- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura ------- Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali -------------

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sabato, 23 febbraio 2008
CARAVAGGIO, LA BELLEZZA E L'IMMONDIZIA

Mi piace quando, parlando tra amici, ci si chiede: "Ma quel film (o sceneggiato o libro o che si voglia) è la vera storia? Cioè racconta la cosa veramente com’è accaduta o è, parola di fama derelitta, romanzato? E secondo questo si decide la bontà dell'opera.
Il Caravaggio di Longoni che ho visto domenica e lunedì su RaiUno è la storia vera o è la storia romanzata? I giornali e gli intellettuali di questi giorni si sono riuniti in coro per gridare alla poca accuratezza storica della cosa. Per me, in fondo, è come chiedersi se Ulisse è esistito veramente e se per questo l'Odissea vale più o vale meno. E' come chiedersi se l'uomo è esistito veramente: il mio passato esiste, è vero, o è come me lo ricordo, come un altro me lo ha fatto vedere, come io oggi credo che sia?
Non amo per niente gli sceneggiati italiani di adesso. Mi sembra che invece di raccontare storie per portare qualcosa allo spettatore, sia lo spettatore che dovrebbe dare a loro qualcosa, soldi presumo. O senso. E non credo ciò sia una buona base di partenza per qualsiasi opera d'arte. L'invenzione narrativa ha la sua strada che deve percorrere fino in fondo se vuole essere specchio della realtà, e non è un controsenso. E' la finzione che rende vera la realtà, non lo spiegamento ai quattro venti dei fatti come dovrebbero essere. Credo che lo stesso discorso valga anche per i documentari, i tg e tutto quello che viene normalmente riconosciuto come insieme di fatti. Si devono riconoscere per quello che sono: non realtà, che non vuol dire niente, ma rappresentazione della realtà. Quindi molto relativa. Come qualsiasi finzione narrativa.
E Caravaggio mi è piaciuto. Io che ho nel cuore un film come il
Caravaggio di Jarman (e se c'è qualcuno che ancora non l'ha visto si vergogni per 10 minuti e poi rimedi. L'edizione italiana del film ha uno dei doppiaggi più belli che mai mi sia stato dato di sentire) ho scoperto che mi piace anche questo. A parte la sceneggiatura che fa dire Fantastico! ad un uomo del ‘600 davanti ad un quadro, che si ferma sugli: "Eh! già, allora, uhm!” troppo spesso, sui molti dialoghi che piovono dal cielo irrisolti, sullo scavo dei caratteri di contorno pari a quello fatto da un cucchiaino sotto un elefante - e non è che per il protagonista le cose migliorino molto - e la musica della peggiore specie, melensa, ridondante ed inopportuna, la prova di Alessio Boni è splendida. Non è la luce di Storaro che ha fatto questo sceneggiato, anche se è bellissima e certamente ha contribuito la sua parte, ma è il protagonista che ha dato mente, anima e corpo allo spettatore. E lo spettatore ringrazia profondamente quando vede un attore che fa l'attore perché crede si possa recitare. Perché gli si fa quel dono che si realizza quando incontri la bellezza. ovvero estetica, etica e spirito sommati insieme. Insomma l'arte.
E la bellezza non è né nuova né vecchia, la trovi in un pittore morto da quattrocento anni e la trovi oggi. Non ha stato anagrafico. Come le persone da cui proviene.
In questi giorni di campagna politica in cui alcuni si sgolano a mandare a vaffa' le elezioni – poiché, infatti, a vaffa' questo paese è decenni che ci viene mandato, continuiamo pure a farlo, è giusto quello di cui ha bisogno - molti invocano lo stato anagrafico recente come fonte del cambiamento, del rinnovamento. E' bellissimo il valore attribuito alla persona come ad una borsetta di Prada: se sei della passata stagione non vali più. Di nuovo l'idea merceologica-ideologica di un essere umano, senza tenere conto del suo valore intrinseco, che potrai avere tanto o poco, il mondo è pieno di persone ignobili, ma che certo non dipende da quanti anni hai. Che a forza di fare la spesa nei supermercati ci è sembrato di vedere anche qualcuno di razza umana esposto con il cartellino della scadenza?
E gli scaduti dove li mettiamo? Bè, li mandiamo a Napoli e dintorni, tanto immondizia più o immondizia meno....
Nei giorni più caldi di quella storia, mentre guardavo da una parte allo sfacelo di quelle strade, alla latitanza delle amministrazioni pubbliche e all'ignavia dei suoi cittadini che si svegliano sull'orlo del baratro, e dall'altra guardavo un'università che stimo, dove ho trovato insegnanti meravigliosi, impedire a qualcuno di parlare in pubblico come richiamo alla libertà personale, mi sono portata le mani al viso e mi sono fermata un attimo a capo chino. E mi è tornato in mente un verso di uno scrittore medioevale, adesso molto di moda, che dice:
Ricordate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza, detto a chi voleva andare verso strade nuove ma aveva paura.
Ecco, che la paura non ci impedisca mai di ricordarci della nostra semenza. Che siamo esseri umani in mezzo ad altri esseri umani. Che siamo differenti da tutto quello che abbiamo intorno e che abbiamo da comportarci di conseguenza. Abbiamo una responsabilità che forse non vorremmo e per questo siamo tutti impauriti e cerchiamo di scapparne. Ma presumo che non è scappando, guerreggiandoci l'uno con l'altro o nascondendoci che ce la caveremo.
Forse pensando che la responsabilità non è quel peso che sembra, la responsabilità porta con se la libertà, questa sì un fatto, e la speranza.
Questo paese ha guadagnato tanti, forse troppi soldi e benessere dallo stato di cencioso dell'ultima guerra ma ha perso la speranza, anche quei due soldi di speranza che aveva sessant'anni fa. E che guadagno allora è stato?
Questo paese non crede più perché sono le persone di cui è fatto che non credono più nel loro futuro. Perché nessuno crede in loro se non come fonte di sfruttamento immediato o intralcio.
Non so dire con quanta gioia ho sentito alla BBC la notizia che il governo inglese stanzierà fondi per 5000 posti da allievo nel campo dell'arte tenendo conto del loro futuro e della loro eccellenza:
"We want to take raw talent, nurture it, and give people the best possible chance of building a successful business," Mr. Burnham ha detto.

