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Mentre su Raitre ieri sera iniziava la serie FLASHPOINT che conosco per un attore che la interpreta, Hugh Dillon, fino a poco tempo fa cantante della band canadese degli Headstones, su Raidue partiva X Factor 3 con i dodici cantanti e gruppi che chi ha seguito i daytime conosceva già.
Serata di rodaggio, serata un po' piatta, forse per vedere di riprendere l’abitudine, e ancora acerbissimo l’insieme. Anche un po' sbrindellata, per chi capisce il toscano. Però le impressioni dei giorni scorsi si sono più o meno confermate, segno che poi chi guarda ha un filo logico da seguire.
I giudici tre come sempre, la Maionchi che ha aspettato si e no 30 minuti per la sua prima imprecazione, Morgan incontenibilmente agitato di abiti e corpo coi capelli tagliati a zero, un esperimento riuscito malino, e una sfilza di T-shirt appuntate con spille da balia tra Carmelo Bene e Rimbaud, e Claudia Mori che aveva indossato i capelli persi di Morgan come parrucca per ringiovanirsi l'immagine. Mah.
Poi in ordine di apparizione:
A&K – duo che era ottimo ai provini, ma la ragazza è stata esclusa dalla gara perché figlia di dipendente Rai e il ragazzo rimasto orfano si è visto costretto a trovarsi in pochi giorni un nuovo compagno. Il risultato è stato così: le voci ci sono, peccato che appaiano come due solisti che si guardano in cagnesco.
Ornella – bella, brava, un po' noiosa. Non so cosa fare ma le cantanti modello Beyoncé o quelle che si sgolano dai Titanic a me fanno l’effetto Xanax anche senza aspettare tre settimane.
Damiano - Eh, lo dicevo, alla fine è entrato. L’anno scorso ci mangiammo le mani in tanti. E ci mancava altro: qui c’è stoffa e grazia. E spessore e insomma, andrà parecchio ma parecchio lontano. E' ora di andare a rispolverare la sfera di cristallo dell’anno scorso.. un attimino, pffffff pffffffff, eccola qui bella lucida, ecco si, lo vedo… parecchio, parecchio lontano.
Yavanna – trio di sorelle…dunque dunque dunque dunque abbiate pazienza ma non ce la faccio: e le orecchie da elfo, e i vestiti da elfe, e la voce da elfi, e i gesti da elf... mannaggia, vedo il bosco come luogo più appropriato del palco, quello con l’incantesimo come in Brigadoon, che appare solo di notte e casomai locato tra le distese della Patagonia. Di una simpatia mortifera, di una comunicativa mortale. E noi vogliamo vivere, andiamo oltre, per mille elfi!
Marco - qui ci siamo eccome, per me la migliore esibizione ieri sera, con Man in the Mirror di Jackson. Per lui vale lo stesso discorso fatto per Damiano. La sfera di cristallo è la stessa, si.
Sofia, altrimenti detta l'altra Francesca - giudizio sospeso, siamo ancora incerte tanto.
Francesca – buona cantante ma ancora non riesco a piazzarla, una menzione a parte i magnifici capelli da Napo Orso Capo.
Chiara – ragazzona con la voce cristallina, versione 3.0 senza svisi di Daniele dell’anno scorso, ha cantato Smile con sentimento ma anche molto normale.
Horrible Porno Stuntmen – rockabilly a go-go – simpatici come puffi. Tainted Love il pezzo e nessuno nomina i Soft Cell.
Francesco – la paura gli ha tolto il fiato e francamente era inascoltabile. Infatti a lui è toccata la prima eliminazione.
Silver – o meglio Silvio, una voce da anni sessanta e anche l’aspetto da folletto rock. Mi piace.
Luana Biz – Con questi quattro ci siamo, le voci le hanno e anche il resto, vedremo se hanno anche lo spessore.
Serata lunghissima come sempre ma a me va benissimo, divento uno spettatore modello per far contento chi scriverà il prossimo trattato sociologico sulla tv, tra pubblicità sempre più frequenti e siparietti e ricordi, Mike che ci ha lasciato, la Ventura idem ma sta ancora sulla terra, Noemi che è venuta a presentare con Fiorella Mannoia un buon pezzo del nuovo album in uscita e a prendere il disco d’oro. A fine ottobre verranno anche Matteo e i BSOD per il loro e a presentare i nuovi cd.
Alla prossima, che è mercoledì, e naturalmente il consiglio per chi lo vuole è di guardare anche RAI4, ore 8 o 13 o 20 per gli extras, perché è nella preparazione musicale dei partecipanti che sta l'ottimo valore di X FACTOR.
