- WHY DO WE FIGHT - Il blog di Chiara Micheli

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Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura ------- Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali -------------

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venerdì, 09 maggio 2008
GLI ORTI DELLA MEMORIA

Gli orti della memoria

Oggi è il trentennale di una data cruciale nella storia d’Italia e vorrei ricordarla. Forse la data più importante del nostro dopoguerra, una data simbolo come ce ne sono nella vita di ogni paese, come per gli USA il 9/11. Il nostro 9/11 è stato trent’anni fa, con un corpo morto ammazzato dentro una Renault rossa che sembrava chiara nei telegiornali in bianco e nero.
Si racconta che la morte di Aldo Moro sembrò allora la fine di tutto, il punto più basso cui un popolo poteva arrivare. Lo era. Ma era anche l’inizio di un'altra cosa, la sveglia dal torpore e dall’ignavia, un moto generale di rivolta, trasversale, che prese tutti. Un popolo come il nostro si riconosce tale nelle tragedie. E dal quel moto finirono gli anni 70. Certo con gli strascichi, ma solo casi isolati, ultimi fuochi.

Ultimi fuochi? Non lo so. Quando le forze in campo invece di propugnare concordia e democrazia tendono a perpetrare un clima da guerra civile non ne sono sicura. Le brigate storiche rosse e nere sono più o meno morte ma quante altre brigate stanno nell’ombra? Quando la civiltà di un popolo non si mostra, quando la politica, che è un rapporto a due tra eletto ed elettore, diventa un rapporto a tre tra me, loro che devo conquistare e il mio avversario-nemico che devo annientare, ecco, allora penso che quel clima l’Italia non l’ha mai perso, che viviamo ancora nel dopoguerra che i miei raccontano, fatto di forche e regolamento di conti.
Ieri sera seguivo ANNOZERO, il programma di Santoro, sui soliti giovani italiani. Non ci voglio ritornare ora, ne ho già parlato. Ma siccome poi il programma si è allargato a ciò che sento di continuo ultimamente, cioè le voci di diverse parti politiche che tendono a giustificare una sconfitta - che va accettata, ci piaccia o no - screditando l’avversario e seminando il seme della delegittimazione e prevedendo ritorni del popolo ad un fascismo dei manganelli, ecco mi dispiace, non ci sto.
Non ci si provino.

Postato da: MenandDreamers a 16:26 | link | commenti (1)
poesia, politica, letteratura, televisione, società

mercoledì, 23 aprile 2008
RIPRENDIAMOCI L'INVISIBILE

          DUE NOTE DI SANGUE ROSSO 
        SULLA LETTERATURA FANTASTICA   

       Clicca sull'immagine per ingrandire

Il prossimo mese SHORT STORIES numero quattro – Edizioni Scudo - pubblica un mio racconto fantastico, Ottobre. Per chi vuole sapere tutti i dettagli dell’uscita rimando alla recensione della rivista su un bel sito che consiglio a tutti, Fantascienza.com, pieno di notizie, recensioni e opinioni da passarci delle ore senza accorgersene.
Anche la rivista la consiglio a mille. Nel panorama italiano del genere è per me la più seria e direi graficamente anche la più bella, merito di Luca Oleastri che fa un grande lavoro d’illustrazione a tutto campo. Il modo più veloce per averla è il sito dell’editore, si compra in 10 secondi e anche in formato economico non cartaceo per chi preferisce il pdf.  
                                                       
Ci sono 19 racconti estremamente vari, e per questo estremamente interessanti, a rendere conto di un genere e di una forma che a detta di molti, direi troppi a sproposito in questo paese, giudicano irrilevante: la letteratura fantastica, comprendendo dentro diversi generi, fantascienza, fantasy, horroe and the whole shabang.
E' un segno della cecità culturale e commerciale nazionale considerando quanto fuori dai nostri confini, invece, se ne abbia il massimo rispetto. Talmente falsa come idea che per supplire alla mancanza materiale rientra da noi con autori e temi stranieri, prevalentemente estranei, quando potremmo essere noi a darla tranquillamente anche agli altri, a farne una cultura nazionale. Eh.