Anche Caravaggio lo avrebbe apprezzato. Lui che ha vissuto una vita disgraziata, da fuori-posto perpetuo, in un secolo disgraziato eppure pieno dei futuri che sarebbero arrivati da lì a poco, con la scoperta della ragione, a ragione, come fondamento dell'uomo e della sua visione del creato. Lui che aveva incubi di squarci prospettici e luminosi ormai a tutti familiari, capace di lavorare perché anche in quel secolo disgraziato qualcuno credette in lui e gli dette una mano.
Anche Jarman, al cui ricordo va il mio saluto, lo avrebbe apprezzato. Tilda Swinton, sua attrice, lo ha ricordato un po' di giorni fa a Berlino. Di quanto difficili gli inizi, da fuori-posto incompresi, fino a che qualcuno credette nel talento e gli permise di continuare: mi manca, un regista come lui. Mi manca da morire il suo giardino di sassi e balocchi intelligenti che aveva costruito per tenere lontana la morte.
Vorrei con tutto il cuore che investimenti di questo tipo fossero apprezzati come possibili, e soprattutto necessari, anche nel paese dove sono e che vorrebbe farsi nuovo. Ma non è con le sole parole che ci si riesce.

Postato da: MenandDreamers a 15:11 | link | commenti
politica, riflessioni, cinema, arte, televisione

martedì, 15 gennaio 2008
Circolo del Cinema Tonino Moré - ciclo Cinema e Letteratura

Per tutti quelli che lo hanno chiesto, pubblico qui l'intero programma ufficiale del ciclo Cinema e Letteratura che il Circolo del Cinema Tonino Moré propone da questa settimana.

Allego anche il manifesto in pdf per chi lo vuole scaricare:Circolo Cinema Tonino Moré - ciclo Cinema e Letteratura 2007

 

             - Cinema e Letteratura -

   4 grandi autori per 4 grandi film

 

 

Il Circolo del Cinema Tonino Moré di Pergine Valdarno, in collaborazione con la Biblioteca Comunale, organizza un ciclo di proiezioni in quattro serate che hanno per oggetto il rapporto strettissimo e fondamentale che esiste tra cinema e letteratura.


Il primo incontro avrà luogo venerdì 18 Gennaio, con la visione del film I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, ispirato a un racconto di Anne Proulx che narra l’amore tra due cowboys ribaltando le convenzioni del western.
Il ciclo prosegue venerdì 25 Gennaio con l’opera di Michele Placido Un viaggio chiamato amore, film tratto dallo scambio epistolare tra la scrittrice Sibilla Aleramo e il poeta Dino Campana.
Venerdì 1 Febbraio
è prevista la proiezione del film Ritratto di Signora di Jane Campion tratto dal romanzo omonimo di Henry James.
La conclusione del ciclo avverrà venerdì 8 Febbraio con la visione di Neverland, film di Marc Forster ispirato alla biografia di James Barrie, scrittore di Peter Pan.
Le proiezioni, che si terranno presso il Centro Sociale di Pergine Valdarno alle ore 21.00, saranno precedute da una breve introduzione a cura di Chiara Micheli, Presidente del Circolo del Cinema Tonino Moré ed esperta di critica cinematografica.

Postato da: MenandDreamers a 05:40 | link | commenti
cinema

mercoledì, 02 gennaio 2008
STEAL THIS FILM II


                     Un futuro migliore per tutti?

 