Prossimamente sicuramente classifica Itunes per Marco, Damiano, Noemi, Chiara.
Intanto ascolto questo gioiello di finezza e sensibilità:

Esce questo venerdì 17 aprile nelle sale italiane THE FAST AND THE FURIOUS 4 - Solo Parti Originali – ultimo film della serie iniziata nel 2001 e ora giunta al quarto episodio. Dopo i due film intermedi interpretati da cast assortiti con questo si ritorna all’originale cast del primo, Paul Walker nelle vesti dell’agente infiltrato O’Conner e Vin Diesel in quelle di Dom Toretto, capo di una piccola tribù simil-familiare di ladri d’autostrada e corridori di macchine truccate e gare clandestine.
Film pompati a mille naturalmente, scenari notturni, odori di oli bruciati e sudore, macchine incredibili, interpreti muscolosi e spesso in canottiere, grugniti di sceneggiatura, insomma tutto da copione come ci aspetta da questo genere ad alti ottani. Destinati agli uomini che non devono chiedere mai, come da pubblicità. Morale della favola: il loro pubblico è equamente diviso tra maschi e femmine.
All’epoca del primo ricordo un amico chiedermi: “Ma ti piace The Fast and The Furious?!?! Ma sono film da maschi senza materia grigia, che ci trovi d’interessante?” Bella domanda.
Ora ci credete che con qualunque dolce donzella ho parlato che li gradisce, nessuna di loro li trova film “da maschi?” E poi diciamocelo, non è un po’ come al vecchio asilo o elementari, il celeste i maschietti, il rosa le femminucce, o l’uovo di Pasqua che ho comprato la settimana scorsa con sorprese maschio o femmina? Che anche alle fanciulle piacciono le macchine che corrono e non solo perché le guidano i maschi? Dovreste vedere la mia collezione di Hot Wheels! Perché la Chevelle ‘70 nera me la comprerò quando sarò ricchissima.
Certo, dentro questi film il ruolo di molte donzelle suddette è di essere solo succinte e dondolare i loro bei fondoschiena, ci sono scene lesbo come da copione di qualunque porno da maschi, quindi parrebbe ci muovessimo nel peggiore cliché di serie b e b+, eppure no, il risultato finale è che sono meno stereotipizzati e ghettizzanti di decine di film d’autore italiani di buona volontà. Omadonna, ma allora che cos’è? È che non vogliono dimostrare niente, ecco cos’è.
Non c'è nessun giudizio qua dentro, non vogliono essere film d’autore, non vogliono essere film importanti, non vogliono essere film da Oscar e nell’immensa libertà che questo regala loro riescono ad essere più trasversalmente accettabili e cross-gender di decine di altri altamente politically correct che ho visto. Che sollievo, mammamia. Forse hanno dentro la stessa ingenua leggerezza delle figlie delle femministe degli anni ‘70: le mamme volevano fare i presidenti d’industria e i capi di stato e si ritrovano con figlie che vogliono fare le ballerine per i rappers.
Ci sono maschi per tutti i gusti lì dentro e femmine idem, amen alla vita.
E quest’ultimo Fast and Furious 4 non è da meno. Dopo il terzo episodio ambientato a Tokyo si torna a Los Angeles dove, dopo 5 anni, Toretto e O’Conner si rincontrano con tutto il loro passato ancora non passato. I due collidono, si studiano, cozzano, ritentano un approccio, succede di tutto, finisce in modo aperto per un eventuale seguito (che spero profondamente: se continuano a farne uno ogni due anni* per i prossimi 50 mi dicano dove mettere la firma) mentre intanto ci si sfida a duelli impossibili sulle strade metro-megapolitane.
Insomma un’ora e mezzo di poca sceneggiatura, certo il primo nella sua popolare bellezza non lo batte nessuno, ma tanto movimento e quell’atmosfera che dopo tre secondi di visione prende e non ti lascia fino alla parola fine e che squisitamente appartiene solo a questa serie. E allora andiamo, contenti anche di inquinare un pochino.
* è notizia di venerdì mattina, dal Los Angeles radio show Valentine in The Morning, che dopo aver raddoppiato le previsioni d'incasso del weekend di uscita U.S.A. (3-5 aprile) a $72.5 milioni Walker con Diesel torna per il quinto e sarà in Brasile: "...I don't think the best one (film) has been done yet. I think we could easily come back and make the best one." Yep! Waiting, boys!