Ho sempre creduto che nel fantastico stia una parte importante dell'identità di un popolo, anche quando questo popolo sembra quotidianamente il più lontano possibile da qualunque visione fantastica. Non è vero. Chi mi conosce sa bene una cosa: che fantastico per me non vuol dire elfi o alieni. Niente da dire per quelli invece cui vogliono dire tutto, figuriamoci, può darsi che nel futuro cominci anch'io a scrivere di spade magiche. Mmm mmn...no. E' che per me è una soluzione troppo facile. E' come se la realtà si scindesse di proposito, trasportandomi in un mondo "altro", troppo altro, lontano intellettualmente ma anche a pelle, così che accade uno sdoppiamento che spezza la sospensione di incredulità e mi ributta malamente di qua dallo specchio, come un'Alice che raddrizza le teiere e ritrova il passo in avanti di malavoglia.
Ma lo sconosciuto. L'imprevedibile. Il mistero che si annidia dentro il chip di un orologio di alta precisione digitale, lo spostamento dell'asse della percezione assodata che in un grado di curvatura riunisce conoscenze differenti e spesso diatoniche, scomposte, un quadro di pieghe cremisi, vellutato che acquista senso se solo ti lasci inghiottire - e intendo materialmente - da lui, ecco, qui mi ritrovo.
L'Italia ha un grande passato di fantastico inesplorato, per non dire di un presente a cui si fa poco caso, e l'introduzione saggia e ilare a questa raccolta conferma l'idea. La si può leggere, ci sono le prime otto pagine della rivista  per tutti.

La visione fantastica nasce dal sacro. Qui io mi muovo. Nasce dal rapporto di mistero instaurato dal singolo individuo col mondo, da una visione personale che trasforma senza proposito prestabilito un dato percepito in simbolo fruibile a tutti, riconoscibile da tutti e nel quale ci si identifica. Ha echi lontani di archetipi oggi invisibili agli occhi ma non per questo scomparsi. La divisione famosa di Calvino in fantastico visionario, fatta cioè di fattori "esterni", fantasmi, mostri, ecc, e di un fantastico mentale, dove i mostri sono "interni", trova oggi un senso di limite che tendo a superare a più non posso. Sincronizzo nella percezione differenziata la presenza del fantastico, intendo la vita stessa nostra una avventura fantastica, e non con la effe maiuscola né il punto esclamativo, perché poi è davvero quella che vedo. Insomma ci credo per contatto. Non è il frutto del caos o impossibilità di contenimento del magma che fluisce, è anzi regolare e semplice. Non posseduti dallo spettro ma spettro noi stessi, i possessori. Forse è, nonostante tutto, proprio così che si sentivano i nostri antenati quando immaginavano gli abitanti dell'ombra. E soprattutto quelli della luce.
Mi viene in mente una riflessione come quella di Jung contenuta in Aion, che esplorando un simbolo cristiano dà radici ad arbusti nati in terreni prima ritenuti aridi e impossibili....In effetti il fantastico ha molto a che vedere con il quotidiano lineare, meno banalmente di quanto si possa pensare, in un giro di vite (oops) che allarga il buco e ci fa allegramente cadere dentro. Anche incautamente.            Amen.
Vergognarsi di radici di ragionamenti articolati da assunti differenti, dismetterli come cose del passato o dell’ignoranza, illudersi che un mondo tecnologico e comodo sia il velo e il cuscino all’attrito del mondo feroce, violento nella sua oscurità, che ancora portiamo dentro e ci guarda con l’occhio immobile di una sfinge, è una fuga all’indietro, non la nostra modernità.
Il fantastico è la meraviglia angosciata di noi esseri umani davanti ad un creato da noi non creato e sovente male abitato. E’ la nostra possibilità inconscia di rivalsa, l’organizzazione frenetica e la sua conseguente delusione, ripetuta all’infinito, per questo mai sazia.
Che ci venga lasciata.
E se l'incursione nel fantastico causa a molti soprassalti di assetti ben stabilizzati che non vogliono permettersi (il mondo materiale lo vedo, ha un corpo, la fantasia non la tocco, quindi ha una posizione ininfluente - l’aut aut, l’obbligo della scelta della nostra visione imperfetta), io consiglio la sua frequentazione comunque. Guardiamo i bambini, senza considerarli bambini. Almeno, quella buona, dà una possibilità liberante di valutare le alternative come possibili, e in un clima dove l'omologare è il destino della sopravvivenza fisica, non è poco.