La questione della proprietà intellettuale è diventata, con l'avvento di Internet, uno dei problemi centrali della nuova, o meglio, nuove culture (il plurale è rivelatore) che ci accompagnano in questo inizio di millennio. Gente sconosciuta che si incontra, culture che si incontrano/scontrano e cominciano uno scambio di saperi che era, fino a poco tempo fa, impensabile. Neanche gli scrittori più visionari l’avevano previsto così facile.
La cosa che la dice lunga su quanto il potere voglia tenere in pugno, con la sua ideologia dei soldi sempre e comunque, tutto questo scibile umano, è la dimostrazione lampante del perché nei mezzi di informazione tradizionali, anch'essi sottoposti ai soliti padroni, non ce ne sia cenno. Morti ammazzati e gente inutile in mostra a iosa, ciò che riguarda il modo con cui produciamo e gestiamo il nostro patrimonio culturale, che è di tutti, a chi potrebbe interessare? E la dice anche chiara su che cosa ormai valgono tali mezzi per la verità.
Alzi la mano chi ha ascoltato un qualunque telegiornale italiano e capito da loro davvero che cosa sia internet: il loro stupidario è pieno di connotazioni da luogo malfamato fatto di virus, pedofili, giochi da ragazzini e fuorilegge. E ancora peggio, i loro teleschiavi dall’altra parte dello schermo intanto dicono: “Internet? Ah, io l'ho sempre attaccato, mio figlio scarica anche 6 film al giorno e ci pensi, tutto gratis! Che pacchia,” con l'aria tra il losco e il soddisfatto di aver fatto chissà quale colpo basso furbissimo. Che per loro questo sia una possibilità da furbi non è una novità. Gli italiani spesso si conoscono di fama solo per questo e non è francamente una bella fama. Chi invece internet e la rete li conoscono e sa quello che sono, quello che valgono - e quale rivoluzione sia stata, paragonabile a poche altre nella storia dell'uomo, il loro arrivo - sa che c'è questo dibattito serissimo sulla proprietà intellettuale che proprio nella rete ha il suo centro.
Un po’ di giorni fa scherzando con un amico ho detto: ”Se non stiamo attenti, anche l’aria tra poco avrà un copyright…” Ma non c’è molto da scherzare. L’aria ancora no, ma l’acqua, in effetti: non ci sono quelli che vanno alle fonti naturali, di tutti da secoli, e imbottigliano l’acqua per poi rivendergliela con un nome sotto copyright? Sembra follia, loro lo chiamano mercato.
Controllare la conoscenza e il suo possesso è controllare l'uomo. Mia nonna che ha vissuto tutta la sua vita in un posto di 20 anime, fuori dal mondo, ragiona ancora con la mentalità repressiva fascisto-comunista con cui molta Italia pensa tuttora: non conosce niente e di tutto ha paura, c'è sempre un’entità enorme e informe non meglio definita pronta a farle qualcosa di spiacevole se non sta attenta, se non si nasconde abbastanza, se non pensa solo a sé stessa abbastanza. E non è mai abbastanza. Niente si può cambiare e quello che ci capita è il destino ingrato, non le colpe vere di qualche responsabile con nome e cognome, tu per primo.
A chi appartiene l’idea umana? La si può inscatolare e vendere? E il patrimonio culturale di ognuno può diventare possesso di pochi? Domande enormi a cui Steal This Film II, uscito da tre giorni sulla rete, cerca, a suo modo, di dare una risposta. Incompleta o di parte come può essere, ma almeno una voce fuori dai cori chioccianti per dire qualcosa di diverso.
Io ho tradotto la versione italiana di questo film. Il consiglio sincero che mi sento di dare è: scaricatelo, vedetelo, parlatene, fatelo vedere, condividetelo. Farà litigare e biasimare e arrabbiare parecchio e parecchi. Benissimo, è per questo che è nato. Io stessa farò degli screenings,  probabilmente anche con gli autori, e ne darò notizia. Indipendentemente dall'essere d'accordo o no su tutto ciò che lì dentro è detto (neanch’io lo sono), è l'unica voce a tutt'oggi disponibile per qualcosa che credo si avvererà. Forse noi non saremo in grado di vederlo, spero sarà per i nostri figli o nipoti o pronipoti. Siamo appena agli inizi, sono i primi vagiti di un modo più umano, nel senso di orientato all’uomo e non a sfruttamento dell’uomo, di pensare. Talmente nuovo e meraviglioso e libero che adesso sembra oltre ogni immaginabile utopia, quando parlare di speranza del futuro è sputare la peggiore bestemmia.  Però, a volerlo, si getta il primo seme: non si sono, tutti i grandi ideali, realizzati in questa maniera?


Il sito ufficiale del film è qui:  Steal This Film II 
Si può scaricare, tramite torrent, nel formato per ognuno più adatto, anche IPod. I sottotitoli da me tradotti in italiano per Steal This Film II sono nella stessa pagina.

 

Postato da: MenandDreamers a 01:07 | link | commenti
cinema

sabato, 29 dicembre 2007
Il Paradiso in Terra

Non posso non mettere la seconda puntata di questo serial festivo che mi è arrivata oggi sotto forma di una seconda lettera con il resoconto del Natale all'altro capo del mondo.