IL SITO UFFICIALE ITALIANO
IL TRAILER
THE FAST AND THE FURIOUS 4 - SOLO PARTI ORIGINALI
Mentre intanto Gomorra non entra nella cinquina per gli Oscar (c'era poca speranza con quella sceneggiatura), nella posta di questa settimana di FilmTv in edicola (Tom Cruise in copertina) c'è un mio intervento a risposta e sostegno all'editoriale apparso sul numero 1 - 2009 del direttore Aldo Fittante.
Editoriale epocale che ha suscitato un discreto putiferio perché mette per la prima volta in discussione, nero su bianco su un giornale di critica cinematografica dichiaratamente di "sinistra", un certo modo di concepire il cinema e l'apparato storico/critico che per anni, direi dal dopoguerra fino ad oggi, certo smaccatamente dal '68 in poi, lo ha governato intellettualmente senza possibilità di alternativa. Il cinema "giusto".
Una sola visione, una sola idea, un solo pubblico, quello che ha largamente contribuito alla pochezza deprimente del cinema italiano oggi, nonostante le sue annunciate resurrezioni, nei confronti di chi lo usufruisce, gli spettatori.
Già, gli spettatori, questo ingombro. Dimenticando che il cinema si fa per gli spettatori, visto che un film senza pubblico non è un film, è un desiderio inesaudito.
Lontana da me l'idea delle liste a ritroso degli incassi al botteghino e del valore dato in base a quanto guadagna il film, malcostume molto diffuse nei nostri tv e giornali: ci sono film bellissimi che resteranno per sempre per pochi e va bene così. Prestigio e successo non sono la stessa cosa della notorietà, e non lo saranno mai per fortuna.
Ma se ne vada definitivamente al diavolo l'idea dei film incomprensibili o peggio ancora arroganti, con i quali certe cinematografie, italiana e francese al primo posto, supportate dal coro dei loro critici riconosciuti e incensati a tutte le ore, ci hanno torturato per anni e purtroppo non è ancora finita, facendo passare il pubblico da stolto, ignorante o cafone se non apprezzava e osava pure dubitare. I film da festival, terribili e indigesti come sassi che finiscono sempre per vincerli, questi festival, i film dove l'ideologia rende i personaggi vivi come può essere vivo il legno tagliato, dove se non metti almeno una sfilata di bandiere operaie in qualche sequenza o parli male dell'America salvo poi andarci a vivere non te li distribuiscono o te li recensiscono male su Repubblica, i film che nascono per non uscire mai, pagati dallo stato e quindi dai cittadini, che tanto non ne risponde nessuno.
E' più di un anno che in questo paese si parla di mafie e Gomorre. Forse è servito anche per arrivare al limite massimo di sopportazione delle molte altre mafie che ci circondano, chiamiamole....trasparenti? apparentemente meno cruente ma letali ugualmente perché gestiscono un potere fuori del quale non esiste alternativa: lo sa chi c'è passato e continua a passarci. Si parla di cinema ma il discorso vale per tutti i campi della cultura, la letteratura, ecc., con la cosa che fa più male, che non è vedere gli artisti imbattercisi ad ogni momento, ma vederli mettersi in fila e sgomitare per farne parte.
Un paese che culturalmente vuole contare, esserci, produrre ed esportare, guadagnare come è giusto anche della cultura, altro nocciolo che da queste parti non si vuol intendere, deve puntare su una sola cosa, i cervelli. E più indipendenti e originali sono, personali e controcorrente, e migliori saranno i risultati. Non ci sono altre ricette, oltre la passione per quello che si fa.

Dalla tv al cinema di nuovo. Il cinema USA, a corto di idee, si rivolge ancora agli scrittori inglesi per portare sullo schermo una delle storie che più ho amato, e chi mi conosce lo sa bene.
Ne avevo già parlato qui ampiamente
BBC, anno 2003, una storia terribile di tradimento e corruzione si dispiega per sei puntate, senza speranza, sul piccolo schermo.
Due persone si fronteggiano, due lotte per il potere, un membro del parlamento e un giornalista, Stephen Collins e Cal McCaffrey, una volta amici, alleati, adesso su due opposti versanti. Il risultato è morte e distruzione, come nelle più terribili tragedie, da Seneca a Shakespeare. La sceneggiatura è di Paul Abbott, uno dei migliori scrittori in giro in questo momento, autore anche dell'altra mia fissa televisiva, Touching Evil, non a caso anche questo padre di una versione americana non malvagia, anche se non certo ai livelli dell'originale.