 

Postato da: MenandDreamers a 17:54 | link | commenti
letteratura, scrittura

mercoledì, 29 agosto 2007

     “Ma ognuno uccide la cosa che ama; lo sappiano tutti;
       gli uni uccidono con uno sguardo di odio,
          gli altri con delle parole carezzevoli,
             il vigliacco con un bacio, l'eroe con una spada!”

 

Non scrivo il nome per rispetto al fatto che è un grande attore della scena teatrale italiana e una sciocchezza può capitare a tutti di dirla. Ma ancora una volta testimonio di prima mano la distanza reale tra la vita vera e quella ovattata di molti che fanno spettacolo.
Sto ascoltando Raidue o Raitre, si parla di una pièce in questi giorni a Roma, La Ballata del Carcere di Reading, messa in scena con l’aiuto di veri carcerati e le musiche di Giovanna Marini, quando l'attore di cui sopra, presentandola, pronuncia questa frase, più o meno: “Tutti sappiamo che cosa è la ballata, un poema scritto da Oscar Wilde appena uscito dal carcere dove era stato per due anni (lavori forzati) accusato di offesa alla morale (sodomia) per raccontare la sua esperienza. Certo, a distanza di più di cento anni tale fatto a noi moderni fa sorridere, ma credo comunque che….”  ecc. ecc.
In effetti, la storia dietro e dentro La Ballata del Carcere di Reading fa davvero sorridere per la sua vecchiezza. Basta voltare un attimo lo sguardo, senza spostarlo molto. Basta andare a vedere quanto sorridono, oggi, quelli che stanno dentro le carceri egiziane accusati di omosessualità. O quanto sorridono quelli dentro le carceri di quasi tutti i paesi mediorientali, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Yemen. O i sorrisi gay delle carceri cinesi. O, meglio ancora, di quelle africane, Camerun, Nigeria. Delle risate infinite, quando puoi scomparire se scoperto a baciare un tuo simile di genere. E a tutte quelle piccole carceri, con le sbarre o meno, sparse nei nostri avanzatissimi paesi occidentali.
No, qui non siamo in uno sceneggiato fantascientifico dove ci si può innamorare in una notte alla vigilia dello sbarco in Normandia e baciarsi in pubblico, davanti a tutti, e farla franca.

.

.

Disperato Wilde, amante perduto di un ragazzotto vanesio e con il coraggio di dirlo, incolpato di essere sorpassato: al suo orgoglio questo è un colpo peggiore del carcere stesso.
Ma siccome è un grande scrittore, come per tutti i grandi scrittori, quella che è stata la sua esperienza personale diventa, per comune sentire, esperienza universale, e in questo caso tristemente universale. Testimonianza senza tempo di dolore e urlo terribile verso chi decide per te se va bene o no quello che sei.
Sono passati più di cent’anni ma stiamo fermamente ancora lì, aspettando tutti di morire di sorrisi.

                                                  

 Titolo  Opere Mondadori

 Autore Wilde Oscar 

 Prezzo  € 55   

 

 

 "Torchwood", spin-off di Dr. Who, su Jimmy a partire da lunedì 3 settembre, ore 21.50.  

prima stagione, 13 episodi

Postato da: MenandDreamers a 21:29 | link | commenti
letteratura, serie tv, società

mercoledì, 14 febbraio 2007

 

 “Dobbiamo andare”
 “Si, ma dove?”
 “Non importa, l'importante è che andiamo.”

