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Il nostro presidente ha in questi ultimi due giorni largamente elogiato e difeso quelli che lavorano nel campo della cultura.
Gliene siamo grati perché tra i milioni di consigli giornalieri su come uscire da questa crisi, ci si dimentica troppo del fondamento di questa crisi, quella morale che ultimamente si rammenta proprio per la sua smaccata assenza pubblica. Esiste nelle singole persone, esiste ben radicata, ma sbiadisce nel sentire e fare sociale quasi fosse una vergogna, quella specie di tanto lo fanno tutti, a che serve lottare che diventa regola alla fine per essere di moda.
Il presidente ha ricordato che non esiste solo lo stomaco e le tasche da riempire come fine ultimo della creazione, esiste qualcosa che non si vede, non si tocca, sembra niente eppure fa grande un popolo o ne decreta la sua fine, anche se ricchissimo di conti in banca.
Morale è una parola enorme, fa venire in mente tutte le repressioni assolute a godere del bello della vita. Credo sia una delle stupidaggini più grosse che ci possiamo raccontare, però di parole non c'è ne sono altre e allora forse dovremmo ricominciare a considerarla sotto un altro aspetto. Napolitano ha parlato di mondo nuovo. Lo sentiamo si, il mondo nuovo, che sta arrivando e cancellando velocemente il nostro passato, anche recentissimo. Ma senza averne paura, è il passato dei fatti del momento e delle cose. C'è un passato che non si cancella ed è quello che ha reso l'uomo un uomo, la sua passione, la sua visione oltre la limitatezza, spinta ogni volta come sfida ad andare avanti. Colui che fa i fatti e le cose.
Seriamente potremmo dirlo che troviamo piacere a vivere senza vedere oltre l'immediato, a non comprendere le visioni degli altri dentro le proprie? Io mi sento sola quando sono sola nei miei desideri... e se poi il mio desiderio comporta lo sfruttamento, l'offesa, l'indifferenza verso gli altri io non posso riuscire, tutto diventa cenere nelle mani e le vittorie di furbizia mi si sbriciolano tra le dita... c'è davvero qualcosa oltre il fine materiale immediato e ce ne accorgiamo quando inciampiamo, anche di poco, ce ne accorgiamo per rimpiangerlo, come un amante andato lontano che non vuole ritornare…ai piccoli non si insegna più e porteremo il vuoto per sempre, lo so.
Bisogna dirlo forte: fare cultura, come fare politica, è allargare di molti chili, un dieci chili direi, per far entrare anche gli altri e i loro interessi nella nostra pancia, un monumento di obesità intellettuale. Che non fa morire, non provoca arteriosclerosi ma altri sintomi meno terrificanti. E allora che ci manca per farlo davvero? Io non lo so ma vorrei saperlo. Però gettare un occhio al paese che abitiamo e raccoglierlo come un seme che dovrà germogliare ed amarlo e proteggerlo come un bambino piccolo, forse lo è. Comprare un libro, perché ci diamo la possibilità di ascoltare, ascoltare chi parla invece di parlargli sopra con ciò che già presumiamo: anche questo lo è. Vedere chi si sforza di cambiare le cose e avendo mezzi materiali scarsi risparmiargli il disprezzo ma sfruttarlo come portatore di una strada differente, questo lo è…
Insomma, ognuno mette la sua strada, e tante strade insieme fanno una mappa, quella che ci manca per il nuovo millennio. Non ci sono mappe pronte per questi nuovi territori, sta a noi tracciarle, e Napolitano lo ha ricordato. Bene l’auto e il nuovo contratto Wind a Natale ma la cultura costa poco e dura di più, non cambia mai modello e quando la si condivide non diminuisce ma aumenta. Non sarà davvero questa il petrolio prossimo futuro, risorsa ed energia di cui parlava lui? La finanza e l’economia sembra governino il mondo ma non sono che accessori: come spenderemo i tanti soldi in un deserto d’amore e bellezza? A che serviranno? Nonostante tutto sono davvero un accessorio, banale banale e alla fine con ragione.
Si dia perciò attenzione – ha detto - a chi opera, crea e offre titoli di merito al paese in campi apparentemente lontani dall'immediato interesse generale, in realtà lontani soltanto da calcoli rozzi e di corto respiro di redditività materiale.