Ora ci riprovano con STATE OF PLAY ed ammetto che non sono pronta a gridare no, no con gli altri, viste anche le traversie di casting che ha avuto il film l'anno passato con Pitt e Norton che hanno abbandonato il set.
Il trailer non è male e il 17 aprile potremo vedere il risultato. Lo so, è presto per parlarne ma portare 300 minuti in due ore e poco più francamente mi intriga, quasi sempre è fonte di disastri. Il regista è Kevin McDonald, splendido autore di One Day in September sull'attentato di Monaco, Olimpiadi 1973 e Touching the void, nonché di un altro notevole doc su Donald Cammell, regista del free cinema sixties e di Performance con Mick Jagger dei Rolling Stones.
Certo superare David Morrissey con Russell Crowe? E John Simm con Ben Affleck? E le finezze estreme della sceneggiatura, il non detto, il sottotesto e tutto il mondo inglese che è peculiare alla storia trasportato a Washington? Chissà.
Con The State Within del 2006 la BBC ha tentato riuscendoci il meticciamento tra servizi segreti inglesi e americani, raccontando ancora una storia di corruzione crossover tra ambasciate e terrorismi. Ma sempre tv era, o meglio tv drama, quel formato magnifico tipicamente english (e anche nostro negli sceneggiati di tanti anni fa) che permette la secchezza non a scapito dell'approfondimento, contro le solite 22 puntate diluenti delle serie americane.
Per ora non resta che aspettare. Intanto...
Un pezzetto della versione BBC
Il trailer della versione 2009 U.S.


In un festival del cinema di Venezia senza blockbuster né rivelazioni di talenti travolgenti, ecco il film che dovrebbe vincere quest'anno il leone. Per molti motivi.
Perché è della Bigelow e la critica in questo paese non l'ha mai capita molto.
Ricordo e ho ancora le pagine scritte all'uscita di Strange Days, capolavoro indiscusso di visioni future nascoste sotto una squallida storia noir (quando il noir non era ancora di moda): le migliori furono di incomprensione incerta: che strano oggetto era?
Secondo, perchè ha una scelta tra il meglio degli attori del presente, attori di mestiere, che recitano per mestiere e sanno quando e come farlo. E dove non farlo. Ralph Fiennes uno per dire.
Terzo, racconta dei soldati americani nella realtà oggi ancora turbolenta dell'Iraq, soldati che fanno gli artificieri per mestiere e il film li fa vedere al lavoro, né più né meno. Non costruisce mitologie di destra o sinistra, così facili a tutti, ma racconta persone. Così difficile per ognuno.
Quarto, fa vedere come si scrive un film, cosa ancora più difficile. Come si scrive per far si che la storia sullo schermo diventi anche tua, ti faccia dimenticare il te per entrare in loro. Insomma, te ne importi qualcosa. E se il tutto dura due ore e 10 minuti ringrazi la buona sorte e non ti lamenti delle patatine finite.
Quinto, perché non dimentica mai che il cinema è visione, e la visione ha il diritto ad una sua estetica. Non immagini messe lì alla meglio generale ma costruite, inventate, studiate perchè esse sono il veicolo del film, per ricordare i tempi non superficiali dove la sceneggiatura non si esaurisce in una serie di dialoghi. Che le facce, i movimenti, le case, la polvere, le sfumature dei colori, direi anche le grane e gli odori, sono tutti insieme quelli che faranno la somma dell'esperienza, quasi a toccare con le nostre mani le loro superfici.
Sesto, perché nell'intervista ieri Kathryn, alla domanda del perché della scelta di questo soggetto troppo visto, vivo e bruciante, ha risposto con una delle cose più giuste che potevo sentire. Ha detto: «Perché tutti vogliamo sapere, perché abbiamo fame di sapere», e non è questa la parabola del terzo millennio?
Credo sia abbastanza per dirlo il più bel film passato a Venezia 2008.

Mi piace quando, parlando tra amici, ci si chiede: "Ma quel film (o sceneggiato o libro o che si voglia) è la vera storia? Cioè racconta la cosa veramente com’è accaduta o è, parola di fama derelitta, romanzato? E secondo questo si decide la bontà dell'opera.
Il Caravaggio di Longoni che ho visto domenica e lunedì su RaiUno è la storia vera o è la storia romanzata? I giornali e gli intellettuali di questi giorni si sono riuniti in coro per gridare alla poca accuratezza storica della cosa. Per me, in fondo, è come chiedersi se Ulisse è esistito veramente e se per questo l'Odissea vale più o vale meno. E' come chiedersi se l'uomo è esistito veramente: il mio passato esiste, è vero, o è come me lo ricordo, come un altro me lo ha fatto vedere, come io oggi credo che sia?