...Grazie di cuore per il vostro messaggio che è stato fatto partecipe ai miei bambini e comunità. Tutti siamo rimasti felici di sentirvi accanto a noi. Il S. Natale ci fa sentire tutti più famiglia e più buoni. Questo clima natalizio l’ha vissuto intensamente tutta la gente della mia Missione, in particolare i miei prediletti bambini. Veramente si sono sentiti al centro della festa e dicevamo di essere loro le persone più vicine a Gesù perché Lui è nato bambino ed è bambino come loro. Vari bambini durante la Liturgia della notte del Natale ringraziavano Gesù bambino per essere nato come loro, povero, nella capanna, bello, buono e bravo come loro. Qualcuno raccomandava a Gesù di fare il bravo, di non piangere quando ha fame e di non dare dispiaceri a mamma Maria e a papà Giuseppe. Le preghiere dei bambini sono state le più belle. Si sono ricordati di tutti dicendo persino i vostri nomi.  Hanno pregate per la pace, perché nel mondo scompaia la fame, la miseria, perché tutti siano fratelli tra i fratelli. Per un giorno, tutta la gente, in particolare i bambini, hanno potuto sfamarsi. La polenta e fagioli è stata in abbondanza per tutti. Ho pranzato a tavola con i miei fratelli missionari, con le brave sante suore (generosissime) e alcuni responsabili laici della missione. Un bel pollo di un Kg e mezzo è stato sufficiente per il pranzo natalizio per 27 persone: la polenta e il riso con pomodori non è mancato. Persino il panettone fatto con la farina di granoturco e zucchero è stato ottimo. Non mancava proprio nulla poiché il clima di gioia e di fraternità si notava in tutti. Abbiamo pregato per voi tutti. Abbiamo persino fatto del pettegolezzo e dei bei commenti esagerati ricordando anche voi riuniti attorno al panettone e ad una montagna di cibo, regali e luci. Insomma abbiamo parlato anche di voi: sempre bene però! ...

Non so quante volte ho riflettuto in questi ultimi tempo su che cosa sia per chi scrive scrivere: il senso che abbia, il fine possibile, se non sia spreco di energie e di narcisismi deficientemente incanalati.
Insomma. Se scrivere non mi serve per vivere una fuga, che "mi porta lontano e mi fa sognare", come nei peggiori commenti al film preferito, se scrivere non è il fatto di poter andare ad abitare perennemente in quell'elettrodomestico da salotto che centrifuga cervelli e discernimenti o dentro le critiche del critico di turno nella rivista di turno del festival di turno, insomma, il mio posticino assicurato di fama e salamelecchi, inchini e complimenti nelle prossime antologie, allora, ma che scrivo a fare?
Ognuno che scrive scrive per ragioni differenti, e il prodotto del suo scrivere prende strade differenti. Ma potrei scrivere senza scrivere? Potrei far scrivere solo gli altri? Mi sa che è quello che sto facendo sempre più spesso e neanche poi troppo inconsciamente. Mi sento di nuovo un mezzo e non un fine e posso assicurare che è una posizione di privilegio sentirsi un acciarino. 
Mi fa molto pensare anche a che cosa sia fare giornalismo seriamente, ascoltare invece di parlare, testimoniare invece di interpretare. Testimoniare. Credo che, per quanto confusamente e certo non intelligentemente, scrivere sia questo per me. E se la mano che lo fa sia la mia o quella di un altro mi è indifferente. Ma testimoniare che cosa? Quello che mi fa comodo, quello che credo di vedere? Quello che mi piace sapere? Quello che è socialmente - ah quanto! Non c’è schitarrata o pagina scritta che non lo sia ultimamente - corretto?
Qui quelli che sopravvivono con la nostra striminzita generosità?
Dall'altro capo del mondo loro muoiono di fame di pane, noi in questo capo del mondo moriamo di fame d'amore. Questi capi del mondo non sono poi così lontani, hanno entrambi piedi sporchi e fragili.

        

Testimoniare. Il fotografo Hans Madej ha scoperto qualche anno fa un villaggio, nella Polonia orientale, dove la gente vive usando la Bibbia come sceneggiatura per la vita. Ognuno ha un ruolo assegnato, ognuno è partecipe alla costruzione della futura capitale del mondo, posto ufficiale del paradiso terrestre. Che loro aspettano, secondo le parole del profeta Eliasz vissuto negli anni '30. E  permette loro di sperare e sopportare religiosamente guerre, rivoluzioni e comunismi.


Così rido del pollo diviso in 27 e del panettone che non io ho mangiato: terrò le uvette come le briciole di Hänsel e Gretel, per ritrovare la strada tutte le volte che la perderò nel prossimo anno (e saranno diverse, presumo).

 


Das Paradies auf  Erden, film di Hans Madej, uno dei migliori che mi sia capitato di vedere, è qui.
  

Postato da: MenandDreamers a 20:12 | link | commenti
riflessioni, cinema, scrittura