                                                            (Sulla Strada)
 

Non è la prima volta che succede. Neanche la seconda, per la verità. In questo particolare caso è la terza. Ennesima se guardo al generale, ma adesso vorrei stare sul ristretto locale e quindi è la terza. Pare che io appartenga, insieme a diversi altri, milioni direi, ad una speciale categoria cui è stato dato l'aggettivo di decerebrati. Mi vengono in mente memorie importate di manicomi da tortura, stanze degli orrori di fine ottocento con i poveretti legati ad urlare, sputare e grattarsi. I vegetali, li chiamavano, reminiscenze di Lombroso. Quelli che il cervello lo hanno perso, anche se fisicamente sta ancora lì. O forse non l'hanno mai avuto, sai che peso per la famiglia e la società che devono essere come si deve. Perfette, l'uomo è perfetto, prima di tutto il cervello, se no non è un uomo. Razionale e scientifico.
Oggi, in tempi di politically correct, guai sarebbero a dare ad uno con problemi di mente l'epiteto di decerebrato: si rischia di suonare un tantino razzisti e cafoni. Così lo si usa in senso traslato, ma sempre ad indicare quelli che il cervello se lo sono comunque bevuto, incapaci di comprendere.
Abbiamo minacciato lo Stato? Ci siamo messi a regalare i nostri beni? Peggio. Apparteniamo a quel gruppo di persone cui piace una trilogia di film che si chiama THE FAST AND THE FURIOUS. Per quelli che il cervello ce l'hanno ancora spiego che è quella serie dove ci sono belle ragazze, tosti ragazzi, musica rock/tecno e macchine truccate. Molto truccate. E l'ora e mezzo che ogni film dura è fatta per raccontare una storia di conflitto tra i suddetti tosti che si risolve in una lotta titanica non a suon di pistole ma in una corsa illegale a vedere chi primo arriva. Fine. Più o meno. I sottintesi psicologici si accumulano.
Quando dico che a me piacciono, bisogna che tenga sempre conto del distinguo tra gli ambienti. Se sono su un treno o al supermercato, funziona. Se sono in un circolo di intellettuali c'è un iniziale annebbiamento dello sguardo dell’interlocutore, che si schiarisce solo quando capisce e realizza: lo dicevo che mi si stava prendendo in giro, e si volta sollevato.
Ma cos'è che ci piace? Le macchine, probabilmente, e quel che di stradaiolo e populista, un sano odore quotidiano, familiare, che hai voglia di realismo sociale del cinema italiano: se lo sogna.
Ci piace quello che guidare una macchina fa provare da sempre, anche quando la macchina, come la mia, è una Fiesta anno 1992 colore depresso: la libertà. Che è libertà anche quando sei intasato nel traffico invece che da solo su un rettilineo deserto.
Io adoro guidare. Adoro sterzare e parcheggiare, infilarmi dove non posso, uscirne e qualche volta no. In macchina penso, chiacchiero, mangio, ascolto musica, batto il tempo e la metrica e l'altro che tutti facciamo.
Di giorno è bello e la notte è ideale. Le strade di notte sono strisce di velluto punteggiate di stelle sfocate, opache luci che scaldano.
E questi film, effetti speciali e dialoghi traballanti compresi, ce la danno. Me la danno. Strano davvero. Più che altro mi piace proprio la materia, la lamiera e la gomma, i colori sgargianti e le vernici fosforescenti. Per me vanno perfettamente daccordo con la letteratura. Come va daccordo col fatto che amo tutte le macchine, computer e ogni altro aggeggio industriale, mi piace come sono fatti dentro e uso i cacciaviti come segnalibri dei sonetti dei rimatori trecenteschi. Si, strano davvero, che cosa sia davvero cultura. Jack Kerouac, di cui è uscito un libro strepitoso (una ampia selezione dei suoi diari personali) lo sapeva bene. Consiglio a chiunque di comprarlo al volo, tanto per capire come si conciliano altri due presunti opposti, Cristo ed il beat, e ci ridà, dalle sue parole direttamente, una sorta di innocenza di critica su un personaggio che in Italia è stato costruito e inventato, ma credo molto poco capito, spogliandolo di quell'aura da poeta maledetto che fa tanto piccola trasgressione borghese casalinga ma che per uno scrittore come lui (e francamente chiunque) trovo ridicola e riduttiva.
Così oggi, quando su FILMTV numero 7 ho letto la recensione di The Fast and The Furious: Tokyo Drift, ora su Sky, e l'ennesimo critico cinematografico ha pronunciato la parola suddetta rivolta agli spettatori, ho gioito.
Decerebrati in questi giorni non sono quelli che chiamano sport stare a sedere sugli spalti e dire: “la mia squadra ha fatto questo, si è parato da dio, che goal abbiamo fatto...” perché hanno ragione, il calcio è cultura. Lo dicano ai genitori dei ragazzini che si scannano mentre guardano i loro figli decenni giocare nel campetto di paese, sperando che diventino milionari, e altri fanno esercizio ammazzando i poliziotti.
Oppure la “Cultura Moderna” di chi ha il cervello è il programma di Canale5 con le tette proliferate e milioni da vincere da casa (notate un tema ricorrente qui?).
Decerebrati siamo noi che non capiamo che in certe torri nostrane il cinema deve essere quello giusto e riconosciuto d'arte, possibilmente con il contenuto rilevante (da chi e che cosa?) e non ci si vuol rendere conto che con quattro battute e sette inquadrature qui si riesce a costruire un mito ed un epos, un elemento fondamentale della cultura in cui la collettività si riconosce, dove altri, leggere: quasi tutti, a suon di testi sociologici e trattati carismatici, falliscono miseramente.
Così ce lo dicano ancora, è bellissimo essere decerebrati. Noi intanto andiamo.