Non amo per niente gli sceneggiati italiani di adesso. Mi sembra che invece di raccontare storie per portare qualcosa allo spettatore, sia lo spettatore che dovrebbe dare a loro qualcosa, soldi presumo. O senso. E non credo ciò sia una buona base di partenza per qualsiasi opera d'arte. L'invenzione narrativa ha la sua strada che deve percorrere fino in fondo se vuole essere specchio della realtà, e non è un controsenso. E' la finzione che rende vera la realtà, non lo spiegamento ai quattro venti dei fatti come dovrebbero essere. Credo che lo stesso discorso valga anche per i documentari, i tg e tutto quello che viene normalmente riconosciuto come insieme di fatti. Si devono riconoscere per quello che sono: non realtà, che non vuol dire niente, ma rappresentazione della realtà. Quindi molto relativa. Come qualsiasi finzione narrativa.
E Caravaggio mi è piaciuto. Io che ho nel cuore un film come il Caravaggio di Jarman (e se c'è qualcuno che ancora non l'ha visto si vergogni per 10 minuti e poi rimedi. L'edizione italiana del film ha uno dei doppiaggi più belli che mai mi sia stato dato di sentire) ho scoperto che mi piace anche questo. A parte la sceneggiatura che fa dire Fantastico! ad un uomo del ‘600 davanti ad un quadro, che si ferma sugli: "Eh! già, allora, uhm!” troppo spesso, sui molti dialoghi che piovono dal cielo irrisolti, sullo scavo dei caratteri di contorno pari a quello fatto da un cucchiaino sotto un elefante - e non è che per il protagonista le cose migliorino molto - e la musica della peggiore specie, melensa, ridondante ed inopportuna, la prova di Alessio Boni è splendida. Non è la luce di Storaro che ha fatto questo sceneggiato, anche se è bellissima e certamente ha contribuito la sua parte, ma è il protagonista che ha dato mente, anima e corpo allo spettatore. E lo spettatore ringrazia profondamente quando vede un attore che fa l'attore perché crede si possa recitare. Perché gli si fa quel dono che si realizza quando incontri la bellezza. ovvero estetica, etica e spirito sommati insieme. Insomma l'arte.
E la bellezza non è né nuova né vecchia, la trovi in un pittore morto da quattrocento anni e la trovi oggi. Non ha stato anagrafico. Come le persone da cui proviene.
In questi giorni di campagna politica in cui alcuni si sgolano a mandare a vaffa' le elezioni – poiché, infatti, a vaffa' questo paese è decenni che ci viene mandato, continuiamo pure a farlo, è giusto quello di cui ha bisogno - molti invocano lo stato anagrafico recente come fonte del cambiamento, del rinnovamento. E' bellissimo il valore attribuito alla persona come ad una borsetta di Prada: se sei della passata stagione non vali più. Di nuovo l'idea merceologica-ideologica di un essere umano, senza tenere conto del suo valore intrinseco, che potrai avere tanto o poco, il mondo è pieno di persone ignobili, ma che certo non dipende da quanti anni hai. Che a forza di fare la spesa nei supermercati ci è sembrato di vedere anche qualcuno di razza umana esposto con il cartellino della scadenza?
E gli scaduti dove li mettiamo? Bè, li mandiamo a Napoli e dintorni, tanto immondizia più o immondizia meno....
Nei giorni più caldi di quella storia, mentre guardavo da una parte allo sfacelo di quelle strade, alla latitanza delle amministrazioni pubbliche e all'ignavia dei suoi cittadini che si svegliano sull'orlo del baratro, e dall'altra guardavo un'università che stimo, dove ho trovato insegnanti meravigliosi, impedire a qualcuno di parlare in pubblico come richiamo alla libertà personale, mi sono portata le mani al viso e mi sono fermata un attimo a capo chino. E mi è tornato in mente un verso di uno scrittore medioevale, adesso molto di moda, che dice:
Ricordate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza, detto a chi voleva andare verso strade nuove ma aveva paura.
Ecco, che la paura non ci impedisca mai di ricordarci della nostra semenza. Che siamo esseri umani in mezzo ad altri esseri umani. Che siamo differenti da tutto quello che abbiamo intorno e che abbiamo da comportarci di conseguenza. Abbiamo una responsabilità che forse non vorremmo e per questo siamo tutti impauriti e cerchiamo di scapparne. Ma presumo che non è scappando, guerreggiandoci l'uno con l'altro o nascondendoci che ce la caveremo.
