, questa volta la realtà ha avuto un incontro a tre, perché della realtà si è nutrita la finzione che a sua volta ha nutrito la realtà, tanto che ora ti guardi e ti domandi "Ma che è successo?" con l'aria più stranita del mondo.

 

C'era una volta, proprio in quel mondo, in una parte chiamata Stati Uniti, un ragazzino nato nel profondo sud che di questo sud aveva assorbito tutti gli umori. Erano gli anni intorno alla seconda guerra mondiale ed il ragazzino che voleva essere uno scrittore a tutti i costi aveva deciso di fuggire. E fuggendo si era ritrovato a New York a scrivere racconti per i magazines e diventare famoso per la brillante analisi dell'ambiente mondano che lo circondava. Divertirsi e guadagnare, un binomio perfetto per chiunque.

 

Poi alla fine degli anni cinquanta un fatto di sangue lo sconvolge fino a fargli abbandonare il suo bozzolo dorato.

  

Comincia a seguire la vicenda di una famiglia intera sterminata, senza motivo apparente, in una fattoria remota del Kansas. Sei anni come inviato del "New Yorker" a vivere passo passo ogni momento del delitto, fino all'arresto dei due assassini di cui diviene amico e che accompagna all'impiccagione. Qui la storia finisce. 

In Cold Blood si chiama il tutto ed è così che sembra si sia svolto il delitto.
Due giovani disadattati appena usciti dal carcere che, con la convinzione di andare a fare il colpo della vita, si trovano invece tra le mani una misera famiglia di agricoltori. E nella rabbia del bottino mancato la massacrano, per non lasciare tracce.
Ma non c'è mai stato sangue freddo: la frustrazione e lo smarrimento di due persone in qualche modo fuori del mondo, o meglio, abitanti di un mondo da loro stessi creato come meglio potevano, è quello che fa loro commettere un gesto di cui neanche alla fine riusciranno a comprendere la vera portata.

 

Avevano molto in comune con lui.

 

Truman Capote non fa ancora parte della storia della letteratura.


Se sei attento abbastanza ti accorgi che c'è uno scrittore acuto dietro ad un film come Colazione da Tiffany. Se sei capace abbastanza di grattare la patina e seguire il filo sottile di una ragazzina persa a New York, a giocare con giocattoli più grandi di lei: il sesso, il denaro, l'ipocrisia. Giocattoli che le hanno spiegato essere quelli che usano gli adulti civilizzati per essere felici, mentre lei sogna la casa lontana da dove è fuggita ed un padre ed un fratello, ancora più persi di lei. Ma che sente come l'unico posto cui appartiene.

 
Essere a casa tra persone senza casa. Ma che creano mondi propri in cui abitare. Su misura.
Come in Altre voci Altre stanze.

 

Ho letto A Sangue Freddo in una domenica pomeriggio della mia adolescenza ed ogni tanto l'interrompevo. Non per la crudezza del racconto, no, ma per la tensione che diventa a tratti insopportabile: tra te, lui che racconta e chi è raccontato, tanto che poi non sai più dove tu emotivamente finisci e dove razionalmente cominciano loro.
Per i colori che non sono mai definiti, per il bene ed il male che non sai mai dove stanno.  Se lo leggi da adolescente ti lascia un segno che non puoi non riconoscere ed al quale essere grato. E' una specie di simbiosi quella che Capote ti costringe a sopportare. La sua vita irrimediabilmente legata a queste due persone. Quello che leggi è se stesso a nudo più che una storia di cronaca nera.
Il racconto di una parte di vita di qualcuno e di quel pezzo di sé che ha lasciato sanguinante sulle assi di una forca in una mattina del 1965.

  

 

 

 

 

C'è chi sa dove è il bene, c'è chi sa dove è il male.

 

Il libro non l'ho più riletto. Forse non ce la farei una seconda volta. Tu lo sai che sono colpevoli ma questa specie di conto alla rovescia che porta in quel posto che già conosci - così che tutte le pagine per arrivare fin li sono solo la processione del funerale che stai per celebrare - mi mette fuori gioco.

 

Eppure la storia non sembra finire, perché nel 1967 il regista Richard Brooks, affascinato dal   resoconto che Capote ha intanto pubblicato, decide di farlo diventare un film.