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     Un mondo battuto dal vento 
                                   Kerouac Jack, Mondadori
                                               
€ 17,00  

Postato da: MenandDreamers a 21:19 | link | commenti (1)
cinema, letteratura

sabato, 18 novembre 2006

Grazie a Innovari che me lo ha detto, riporto il commento al post precedente quasi per intero perché la cosa è interessante per chi scrive. Sull'idea della rivista Wired che tempo fa l'ha messa in porto e mi ha  anche molto divertito, si chiede un racconto in una sola riga.

FANTASCIENZA IN UNA RIGA

BLOG-CONCORSO LETTERARIO A PREMI

- REGOLAMENTO -


* Partecipazione al concorso letterario:
la partecipazione al concorso è gratuita ed aperta a tutti;

* Opera da presentare: il racconto presentato deve essere a tema fantascientifico o fantastico deve essere non più lungo di una riga ed in lingua italiana.
Ogni autore potrà presentare UN SOLO RACCONTO;

* Come presentare il racconto: il racconto andrà scritto come COMMENTO al post CONCORSO A PREMI - FANTASCIENZA IN UNA RIGA sul blog INNOVARI
Retrofuturo a questo link:
http://innovariblog.splinder.com;

* La giuria: i racconti verranno giudicati insidacabilmente dall'autore del blog INNOVARI Retrofuturo, Luca Oleastri, esperto di cinema di fantascienza e letteratura fantascientifica e allievo diretto dello storico del cinema fantastico Giovanni Mongini, nonchè tecnico degli effetti speciali per il cinema ed illustratore di genere fantastico;

* Chiusura del concorso: il concorso si chiuderà
Lunedì
20 Novembre 2006 a mezzanotte in punto
- farà fede l'orario di pubblicazione del commento;

                               ----------

Richiesta fatta, ne ho scritti cinque:

.

La morte è il fiore di seta che ho appuntato sui capelli.

.

Sono al settimo cielo. Stazionario. Parto per l'ottavo.

.

Fa di me quello che vuoi. Lasciami solo le mani, grazie.

.

P.R.O.D.I. Perfetti Residui Orbitanti D'Italia.

.

Partire è un po' morire. Disoccupati in attesa.

.

E chi ha voglia di scrivere partecipi.