Signor presidente di una repubblica che è anche mia, grazie anche a lei di vedere oltre.
Qual'è il massimo per uno scrittore? Scrivere senza parole direi. E allora il resoconto del terzo Festival della Creatività di Firenze lo lascio fare alle immagini che ho scattato domenica sera, quasi alla chiusura, quando ormai si stava smantellando tutto ma la gente continuava ad arrivare senza posa.
Fuori della Fortezza da Basso, dove il festival si è tenuto per quattro giorni, le conferenze di filosofia quasi in strada, gli ascoltatori seduti per terra, accanto un venditore di castagne a scaldare l'aria e gli odori del tardo autunno fiorentino. Tra venditori ambulanti di libri e mostri preistorici in miniatura. GRrrrr Grrrr.
Ma tra le cose più interessanti sono state proprio le parole, i milioni di parole scambiate tra quelli che erano là, e che ascoltavo a tratti e a tratti mi sommergevano, mi intossicavano, si mi piace, no non mi piace, ah interessante, ah che vuol dire, ah che noia, ah che fame, ah che cretinata, ah che incazzatura, ah che vergogna, ah ma ti levi di torno, ah wonderful, ah where's John, ah chi è chi è, ah e poi? ma madonna, e che dice? ci si vede stasera, si si vai, uh? ah che bello ah!
Un rumore continuo di sottofondo che mi ha accompagnato mentre con amici stavo scorrazzando tra hamburger, arte e musica.
Noooo, ma hai visto la FIAT 500 ecologica? Si carica??? Quanto farà? 1 ora di autonomia? Ma dai!!!!
Arte tanta naturalmente, e all'aperto, bello il progetto GOODS 50X70
E per finire mini show di Peter Greenway (ehhh :) che presentava sul palco le sue valigie di Tulse Luper su tre grandi schermi, scegliendo le immagini con la punta delle dita nel mixer video.
C'è niente di meglio che portare l'arte fuori dal silenzio incombente dei musei e renderla alle persone, viva, per potersene impossessare?
Leggo adesso da adnkronos che in consiglio regionale, sia il PDL che il PD hanno fatto due interrogazioni sui soldi spesi e il senso del festival in questi periodi di crisi (!).
Ma miseria, possibile che la cultura sia vista ancora come un lusso e non un diritto sacrosanto dell'uomo?
Quando capiranno certe teste poco pensanti che è anche con la cultura che si esce dalle crisi e che forse, FORSE, se ci fosse stata un po' più di cultura dentro a questa supposta crisi non ci saremmo neanche? Mannagg...mi fa pensare a che cosa molti intendano per cultura. L'erudizione da nozioni accumulate a scuola e università? Perdite di tempo di gente ricca che tanto non ha altro da fare? Passatempi che lasciano il tempo che trovano, tanto la vita vera è da un'altra parte? E quale allora sarebbe la vita vera? Quella dove muori per guadagnare, dove vendi l'anima per i soldi in banca o avere l'auto come il vicino o il loft come il politico?
Il caos provocato dalle speculazioni finanziarie esisterebbe se oltre la cultura del denaro si cominciasse a riconsiderare la cultura dell'uomo, che vale indistintamente per chi è ricco e vive a Roma e investe in borsa e chi fa una vita normalissima e vive in un paesello campagnolo facendo l'agricoltore e investe in pulcini?
Sapere è potere, allargare la mente è vita, esprimere se stessi è possibilità, la loro negazione è la stagnazione. Noto una certa somiglianza globale, mnm mnm, la stanchezza dell'occidente con tutto quello che ha, l'estremo vigore di paesi considerati quarto mondo con la loro innocente passione povera. Hanno molto da insegnarci, se solo ascoltiamo.
Tutte le foto del festival in grande sul mio speis qui da vedere.
Con in mente ancora l'esperimento dell'LHC del Cern, l'anello di 27 chilometri che farà prossimamente scontrare particelle, ho girovagato in questi giorni piovosi di primo settembre tra qualche blog letterario di rinomata fama webbiana, e mi sono imbattuta, ancora e ancora, su altri anelli fatti di chiusure a riccio, piccole sette che non crescono. Bene, ho pensato, nella scienza si progettano insieme scontri di protoni per fame di conoscenza, negli intellettuali nostrani ci si sbrana a vicenda per posizioni aperte e mobili quanto la deriva dei continenti.