Forse pensando che la responsabilità non è quel peso che sembra, la responsabilità porta con se la libertà, questa sì un fatto, e la speranza.
Questo paese ha guadagnato tanti, forse troppi soldi e benessere dallo stato di cencioso dell'ultima guerra ma ha perso la speranza, anche quei due soldi di speranza che aveva sessant'anni fa. E che guadagno allora è stato?
Questo paese non crede più perché sono le persone di cui è fatto che non credono più nel loro futuro. Perché nessuno crede in loro se non come fonte di sfruttamento immediato o intralcio.
Non so dire con quanta gioia ho sentito alla BBC la notizia che il governo inglese stanzierà fondi per 5000 posti da allievo nel campo dell'arte tenendo conto del loro futuro e della loro eccellenza:
"We want to take raw talent, nurture it, and give people the best possible chance of building a successful business," Mr. Burnham ha detto.
Anche Caravaggio lo avrebbe apprezzato. Lui che ha vissuto una vita disgraziata, da fuori-posto perpetuo, in un secolo disgraziato eppure pieno dei futuri che sarebbero arrivati da lì a poco, con la scoperta della ragione, a ragione, come fondamento dell'uomo e della sua visione del creato. Lui che aveva incubi di squarci prospettici e luminosi ormai a tutti familiari, capace di lavorare perché anche in quel secolo disgraziato qualcuno credette in lui e gli dette una mano.
Anche Jarman, al cui ricordo va il mio saluto, lo avrebbe apprezzato. Tilda Swinton, sua attrice, lo ha ricordato un po' di giorni fa a Berlino. Di quanto difficili gli inizi, da fuori-posto incompresi, fino a che qualcuno credette nel talento e gli permise di continuare: mi manca, un regista come lui. Mi manca da morire il suo giardino di sassi e balocchi intelligenti che aveva costruito per tenere lontana la morte.
Vorrei con tutto il cuore che investimenti di questo tipo fossero apprezzati come possibili, e soprattutto necessari, anche nel paese dove sono e che vorrebbe farsi nuovo. Ma non è con le sole parole che ci si riesce.
Per tutti quelli che lo hanno chiesto, pubblico qui l'intero programma ufficiale del ciclo Cinema e Letteratura che il Circolo del Cinema Tonino Moré propone da questa settimana.
Allego anche il manifesto in pdf per chi lo vuole scaricare:
- Cinema e Letteratura -
4 grandi autori per 4 grandi film
Il Circolo del Cinema Tonino Moré di Pergine Valdarno, in collaborazione con la Biblioteca Comunale, organizza un ciclo di proiezioni in quattro serate che hanno per oggetto il rapporto strettissimo e fondamentale che esiste tra cinema e letteratura.
Il ciclo prosegue venerdì 25 Gennaio con l’opera di Michele Placido Un viaggio chiamato amore, film tratto dallo scambio epistolare tra la scrittrice Sibilla Aleramo e il poeta Dino Campana.
Venerdì 1 Febbraio è prevista la proiezione del film Ritratto di Signora di Jane Campion tratto dal romanzo omonimo di Henry James.
La conclusione del ciclo avverrà venerdì 8 Febbraio con la visione di Neverland, film di Marc Forster ispirato alla biografia di James Barrie, scrittore di Peter Pan.
Le proiezioni, che si terranno presso il Centro Sociale di Pergine Valdarno alle ore 21.00, saranno precedute da una breve introduzione a cura di Chiara Micheli, Presidente del Circolo del Cinema Tonino Moré ed esperta di critica cinematografica.

Un futuro migliore per tutti?
La questione della proprietà intellettuale è diventata, con l'avvento di Internet, uno dei problemi centrali della nuova, o meglio, nuove culture (il plurale è rivelatore) che ci accompagnano in questo inizio di millennio. Gente sconosciuta che si incontra, culture che si incontrano/scontrano e cominciano uno scambio di saperi che era, fino a poco tempo fa, impensabile. Neanche gli scrittori più visionari l’avevano previsto così facile.
La cosa che la dice lunga su quanto il potere voglia tenere in pugno, con la sua ideologia dei soldi sempre e comunque, tutto questo scibile umano, è la dimostrazione lampante del perché nei mezzi di informazione tradizionali, anch'essi sottoposti ai soliti padroni, non ce ne sia cenno. Morti ammazzati e gente inutile in mostra a iosa, ciò che riguarda il modo con cui produciamo e gestiamo il nostro patrimonio culturale, che è di tutti, a chi potrebbe interessare? E la dice anche chiara su che cosa ormai valgono tali mezzi per la verità.