Postato da: MenandDreamers a 20:00 | link | commenti
letteratura

martedì, 11 luglio 2006

       

 

                   DUE APPUNTAMENTI

 

Per chi si trova, questo fine settimana, tra Arezzo e Valdarno, può godersi una discreta offerta di cultura letteraria all'aria aperta.
All'interno della rassegna Arezzo Wave, domenica 16 - dalle 11 alle 17 - prenderò parte al reading del libro Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, che si terrà presso l'anfiteatro Romano. Ray Bradbury lo conosciamo tutti per quel grande scrittore che è, quindi non credo abbia bisogno di presentazioni.
Il libro è una difesa appassionata della libertà, un grido disperato che vale per oggi come per ogni tempo. E un apologo della cultura, senza la quale non si capisce il valore di tale libertà e che a sua volta alimenta.
Per chi ha bisogno d'ulteriori informazioni su luoghi, vie e spostamenti, può consultare il sito ufficiale di Arezzo Wave che è qui.


Alla sera, invece, nella piazza del comune di Pergine Valdarno, alle 21.30, c'è SGUARDI DI DONNA, lo spettacolo che presento insieme al Laboratorio di Scrittura. Circa un'ora e mezzo di poetesse e narratrici lette per dare un'idea a tutto tondo, anche se necessariamente breve, di come vedono il mondo gli occhi femminili che scrivono. Ci sono brani di Sylvia Plath, Emily.Dickinson, Sibilla Aleramo, Azar Nafisi, Kate Clanchy, Santa Caterina, Virginia Woolf, Gaspara Stampa, Margherita Costa, Anne Sexton e uno mio.

Ho fatto una scelta abbastanza inusuale per certe autrici, alcune delle quali credo mai lette in alcuni brani, come quello della Sexton, che ho tradotto direttamente (non ero certa che fosse già stato tradotto) e altre sconosciute perché di secoli poco frequentati, come la Costa, cortigiana del '600. Il tutto alternato a pezzi di chitarra classica di autori come Villa-Lobos, Brower, Dyens, Albeniz, Piazzolla. E siccome non capita spesso di sentirli eseguiti dal vivo e per di più in una piazza come quella, noi che ci saremo proveremo cosa può fare l'incanto delle note e delle parole che si alzano profonde in una notte di mezza estate.

Postato da: MenandDreamers a 15:57 | link | commenti
letteratura, in settimana

lunedì, 03 luglio 2006




Avevo detto, tempo fa, che ne avrei parlato.
Prima di tutto perchè l'ultima cosa che lo riguarda, il film Capote, sento di consigliarlo a chiunque. Se non fosse altro per la recitazione strepitosa del protagonista, al limite dell'identificazione, e per la sceneggiatura che regge il film. Credo che pochi sappiano che è scritta da un attore, molto bravo, che è Dan Futterman (Urbania tra le sue cose).
Poi perchè è uno scrittore che ho sempre letto. Schizzinoso e villano com'era. Ma anche molto innocente. E di solito non c'è molta innocenza in chi scrive.
Per il primo libro, Altre voci, altre stanze. Il secondo, L'arpa d'erba, poi i racconti e i resoconti e tutto quello che uno trova, le ultime cose, va bene comunque.
Ed infine perchè la sua vita è stata legata ad un fatto estremamente grave in cui si è trovato emotivamente coinvolto e che lo ha cambiato per sempre.






Quello che troverete qui sotto (basta cliccare su "continua a leggere" perchè appaia tutto) non è una recensione, non è un racconto, non è un saggio, non è cronaca.
E' senz'altro tutte queste cose insieme e di più, perchè naturalmente ci sono anch'io, li dentro. Fisicamente, intendo.
E' una storia, con molti fatti e persone.
E', soprattutto,  come io scrivo e che cosa scrivo. Che poi è quello che sono.





                          A SANGUE CALDO  

 

 

  

 

 

A Truman Capote non sarebbe piaciuto.

 

O forse si, avrebbe apprezzato l'ironia della sorte, gli strani tiri del destino, talvolta così incredibili da far dire: "Ma dai, " con aria convinta, "la realtà è un'altra cosa dai film di Hollywood…"
Beh, questa volta la realtà ha avuto un incontro a tre, perché della realtà si è nutrita la finzione che a sua volta ha nutrito la realtà, tanto che ora ti guardi e ti domandi "Ma che è successo?" con l'aria più stranita del mondo.