 

E' un film che passa raramente. Eppure non c'è ricordo più  netto che ho dell'uso di un bianco e nero così tagliente ed annichilito, nella freddezza documentaristica della narrazione e la scelta minimale del finale. E' il cinema degli anni 60 che già si affacciavano ai 70.


Sapevo di conoscere quello che Capote aveva detto sulla lavorazione. Non potevo essermi immaginata la sorpresa che racconta di aver provato alla scelta degli attori ma non poteva essere nel libro, dato che è scritto tre anni prima. Dove allora? 
C'è voluto un po' ma poi l'ho recuperato. Si chiama I Cani Abbaiano ed è una raccolta di saggi - Garzanti 1976.

 

(C'è stato un periodo in cui mi sono divertita a comprare i libri che gli altri ignoravano e buttavano ed ho scoperto grandi scritti in edizioni magnifiche a cifre irrisorie. Ho per la mente Fratelli d'Italia di Arbasino in edizione Feltrinelli, con doppia copertina senza le revisioni ma con foto. O la prima edizione italiana del Ritratto di W.H. di Wilde per i tipi del Saggiatore, con una copertina grafica anni sessanta che varrebbe da sola il libro. O tutti i romanzi di Scerbanenco nelle edizioni Garzanti multiple che sono un sogno che ora molti pagherebbero oro. Recuperare lo stesso Capote non è stata cosa da poco. L'edizione di A Sangue Freddo che ho è quella del 1976 - ma il più difficile sono stati i racconti mai ripubblicati fino a poco tempo fa e che io ho invece nelle edizioni tardi anni sessanta.)

 

 

Il saggio si chiama Fantasmi nel Sole. Riporta il suo ricordo di sette anni prima, di come i due assassini ammanettati, Perry Smith e Dick Hickock, scortati dai poliziotti della stradale, sono stati fatti salire in macchina per essere portati da Las Vegas a Garden City. Centinaia di persone sono ammassate nella piazza, di notte, per aspettare di vederli. C'è tutta la stampa nazionale e diverse stazioni televisive, perché il caso ha tenuto l'America col fiato sospeso e proprio Perry timidamente ha chiesto se ci fosse qualcuno del cinema: "La vanità gli faceva gustare la fama, di qualsiasi genere fosse."

 

(Per la cronaca, Capote parlerà più tardi proprio di Garden City e dei suoi cittadini che sono arrivati ad odiare gli stranieri venuti a invadere la loro tranquillità: "Noi vorremmo dimenticare questa tragedia di cui provare vergogna ma i media non lo permettono con il loro insistere.." e la cosa mi suona esattamente come le parole di un qualunque sindaco di una qualunque cittadina, molte volte italiana.)

 


Capote racconta delle riprese. Siamo in un'aula di tribunale, la stessa del processo, con le stesse persone che li avevano condannati. Brooks vuole che tutto sia il più possibile simile ad allora, arrivando fino alla pignoleria maniacale di recuperare ed usare i mobili veri della casa dei Clutter, ora venduta.


Capote parla di un momento irreale di realtà quando, sporgendosi fuori dalla casa, deve guardare attraverso le veneziane che sono le stesse attraverso le quali anche i due avevano guardato: "Loro non ci sono più ma le veneziane sono ancora qui".


Come se tutta la realtà di cui quel momento fosse capace di riassumersi in quell'oggetto banale che balza in avanti a darti uno schiaffo in pieno viso.
Ed improvvisamente non hai più il pavimento sotto i piedi.