sabato, 08 settembre 2007

                             HEROES

         e un festival del cinema

Heroes. Ho aspettato un po’ per parlarne perché volevo ascoltare le reazioni generali, ero molto curiosa.
Prima gli ascolti. Così così tendente al buono, Italia Uno ci conta molto. Ha già replicato le prime quattro puntate in tarda seconda serata e gli spot per le nuove sono onnipresenti. Certo, vedere Peter Petrelli che combatte i suoi incubi privati con sotto un biscotto McVities’ che passa non è una delle esperienze migliori. Ma tanto sappiamo che quando la tv italiana vuol fare la cialtrona ci riesce benissimo. Idem per il doppiaggio (dove sono andati a finire gli accenti nazionali e le sfumature in questo piattume?) ma inutile ripetere, è storia vecchia, annoia solamente.
Quando seguivo con tutta la community in movimento la stagione passata in USA, e sapevo della programmazione anche italiana (venduta in 80 paesi, ormai la tv seriale americana è cinema a tutti gli effetti e in tutti i sensi e in via di sorpasso) mi domandavo se sarebbe piaciuta anche qui. Ora, a distanza di una settimana, la questione rimane: piace? E a chi? Certo, a chi non piacciono gli eroi se poi sono super? E i fumetti, manga e comics, dai quali prende a piene mani? Non a caso il personaggio più generalmente amato è quel gigantesco dork (per ora) di Hiro.
Credo, al solito, che come per tutte le operazioni intelligentemente fatte, anche questa serie abbia i suoi buoni tre o quattro livelli di lettura, e per questo possa penetrare e mettere in comunicazione platee che poco hanno da spartirsi, sedicenni come cinquantenni, indipendentemente dal paese. Non indipendentemente invece dal livello di conoscenza: non sono queste le nuove frontiere? Non le linee sulle cartine geografiche ma le linee sul sapere e di consequenza sulla parola scritta?
E sembrerebbe strano ma invece no, solo noi qui non ce ne accorgiamo, come i libri siano una presenza costante e imprescindibile in serie di culto come Buffy e Angel e Supernatural e ora Heroes.
Cioè serie per giovani, quelli che dicono non aprono mai un libro e fanno solo videogiochi e sms (insomma gli ignoranti persi).
Quelle serie, cioè, che andando ben oltre ogni considerazione di audience e successo, sono davvero già entrate nel cuore di un'intera generazione e sono figure preminenti dell'orizzonte immaginario di un’epoca di spettatori di internet (quindi consapevoli e attivi). I libri, quindi la conoscenza e la ricerca della conoscenza come possibilità di salvezza del genere umano, strumento grimaldello contro la follia e la violenza. I mostri si combattono a suon di biblioteche e ricerche, le eredità dei morti tengono i vivi viventi.
Per me è uno dei messaggi (veri) più belli che qualcuno possa dare, il passato e le testimonianze di altri che servono a mettere le radici per un futuro possibile. Desiderato, quindi possibile.
In questi giorni di Mostra Cinematografica d’Arte Venezia ho sentito decine di registi ed attori dire quanto i loro film fossero importanti per il mondo intero perché trattavano argomenti importanti. Ed io pensavo ogni volta a come invece l'importanza non sta nella tua decisione, ma in quello che senti e hai fede, che se sei capace veicola le tue azioni e il tuo creare.
A Venezia ho visto poca gente credere in qualcosa. Ho visto denunciare e additare ininterrottamente, fare coloriti panegirici sui mali degli altri (sempre degli altri) ma poco credere e costruire, fornire una visione. Serie come queste invece offrono aperture che il nostro immaginario culturale novecentesco ha perso da molto, o forse non ha mai avuto, se non per pochi. Quel senso del popolo semplice e normale (bellissima parola, mai troppo adorata), della storia come fato unitario di radici comuni, quel senso di nazione che niente ha a che vedere con passatismi e retoriche ma come invece appartenenza ad un'idea più grande della quotidianità dei soldi e degli interessi solamente individuali. Che si erge e lotta ed accoglie. E lotta. E lotta perché ci crede.
Quel senso che fino a che non sarà ritrovato, rende inutile fare i convegni degli addetti al settore sulla speranza del cinema italiano che passa attraverso i finanziamenti e il redigere 100 manifesti e il biasimare il pubblico incapace di comprendere.
Non sono i soldi che mancano, di questi ce ne sono troppi. Dell'umiltà e del coraggio invece, che appartiene da sempre ai migliori di questo popolo, di questo pare si sia persa traccia.
Credo sia ora, noi che ci crediamo, di dire francamente che con questi miseri figuri non abbiamo niente da spartire. Di mollare questi pachidermi ideologici, queste ferite intellettuali mummificate e guardare più lontano, lontanissimo. Forse non abbiamo ancora idea di quanto anche i nostri poteri, senza essere extra, siano enormi.

.

HEROES - tutte le domeniche alle 20,40 su Italia  Uno.

VENEZIA, a parte Haynes, De Bernardi e qualche boccone sparso, come diceva Brusati, da dimenticare.

 

Postato da: MenandDreamers a 17:28 | link | commenti (3)
cinema, serie tv, società

sabato, 02 giugno 2007

 

                              DUE FILM DIFFERENTI

.

Del primo credo di averne parlato a tutti, ma proprio a tutti, negli ultimi sei mesi. Tanto che quando è uscito venerdì scorso anche qui in Italia ho ricevuto decine di feedback del tipo: "Ah, è arrivato quel film che dicevi, domani vado a vederlo" ed io: “Benissimo, perfetto, grande, era ora” e poi “però, uhm, attenzione,  non è proprio un film canonico canonico, insomma, ecco....”.
No, in effetti, THE HISTORY BOYS non è molto canonico. Né accomodante. Comunque parla di storia. E di ragazzi. Di ragazzi che imparano la storia e sono all'ultimo trimestre prima di affrontare l'ammissione per Oxford e Cambridge. E siamo nel 1984 (New Order a iosa, tanto per intenderci). E discutono di storia. E si incazzano con la storia. E usano la storia per capire come stare al mondo. E litigano. E fanno i ragazzi. E imprecano. E sono ragazzi e fanno anche i compiti. E citano Shakespeare e Breve Incontro. E soffrono per amore e si innamorano del professore di storia. O viceversa? Mah.
Recitato splendidamente da un cast che lo ha fatto decine di volte in palcoscenico, tratto da una pièce teatrale di Alan Bennett, probabilmente il film più bello e serio - di quella serietà di cui tutti abbiamo bisogno ma che non ha niente a che vedere con la seriosità bigina e paludosa che spacciano troppo spesso per buona - che ho visto da un anno a questa parte.
 