Visioni come nastri di Moebius, che riportano sempre a se stesse, ripetizioni infinite di convinzioni, che, se non messe a confronto, senza l'accettazione del vaglio di un altro modo pensante esterno, dialettico, restano valide solo per chi ci crede. Ce ne possiamo accontentare, giusto per gratificare il nostro ego inflazionato, di una cultura mediocre perché acritica, chiusa, vecchia, ideologica, autoelitaria, o vogliamo che sia viva e utile a qualcosa? Che la cultura, la metto tra virgolette, serva a qualcuno?
E siccome questi ricci lanciano spine disdegnanti e ritengono posizioni differenti un'offesa dogmatica, nascondendosi dietro il disprezzo del diverso - l'unico posto dove vedo seriamente dilagare il razzismo - alla faccia del ricatto intellettuale, mi è venuto in mente uno scritto.
Nonostante siano passati decenni e alcuni assunti sono oggi improponibili, la riflessione rimane. Perché se lo sento attuale vuol dire che certe cose non si riesce ancora a cambiarle e allora vale ripetere. Et si omnes, ego non.
Passaggio dal sapere, al comprendere, al sentire, e viceversa, dal sentire al comprendere, al sapere.
L’elemento popolare “sente”, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale “sa”, ma non sempre comprende e specialmente “sente”. I due estremi sono pertanto la pedanteria e il filisteismo da una parte e la passione cieca e il settarismo dall’altra. Non che il pedante non possa essere appassionato, anzi; la pedanteria appassionata è altrettanto ridicola e pericolosa che il settarismo e la demagogia piú sfrenati. L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed esser appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere) cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il “sapere”; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i rapporti dell’intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporto di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio (cosí detto centralismo organico).
Se il rapporto tra intellettuali e popolo-nazione, tra dirigenti e diretti – tra governanti e governati – è dato da una adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere (non meccanicamente, ma in modo vivente), solo allora il rapporto è di rappresentanza, e avviene lo scambio di elementi individuali tra governati e governanti, tra diretti e dirigenti, cioè si realizza la vita di insieme che solo è la forza sociale; si crea il “blocco storico”.
A. Gramsci, Il materialismo storico, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 135-136

GLI ORTI DELLA MEMORIA
parte II
Certe volte essere giovani non aiuta. Certe volte non aver vissuto alcuni anni cruciali della storia fa sì che certi fatti per noi più giovani non esistono se non come eco lontana. Chi hai intorno tende a nascondere, il quadro sembra intero, invece è incompleto; e come prevedibile quello che non si vede non è una minuzia, è un moloch ingombrante che tuttora domina e stende la sua ombra ben oltre il pensabile.
Allora è giusto scriverlo in questa memoria collettiva che è il web, perché anche questo orto resti per quelli che non lo sanno, alla nostra ingenuità di gente del secondo millennio che non realizza come è stato il primo purtroppo non ancora finito.
Oggi è un'altra data della storia italiana che molti scoprono per caso. Che ne sappiamo di un commissario che si chiamava Calabresi ucciso il 17 maggio del 1972 da chi fisicamente non si sa ancora di sicuro, ma certo si sa bene moralmente, vista la campagna diffamatoria durata mesi, portata avanti da Lotta Continua e Camilla Cederna, dove tutto il gotha intellettuale dell'epoca si attaccò?
Cominciamo. Potremmo beatamente giustificarci con i tempi: gli anni '70.
E il clima sociale. E l'ideologia. I fascisti. Va bene. La contingenza. Le esigenze. Gli operai. Il potere. Le masse. Quest'anno abbiamo il quarantesimo dal '68 e ci sono i festeggiamenti, i ricordi, le nostalgie di lotta e gli ideali. Possiamo citare tutto, stare qui a snocciolare resoconti, eppure non basterebbe a lavare la vergogna di una delle più ignobili forme in cui il potere della parola possa manifestarsi.
I nostri maestri.
I nostri tuttora presenti cattivi maestri di nichilismo spicciolo.
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