 

  

 

 

 

 

Con lui ci sono i due giovani attori ."Accanto a loro mi sentivo estremamente a disagio, imbarazzato. Conoscere Robert Blake ( Perry) e Scott Wilson ( Dick) e dover star loro vicino non fu un'esperienza che vorrei ripetere. Avevo visto le foto prima ma non ero preparato alla realtà sconvolgente. In particolare Blake. "La prima volta che lo vidi pensai che un fantasma si fosse materializzato dai raggi del sole: capelli imbrillantinati, occhi sonnolenti. Non riuscivo ad accettare l'idea che si trattasse di qualcuno che fingeva di essere Perry. Era Perry. Avevo la sensazione di precipitare giù nella tromba dell'ascensore. Era come se Perry fosse resuscitato.
Occhi ben noti in un viso ben noto ma che mi stavano esaminando con il distacco di un estraneo. Shock, frustrazione, senso di impotenza. I ricordi accumulati in quei cinque anni in cui avevo lavorato a Sangue Freddo mi travolsero come un ciclone. Ho bevuto mezzo litro di whisky in meno di mezzora e mi sono addormentato di colpo. Mi sono svegliato con la febbre, ignorando dove fossi e perché. Tutto irreale perché troppo reale, come tendono ad essere i riflessi della realtà. La realtà riflessa è l'essenza della realtà, la verità vera. Tutta l'arte è composta di particolari scelti. Immaginari o come in Cold Blood un distillato della realtà. Per il libro così per il film. Io avevo preso i particolari dalla vita, Brooks dal mio libro. La realtà due volta sovrapposta e per questo ancora più vera. Vedere il film fu come nuotare in un mare noto e poi essere colto di sorpresa da un onda e trascinato nelle profondità e alla fine essere scagliato stravolto su una spiaggia di sconfinata desolazione. Non vittima di un brutto sogno o di "un film, nient'altro" ma della realtà. Ci sono voluti cinque anni per scrivere il libro ed uno per riprendermi se posso dire di essermi mai ripreso."

 

 

Non si è mai ripreso. Se continuo nella raccolta di saggi, a caso, capito su uno del '72, che è strutturato ad intervista. Alla domanda "Poniamo che lei stia per annegare. Quale immagini secondo lo schema classico le passerebbero davanti?", lui risponde con un ricordo d'infanzia, il periodo della guerra a New York, davanti alla finestra di una pensione in un'isola del Mediterraneo e poi:
"Un giovane con i capelli neri e un ciuffo sulla fronte. Ha addosso una specie di bardatura che gli imprigiona le braccia contro i fianchi. Trema, ma mi parla, e sorride. Io riesco a sentire solo il rombo del sangue nelle orecchie. Venti minuti dopo è morto, appeso all'estremità di una fune".

 

L'arte, la vita, la realtà, la finzione. Tutto indissolubilmente legato, che arriva come uno scoppio a provocare stati di sospensione temporale.

 

 "Sono giorni strani questi. Ci sono consapevolezze che giungono a sproposito e dubbi da dubitare di nuovo.
Una fame abnorme, un vuoto senza fondamenta, dilatazioni senza pace.
Un incavatura in movimento che parte dallo stomaco e cerca sfogo nel cervello
che si rinserra per non traboccare.
Il termine forse
della prossima inquietudine
puntellata adesso dal guardarsi da fuori e vedersi diversi.
Ed aspettare se anche stavolta sarà nella stessa maniera.
Calda o fredda? Io dentro o io fuori?
Ogni passo che mi consegna una spinta in avanti ha bisogno di fermarsi
perché io me ne accorga e ci sorrida dicendo: di nuovo.
Ci sorrida o aspetti invece col fiato tenuto per vedere se il passo è finto o invece è uno vero.
Un altro millennio sulle mie spalle che misuro contando sulle dita.
E niente può apparire alla fine più ordinario"


 

Capote ha gli occhi per guardare che ti portano su strade delle quali non vedi la fine ma che devi percorrere comunque, nonostante tutto.
Delle quali non conosci la portata quando le cominci ma dalle quali non potrai tornare indietro.
Pur sapendo ed avendo già contato il prezzo alto che pagherai alla fine.


Robert Frost, poeta che Capote aveva conosciuto e chiamava vecchia carogna ( perché responsabile del licenziamento dal suo primo lavoro di giornalista) lo ha riassunto per tutti in
The Road Not Taken.