  
L'altro invece è un horror e probabilmente ad oggi sono la prima a parlarne in italiano. Si chiama GRITOS EN EL PASILLO - grida nel corridoio - ed è fatto con quattro gusci…..oops, volevo dire soldi - più o meno 6000 euro.
Gli interpreti sono noccioline americane e lo stile è quello più magistralmente burtoniano che si possa immaginare. Scricchiolii sospetti, ragni a penzoloni, tenebre fitte e passi sul selciato, insomma il meglio dei brividi di paura. Il regista, spagnolo, ha detto che va bene Almodovar e Amenabar, ma che se non faceva qualcosa di differente, giura che scoppiava. Dargli torto? Venga anche in questa penisola, por favor. E il bello è che, previa lamenti di scarsa diffusione della pellicola, lo si scarica in internet per solo 1 euro e 99.
Vedere il trailer per capire. Si, si.
 

Sito ufficiale   www.gritosenelpasillo.es

 

Postato da: MenandDreamers a 06:37 | link | commenti
cinema

mercoledì, 14 febbraio 2007

 

 “Dobbiamo andare”
 “Si, ma dove?”
 “Non importa, l'importante è che andiamo.”

                                                            (Sulla Strada)
 

Non è la prima volta che succede. Neanche la seconda, per la verità. In questo particolare caso è la terza. Ennesima se guardo al generale, ma adesso vorrei stare sul ristretto locale e quindi è la terza. Pare che io appartenga, insieme a diversi altri, milioni direi, ad una speciale categoria cui è stato dato l'aggettivo di decerebrati. Mi vengono in mente memorie importate di manicomi da tortura, stanze degli orrori di fine ottocento con i poveretti legati ad urlare, sputare e grattarsi. I vegetali, li chiamavano, reminiscenze di Lombroso. Quelli che il cervello lo hanno perso, anche se fisicamente sta ancora lì. O forse non l'hanno mai avuto, sai che peso per la famiglia e la società che devono essere come si deve. Perfette, l'uomo è perfetto, prima di tutto il cervello, se no non è un uomo. Razionale e scientifico.
Oggi, in tempi di politically correct, guai sarebbero a dare ad uno con problemi di mente l'epiteto di decerebrato: si rischia di suonare un tantino razzisti e cafoni. Così lo si usa in senso traslato, ma sempre ad indicare quelli che il cervello se lo sono comunque bevuto, incapaci di comprendere.
Abbiamo minacciato lo Stato? Ci siamo messi a regalare i nostri beni? Peggio. Apparteniamo a quel gruppo di persone cui piace una trilogia di film che si chiama THE FAST AND THE FURIOUS. Per quelli che il cervello ce l'hanno ancora spiego che è quella serie dove ci sono belle ragazze, tosti ragazzi, musica rock/tecno e macchine truccate. Molto truccate. E l'ora e mezzo che ogni film dura è fatta per raccontare una storia di conflitto tra i suddetti tosti che si risolve in una lotta titanica non a suon di pistole ma in una corsa illegale a vedere chi primo arriva. Fine. Più o meno. I sottintesi psicologici si accumulano.
Quando dico che a me piacciono, bisogna che tenga sempre conto del distinguo tra gli ambienti. Se sono su un treno o al supermercato, funziona. Se sono in un circolo di intellettuali c'è un iniziale annebbiamento dello sguardo dell’interlocutore, che si schiarisce solo quando capisce e realizza: lo dicevo che mi si stava prendendo in giro, e si volta sollevato.
Ma cos'è che ci piace? Le macchine, probabilmente, e quel che di stradaiolo e populista, un sano odore quotidiano, familiare, che hai voglia di realismo sociale del cinema italiano: se lo sogna.
Ci piace quello che guidare una macchina fa provare da sempre, anche quando la macchina, come la mia, è una Fiesta anno 1992 colore depresso: la libertà. Che è libertà anche quando sei intasato nel traffico invece che da solo su un rettilineo deserto.
Io adoro guidare. Adoro sterzare e parcheggiare, infilarmi dove non posso, uscirne e qualche volta no. In macchina penso, chiacchiero, mangio, ascolto musica, batto il tempo e la metrica e l'altro che tutti facciamo.
Di giorno è bello e la notte è ideale. Le strade di notte sono strisce di velluto punteggiate di stelle sfocate, opache luci che scaldano.
E questi film, effetti speciali e dialoghi traballanti compresi, ce la danno. Me la danno. Strano davvero. Più che altro mi piace proprio la materia, la lamiera e la gomma, i colori sgargianti e le vernici fosforescenti. Per me vanno perfettamente daccordo con la letteratura. Come va daccordo col fatto che amo tutte le macchine, computer e ogni altro aggeggio industriale, mi piace come sono fatti dentro e uso i cacciaviti come segnalibri dei sonetti dei rimatori trecenteschi. Si, strano davvero, che cosa sia davvero cultura. Jack Kerouac, di cui è uscito un libro strepitoso (una ampia selezione dei suoi diari personali) lo sapeva bene. Consiglio a chiunque di comprarlo al volo, tanto per capire come si conciliano altri due presunti opposti, Cristo ed il beat, e ci ridà, dalle sue parole direttamente, una sorta di innocenza di critica su un personaggio che in Italia è stato costruito e inventato, ma credo molto poco capito, spogliandolo di quell'aura da poeta maledetto che fa tanto piccola trasgressione borghese casalinga ma che per uno scrittore come lui (e francamente chiunque) trovo ridicola e riduttiva.
Così oggi, quando su FILMTV numero 7 ho letto la recensione di The Fast and The Furious: Tokyo Drift, ora su Sky, e l'ennesimo critico cinematografico ha pronunciato la parola suddetta rivolta agli spettatori, ho gioito.
Decerebrati in questi giorni non sono quelli che chiamano sport stare a sedere sugli spalti e dire: “la mia squadra ha fatto questo, si è parato da dio, che goal abbiamo fatto...” perché hanno ragione, il calcio è cultura. Lo dicano ai genitori dei ragazzini che si scannano mentre guardano i loro figli decenni giocare nel campetto di paese, sperando che diventino milionari, e altri fanno esercizio ammazzando i poliziotti.
Oppure la “Cultura Moderna” di chi ha il cervello è il programma di Canale5 con le tette proliferate e milioni da vincere da casa (notate un tema ricorrente qui?).
Decerebrati siamo noi che non capiamo che in certe torri nostrane il cinema deve essere quello giusto e riconosciuto d'arte, possibilmente con il contenuto rilevante (da chi e che cosa?) e non ci si vuol rendere conto che con quattro battute e sette inquadrature qui si riesce a costruire un mito ed un epos, un elemento fondamentale della cultura in cui la collettività si riconosce, dove altri, leggere: quasi tutti, a suon di testi sociologici e trattati carismatici, falliscono miseramente.
Così ce lo dicano ancora, è bellissimo essere decerebrati. Noi intanto andiamo.