Alzi la mano chi ha ascoltato un qualunque telegiornale italiano e capito da loro davvero che cosa sia internet: il loro stupidario è pieno di connotazioni da luogo malfamato fatto di virus, pedofili, giochi da ragazzini e fuorilegge. E ancora peggio, i loro teleschiavi dall’altra parte dello schermo intanto dicono: “Internet? Ah, io l'ho sempre attaccato, mio figlio scarica anche 6 film al giorno e ci pensi, tutto gratis! Che pacchia,” con l'aria tra il losco e il soddisfatto di aver fatto chissà quale colpo basso furbissimo. Che per loro questo sia una possibilità da furbi non è una novità. Gli italiani spesso si conoscono di fama solo per questo e non è francamente una bella fama. Chi invece internet e la rete li conoscono e sa quello che sono, quello che valgono - e quale rivoluzione sia stata, paragonabile a poche altre nella storia dell'uomo, il loro arrivo - sa che c'è questo dibattito serissimo sulla proprietà intellettuale che proprio nella rete ha il suo centro.
Un po’ di giorni fa scherzando con un amico ho detto: ”Se non stiamo attenti, anche l’aria tra poco avrà un copyright…” Ma non c’è molto da scherzare. L’aria ancora no, ma l’acqua, in effetti: non ci sono quelli che vanno alle fonti naturali, di tutti da secoli, e imbottigliano l’acqua per poi rivendergliela con un nome sotto copyright? Sembra follia, loro lo chiamano mercato.
Controllare la conoscenza e il suo possesso è controllare l'uomo. Mia nonna che ha vissuto tutta la sua vita in un posto di 20 anime, fuori dal mondo, ragiona ancora con la mentalità repressiva fascisto-comunista con cui molta Italia pensa tuttora: non conosce niente e di tutto ha paura, c'è sempre un’entità enorme e informe non meglio definita pronta a farle qualcosa di spiacevole se non sta attenta, se non si nasconde abbastanza, se non pensa solo a sé stessa abbastanza. E non è mai abbastanza. Niente si può cambiare e quello che ci capita è il destino ingrato, non le colpe vere di qualche responsabile con nome e cognome, tu per primo.
A chi appartiene l’idea umana? La si può inscatolare e vendere? E il patrimonio culturale di ognuno può diventare possesso di pochi? Domande enormi a cui Steal This Film II, uscito da tre giorni sulla rete, cerca, a suo modo, di dare una risposta. Incompleta o di parte come può essere, ma almeno una voce fuori dai cori chioccianti per dire qualcosa di diverso.
Io ho tradotto la versione italiana di questo film. Il consiglio sincero che mi sento di dare è: scaricatelo, vedetelo, parlatene, fatelo vedere, condividetelo. Farà litigare e biasimare e arrabbiare parecchio e parecchi. Benissimo, è per questo che è nato. Io stessa farò degli screenings, probabilmente anche con gli autori, e ne darò notizia. Indipendentemente dall'essere d'accordo o no su tutto ciò che lì dentro è detto (neanch’io lo sono), è l'unica voce a tutt'oggi disponibile per qualcosa che credo si avvererà. Forse noi non saremo in grado di vederlo, spero sarà per i nostri figli o nipoti o pronipoti. Siamo appena agli inizi, sono i primi vagiti di un modo più umano, nel senso di orientato all’uomo e non a sfruttamento dell’uomo, di pensare. Talmente nuovo e meraviglioso e libero che adesso sembra oltre ogni immaginabile utopia, quando parlare di speranza del futuro è sputare la peggiore bestemmia. Però, a volerlo, si getta il primo seme: non si sono, tutti i grandi ideali, realizzati in questa maniera?
Il sito ufficiale del film è qui: Steal This Film II
Si può scaricare, tramite torrent, nel formato per ognuno più adatto, anche IPod. I sottotitoli da me tradotti in italiano per Steal This Film II sono nella stessa pagina.
Non posso non mettere la seconda puntata di questo serial festivo che mi è arrivata oggi sotto forma di una seconda lettera con il resoconto del Natale all'altro capo del mondo.