 

C'era una volta, proprio in quel mondo, in una parte chiamata Stati Uniti, un ragazzino nato nel profondo sud che di questo sud aveva assorbito tutti gli umori. Erano gli anni intorno alla seconda guerra mondiale ed il ragazzino che voleva essere uno scrittore a tutti i costi aveva deciso di fuggire. E fuggendo si era ritrovato a New York a scrivere racconti per i magazines e diventare famoso per la brillante analisi dell'ambiente mondano che lo circondava. Divertirsi e guadagnare, un binomio perfetto per chiunque.

 

Poi alla fine degli anni cinquanta un fatto di sangue lo sconvolge fino a fargli abbandonare il suo bozzolo dorato.

  

Postato da: MenandDreamers a 11:10 | link | commenti
cinema, letteratura, società

domenica, 25 giugno 2006

       QUANDO IL PROBLEMA  

E' NELL'OCCHIO DI CHI GUARDA 

 

         

 

E' vero, diciamocelo. E' inutile.
E' violaceo invece che rosa, ha due orecchie impossibili che sembrano ali ed un vestituccio da ape maia stinta.
Con lui l'espressione "Sei proprio un maiale...." non può essere negata.
E non è neanche troppo intelligente.
Che ci fa' un tipo così al giro? Giusto l'amico di un orso altrettanto tonto, in un mondo creato nel 1926 da A.A.Milne, che si chiama Winnie the Pooh.
Un mondo davvero strano. Diversi animali del globo in un bosco di appena cento acri (No, Darwin non lo conoscono e pochino, direi, anche la geografia), cantano molto, fanno grandi ragionamenti filosofici e c'è anche un asino in crisi depressiva. E non sono neanche in carne, direi meglio in pezza.
Deduzione logica a tutto ciò: libro per ragazzi del mondo occidentale. Libro per ragazzi? Mah, direi molto per adulti.

O per entrambi?
Potrei porre la questione all'orso. Avrebbe di che rimuginare per due mesi.

Anche da altre parti stanno rimuginando. Risultato: turchi in ritirata. Il maiale è impuro, ergo elimino il maiale dal cartone. E TRT, televisione turca, toglie Piglet dalla programmazione. Anzi toglie Winnie del tutto, tanto per essere giusti.


Non se se il maiale ha pianto, si è disperato o ha composto una canzone adatta alla circostanza. Di sicuro, dalla staccionata su cui siede sovente, ha guardato lontano.
Perché forse alla fine lui non è così tonto. Lui sotto sotto lo sa. Pensate a che cosa vuol dire essere impuri. Di questi tempi e paesi, vuol dire salvarsi la vita.
Che il maialino viola abbia scoperto il modo di sopravvivere?

Io intanto sono andata a rileggerlo e lo consiglio a tutti. 
 
<< E così Pooh e Piglet si avviarono insieme, pensierosi, verso casa, nella sera dorata, e per un bel po' rimasero in silenzio.

"Quando ti svegli al mattino," domandò infine Piglet, "qual è la prima cosa che ti chiedi?"

"Che cosa c'è per colazione?" rispose Pooh. "E tu che cosa
 ti chiedi, Piglet?"

"Dico: chissà che cosa accadrà di emozionante oggi?"

Pooh annuì pensieroso.

"E' lo stesso," affermò. >>

 

         


La notizia è qui

Il libro originale è qui  

e uno dei libri più dotti che conosco:
"Winnie Puh e la filosofia. Da Platone a Popper" è
qui

 

                                   

Postato da: MenandDreamers a 22:55 | link | commenti (1)
letteratura, società

sabato, 28 gennaio 2006

       

                              Il prossimo anno a Gerusalemme

 

 

                    

 

E' una coincidenza che ieri Hamas vinca le elezioni politiche in Palestina, lui che giura la distruzione dello stato di Israele, e oggi sia giorno della memoria di quelli che da sempre respinti in posti più lontani, andarono, dopo il '45, a cercare una terra che ridesse il senso di appartenere a qualcosa, loro che non avevano più niente, solo quella terra, reputata lascito diretto di Dio? E' anche troppo banale vedere gli scherzi che la storia si diverte a fare. E ai quali noi contribuiamo.