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     Un mondo battuto dal vento 
                                   Kerouac Jack, Mondadori
                                               
€ 17,00  

Postato da: MenandDreamers a 21:19 | link | commenti (1)
cinema, letteratura

lunedì, 25 settembre 2006

 

 PERCHE' ANCHE GLI EROI PIANGONO SPESSO

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Ho visto le prime immagini del nuovo film di Frank Miller "300". Il trailer ha fatto una breve apparizione e poi è sparito, su richiesta della Warner di toglierlo da tutti i siti dove era stato caricato.
Interpretato dall'attore inglese Gerald Butler, è la versione cinematografica della omonima graphic novel sulla gloriosa resistenza delle Termopili: la lotta quasi inumana dei 300 spartani comandati da Leonida contro l'esercito dei Persiani e la prima semina per l'inizio della democrazia. Fino alla fine prevedibile.
Il film è girato con la tecnica di unire attori veri con sfondi virtuali, per ricreare in modo fattuale un immaginario adatto.
Ha già da un po' un sito ufficiale, qui, con diari dai sets, foto, ecc.


Ma è stato il trailer che francamente mi ha convinto a fare questo post. Se quello che si vede in 3 minuti è più o meno quello che vedremo tra un anno, allora credo che valga l'attesa. Naturalmente è tutto quello che ci si aspetterebbe da un film del genere ma anche molto, molto altro.

E ha soprattutto un debito non indifferente in termini di linguaggi, colpi d'occhio e strutture, verso uno dei film più disprezzati di questi ultimi anni: Alexander di Oliver Stone. Che io invece continuo ad amare e continuo a consigliare a chiunque, insieme alla lettura della biografia scritta da Arriano che con film fa tutt'uno: ho fiducia che sarà il tempo a riconoscergli i meriti. E molti meno pregiudizi.

Il trailer di 300 è circa 10 MB, in formato .mov e si puo' scaricare da qui.
alcyone7676 sono sia l'ID che la password. Si legge con QuickTime.

Chi ha voglia mi faccia sapere che ne pensa. Mi piacerebbe sentire le impressioni mentre lo aspettiamo.

 

      

Postato da: MenandDreamers a 20:19 | link | commenti
cinema

lunedì, 11 settembre 2006

Festival del cinema di Venezia 

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parte seconda

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L'ho sentito al volo, non mi ricordo dove: spocchioso e fuori dal tempo, riferito al modus operandi della giuria. Sono d'accordo.
Quel modo di fare alla francese, qualcosa tipo "più sono inguardabili, più sono di valore", che è insopportabilmente vecchio.
Ma tristemente fuori anche da ben altro. Amelio parlando del personaggio principale del suo film: "Ho fatto questo film perchè persone come lui non esistono più", ha detto.
Allora mi sono domandata - sinceramente, perchè Amelio lo stimo, stimo molti dei suoi film passati - queste persone, anche se in buona fede, dove vivono.
Qual'è il loro mondo quotidiano quando non sono sul set. Che persone incontrano, che libri leggono, se la mattina montano su un autobus o vanno a fare la spesa sottocasa. Insomma, queste persone abitano questi posti, queste strade, questi menti e cementi del nostro orizzonte o sono in un loro luogo separato, fatto di idee su come le cose dovrebbero essere invece di come sono.
Non lo so, francamente.