...Grazie di cuore per il vostro messaggio che è stato fatto partecipe ai miei bambini e comunità. Tutti siamo rimasti felici di sentirvi accanto a noi. Il S. Natale ci fa sentire tutti più famiglia e più buoni. Questo clima natalizio l’ha vissuto intensamente tutta la gente della mia Missione, in particolare i miei prediletti bambini. Veramente si sono sentiti al centro della festa e dicevamo di essere loro le persone più vicine a Gesù perché Lui è nato bambino ed è bambino come loro. Vari bambini durante la Liturgia della notte del Natale ringraziavano Gesù bambino per essere nato come loro, povero, nella capanna, bello, buono e bravo come loro. Qualcuno raccomandava a Gesù di fare il bravo, di non piangere quando ha fame e di non dare dispiaceri a mamma Maria e a papà Giuseppe. Le preghiere dei bambini sono state le più belle. Si sono ricordati di tutti dicendo persino i vostri nomi. Hanno pregate per la pace, perché nel mondo scompaia la fame, la miseria, perché tutti siano fratelli tra i fratelli. Per un giorno, tutta la gente, in particolare i bambini, hanno potuto sfamarsi. La polenta e fagioli è stata in abbondanza per tutti. Ho pranzato a tavola con i miei fratelli missionari, con le brave sante suore (generosissime) e alcuni responsabili laici della missione. Un bel pollo di un Kg e mezzo è stato sufficiente per il pranzo natalizio per 27 persone: la polenta e il riso con pomodori non è mancato. Persino il panettone fatto con la farina di granoturco e zucchero è stato ottimo. Non mancava proprio nulla poiché il clima di gioia e di fraternità si notava in tutti. Abbiamo pregato per voi tutti. Abbiamo persino fatto del pettegolezzo e dei bei commenti esagerati ricordando anche voi riuniti attorno al panettone e ad una montagna di cibo, regali e luci. Insomma abbiamo parlato anche di voi: sempre bene però! ...
Non so quante volte ho riflettuto in questi ultimi tempo su che cosa sia per chi scrive scrivere: il senso che abbia, il fine possibile, se non sia spreco di energie e di narcisismi deficientemente incanalati.
Insomma. Se scrivere non mi serve per vivere una fuga, che "mi porta lontano e mi fa sognare", come nei peggiori commenti al film preferito, se scrivere non è il fatto di poter andare ad abitare perennemente in quell'elettrodomestico da salotto che centrifuga cervelli e discernimenti o dentro le critiche del critico di turno nella rivista di turno del festival di turno, insomma, il mio posticino assicurato di fama e salamelecchi, inchini e complimenti nelle prossime antologie, allora, ma che scrivo a fare?
Ognuno che scrive scrive per ragioni differenti, e il prodotto del suo scrivere prende strade differenti. Ma potrei scrivere senza scrivere? Potrei far scrivere solo gli altri? Mi sa che è quello che sto facendo sempre più spesso e neanche poi troppo inconsciamente. Mi sento di nuovo un mezzo e non un fine e posso assicurare che è una posizione di privilegio sentirsi un acciarino.
Mi fa molto pensare anche a che cosa sia fare giornalismo seriamente, ascoltare invece di parlare, testimoniare invece di interpretare. Testimoniare. Credo che, per quanto confusamente e certo non intelligentemente, scrivere sia questo per me. E se la mano che lo fa sia la mia o quella di un altro mi è indifferente. Ma testimoniare che cosa? Quello che mi fa comodo, quello che credo di vedere? Quello che mi piace sapere? Quello che è socialmente - ah quanto! Non c’è schitarrata o pagina scritta che non lo sia ultimamente - corretto?
Qui quelli che sopravvivono con la nostra striminzita generosità?
Dall'altro capo del mondo loro muoiono di fame di pane, noi in questo capo del mondo moriamo di fame d'amore. Questi capi del mondo non sono poi così lontani, hanno entrambi piedi sporchi e fragili.

Testimoniare. Il fotografo Hans Madej ha scoperto qualche anno fa un villaggio, nella Polonia orientale, dove la gente vive usando la Bibbia come sceneggiatura per la vita. Ognuno ha un ruolo assegnato, ognuno è partecipe alla costruzione della futura capitale del mondo, posto ufficiale del paradiso terrestre. Che loro aspettano, secondo le parole del profeta Eliasz vissuto negli anni '30. E permette loro di sperare e sopportare religiosamente guerre, rivoluzioni e comunismi.
Così rido del pollo diviso in 27 e del panettone che non io ho mangiato: terrò le uvette come le briciole di Hänsel e Gretel, per ritrovare la strada tutte le volte che la perderò nel prossimo anno (e saranno diverse, presumo).
Das Paradies auf Erden, film di Hans Madej, uno dei migliori che mi sia capitato di vedere, è qui.
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