                                                           
Two roads diverged in a yellow wood,                  
And sorry I could not travel both                           
And be one traveler, long I stood                           
And looked down one as far as I could                  
To where it bent in the undergrowth;                     
Then took the other, as just as fair,                        
And having perhaps the better claim,                     
Because it was grassy and wanted wear;                
Though as for that, the passing there                      
Had worn them really about the same,                   
And both that morning equally lay                         
In leaves no step had trodden black.                       
Oh, I kept the first for another day!                        
Yet knowing how way leads to way,                      
I doubted if I should ever come back.                     
I shall be telling this with a sigh                                                                                                                                            
Somewhere ages and ages hence:                           
Two roads diverged in a wood, and I -                   
I took the one less traveled by,                                
And that has made all the difference.   

 
 
(Due strade divergevano nel bosco e
dispiaciuto che non potessi percorrerle entrambe
essendo solo, a lungo restai fermo
e ne gurdai una, piu lontano che potevo,
fin dove scompariva nella boscaglia.
Poi presi l'altra, per dirla tutta
e forse avendone miglior diritto
perchè era erbosa ed invitante;
sebbene il passaggio in  entrambe le aveva
consumate alla stessa maniera
ed entrambe quella mattina mi stavano davanti
con le foglie che nessun passo aveva ancora scurite.
Oh, terrò la prima per un altro giorno!
Ma sapendo come le cose portano ad altre cose,
dubitai se mai sarei tornato.
Un giorno, in qualche posto, anni ed anni da
adesso, con un sospiro ti dirò questo:
Due strade divergevano nel bosco ed io -
Io ho preso quella meno frequentata.
E questo ha fatto tutta la differenza.)


                                                                - . -


La storia potrebbe adesso essere finita.
Il film a tutt'oggi rimane un bell'esempio di cinema verità. Di Capote,  morto da diversi anni, rimane la carta.

 

Ma manca invece l'ultimo capitolo.
 
Venerdì  di aprile, 2002, notte tarda. Sto guardando Fox News e improvvisamente appare questa Breaking News: "Robert Blake arrested on murder of his wife - Could be death penalty (Robert Blake arrestato per l'omicidio di sua moglie - Rischia la pena di morte)" mentre sotto scorrono le immagini della polizia stradale che va a prelevarlo. Con le telecamere che seguono tutto il percorso dall'elicottero, tra la casa e il distretto. Più di 20 minuti di diretta della macchina con l'arrestato lungo le strade intasate di auto della Los Angeles in un tardo pomeriggio primaverile.
Il tutto per l'occhio della stampa nazionale e della TV satellitare.

 

"Ah…," dico "Robert Blake.. Quel  Robert  Blake ?"
Quello, appunto. Prove telefoniche intercettate. E la pena di morte è quello che rischia.


Il pavimento se n'è andato da sotto la sedia dove stavo e mi sono accorta di ponderare su realtà che sgusciano tra le mani a velocità sorprendenti.

 

Blake è rinchiuso subito in prigione. Nel marzo 2003 esce su cauzione di un milione e mezzo di dollari, mentre aspetta il processo. Nel marzo 2005 è dichiarato non colpevole, con una giuria ferma a 11 no ed un si, senza possibilità si smuoversi. Il commento del giudice è stato per Blake di "un pessimo essere umano" e per la giuria di essere "incredibilmente stupida".
Nel novembre 2005, portato di nuovo in aula dai figli della donna uccisa, è giudicato per  omicidio colposo e costretto a pagare 30 milioni di dollari.
Questo febbraio ha dichiarato  bancarotta.

 

Alla fine, non è una storia affascinante. E' una storia più che altro di miseria.
Di miseria allora, miserabile oggi. Una tragedia che nella sua catena senza fine sta toccando molte più persone di quante si possa immaginare. Che poi è come vanno a finire tutte le storie.
Beh, ho detto, indubbiamente a Capote non sarebbe piaciuto. 
Ma credo che avrebbe anche aspettato con un po' di incredulità per vedere se questa realtà poteva nutrire in futuro dell'ulteriore finzione. E può darsi che il tempo gli dia ragione.
Quello che alla fine non riuscirà a spiegarci è dove in questa storia stava il bene e dove stava il male, se li ha visti solo o li ha anche provati e provandoli, ha visto qualcosa che noi non abbiamo ancora visto.
Ma ora, francamente, non lo voglio neanche sapere. Tanto a chi servirebbe?

 

  

 

Postato da: MenandDreamers a 11:10 | link | commenti
cinema, letteratura, società


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