Sentendoli parlare non ne ho idea. Quello che so,  invece, è che l'arte in questo paese languisce di morte lenta. E non credo che le due cose siano separate.


Tornando al concorso, come previsto premi e riconoscimenti al nulla o quasi. Se penso alla mostra dell'anno scorso il confronto è sconfortante.
Per aggiornare il versante film, invece, direi Paprika di Satoshi, animazione di fantascienza, Bobby di E. Estevez, racconto corale sulla giornata precedente all'assassinio di Robert Kennedy, The Amazing Life of the Fast Food Grifters, isterico e screanzato.
Children of Men è tratto da un libro notevole della giallista inglese P.D.James. E parla di bambini, come molti dei suoi libri, in maniera apocalittica. Non è un caso, visto il mestiere che ha svolto. Sangue innocente non l'ho ancora visto in film ma sarebbe ora che qualcuno lo facesse.
A Guide to Recognizing Your Saints  di Dito Montiel è un racconto di crescita di un ragazzo a New York negli anni '80 ed usa un montaggio fratturato come la storia che racconta.                                                                                           E per finire Infamous di D.McGrath. Ancora un film su Truman Capote e ancora una volta dalle mani di un attore. Questo è curioso.
Interpreti inglesi, tra cui Daniel Craig, ora famoso perchè interpreterà 007, ma di ben altra stoffa (l'ho conosciuto con una miniserie televisiva che si chiamava THE ICE HOUSE, tratta, insieme ad altre tre, dai libri di un'altra grande giallista inglese, Minette Walters). Un Capote ugualmente interessante. Stesso periodo preso in considerazione, stesso libro in scrittura - In Cold Blood - stessi fatti del precedente.
E sentito, soprattutto. Di pancia e di stomaco, partecipato.
Forse un po' inventato, molto immaginato. Ma questo, per me, non ha mai guastato un film.

 

                      

Postato da: MenandDreamers a 02:56 | link | commenti
cinema

giovedì, 07 settembre 2006

Di ritorno dalle vacanze, cosa c'è in giro.

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Intanto Venezia.

Un Festival del Cinema un po' spento, quest'anno. Nessun film eclatante, nessun film terribilmente pessimo. Una media che in fondo non mi piace. Preferisco gli opposti accentuati, preferisco le asperità alle superfici arrotondate. Guardando qua e la non mi importa molto di chi avrà il Leone, perchè i film più interessanti stanno fuori concorso. Lynch, intanto, dopo un po' d'anni da Mulholland Drive. Con le ennesime polemiche sulla struttura di Inland Empire: "Io non capisco che cosa vuol dire" "Io non ho capito il finale" "Io non ho capito l'inizio"... Quando ci si mette davanti un'opera d'arte come davanti ad una fattura commerciale, allora è finita. L'idea di considerare un film come "logico" è giustissima, se solo non si pensa che sia l'unica. Perchè altrimenti facciamo fuori un secolo e passa di sperimentazione dell'immagine e del nostro istinto, di quel luogo rosso sangue che è il nostro inconscio. La paura è nemica dell'arte e le spiegazioni sul funzionamento è meglio lasciarle per gli elettrodomestici.
Un altro film da tenere d'occhio si chiama Falkenberg Farewell e viene dai paesi scandinavi, dei quali conosco piuttosto bene la produzione e non la amo. Per il loro dogmatismo formale, ma anche etico. Questo invece mi sembra buono. La storia di un gruppo di ragazzi adolescenti, in bilico in quel punto cruciale che è la presa di coscienza della maturità. E' l'atmosfera sospesa e incantata, certo non idilliaca, che mi sembra funzioni.
Johnny To con Exiled invece è in concorso. Sempre lui, sempre i suoi ultimi colori. Non originale ma bello. E poi con quel romanticismo accentuato che i paesi occidentali hanno dimenticato, trasformandolo in cinismo. Considerando che in Italia i suoi film non sono distribuiti, un premio sarebbe un'ammenda dovuta.
Qui il trailer.
 

Poi la tv

che ultimamente langue.
Per chi è interessato a Venezia consiglio gli speciali del 1° (ore 1.00 circa) e 3° (idem, ma anche alle 12.15) dei canali Rai. Non saprà assolutamente niente sui film passati in giornata ma in compenso si farà due risate sulle stupidaggini con cui riempiono il tempo a loro disposizione.
Per quanto riguarda i palinsesti, pochissimi film di qualità e molte repliche. Solo le serie riprendono.

Domenica 20.45 ITALIAUNO House
che riparte dalla seconda stagione e

Mercoledì 22.50 ITALIAUNO Prison Break
con gli episodi inediti della prima serie, quelli dal 14 fino al 22. 

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Ed infine arte

Chi passa nel centro della Toscana, sabato 9 e domenica 10, si fermi ad Arezzo a vedere Framenti, la seconda rassegna d'arte "Enjoy Art 2006", ovvero le arti a 360°: grafica, musica, video, letteratura in un grande spazio espositivo. Nella parte letteraria ci sono anch'io con alcune mie poesie. Il luogo è quello dell'Anfiteatro Romano e l'ingresso è gratuito.

Postato da: MenandDreamers a 20:59 | link | commenti
cinema, arte, in settimana



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