Gli sporchi ebrei, tenutari di poteri occulti ed averi immensi, quelli che dal 9 settembre 2001 sono accusati del complotto: "No, te lo giuro, è vero, non c'era neanche un ebreo morto nelle torri gemelle..", quelli che, nessuno venga a raccontarmela, 60 anni fa andavano a morire con la benedizione di quasi tutti i tedeschi e diversi italiani, ubriachi di ignoranza e arroganza: la morte tua è la vita mia migliore.

Si dice che la storia non insegna niente. Che si ripetono ciclicamente gli stessi errori, ancora ed ancora, senza tenere conto del passato. Eppure.

Ottant’anni fa si poteva anche mandare al governo, con elezioni democratiche, uno che decideva di sterminare un popolo perché reputato come parassiti e forse lo erano davvero e lo faceva, con la quieta acquiescenza che nelle parole di Eichmann al suo processo risuona come quella innocua di chi ha fatto il proprio dovere di bravo cittadino, fedele alla bandiera.

Oggi credo invece che Hamas si freghi con le proprie mani, che ragioni con la mentalità del 1930 in un anno che si chiama 2006. Mi dispiace per tutti i simpatizzanti palestinesi, anche miei amici.

Se le condizioni di vita e povertà e le colpe non le vedo da una sola parte, non vedo altrettanto perché si possa impunemente e a voce forte dichiarare la volontà di sterminio di qualcun altro.

Sarà solo l'ala estremista? 

Può darsi. Ma è un’ala che si fa sentire, che è in tutte le tv e giornali del mondo, che lancia un messaggio di odio credendoci quando ormai nel mondo siamo sempre in meno a crederci: che la morte tua sia la vita mia. La vita è una sola, indivisibile: se tronco la tua, in qualche strana e ultraterrena maniera, trancio anche la mia.

John Donne, poeta inglese del seicento poi diventato ecclesiastico, trasferendo la sua vena acuta al servizio di Dio, in una famosissima meditazione dice: "Ogni morte di uomo mi sminuisce".

In un mondo che è uno, non mille, ci dividiamo anche questo.

Nell'odio sociale e personale come arma di lotta, quando vedo, ancora più subdolo, usare il disprezzo come arma di lotta, cosa è capace di fare un uomo verso un altro uomo, non c'è meraviglia. C'è la consapevolezza di quanto sia fragile il nostro equilibrio e che il pericolo è sempre in agguato.

Uno stato o una parte di esso, che investe chi ha davanti dello status di nemico, per ideologia, tornaconto o solo stupidità cieca si mette fuori da tutto e da tutti. Verrà isolato. Oggi viene isolato.

E’ il cambiamento dei tempi, solo un piccolo spostamento di prospettiva ma che contiene noi oggi e cambierà la storia domani. Per questo, stranamente, mi preoccupo meno del dovuto delle affermazioni deliranti di chi si sente nel giusto, di chi dappertutto, troppo spesso anche in questo paese, usa l'odio che alberga per trovare nell'altro la giustificazione alla sua miseria morale, alla sua disperazione.  Perché saranno sempre meno e sempre più tenuti a distanza. Ma la consapevolezza serve solo ad alimentare ancora di più la mia vigilanza.

In memoria di chi non ricorda.

 

                               

 

In un giorno di settembre del 1972, durante i giochi a Monaco, 11 membri della squadra olimpica israeliana furono uccisi da un commando palestinese. Furono attaccati di notte e l’assedio alla palazzina fece il giro delle tv mondiali. I giochi, con la logica ancora degli anni settanta, non furono interrotti. Un documentario di pochi anni fa, splendido, ricorda e ricostruisce ogni singolo minuto di quel fatto, con le immagini del momento e le testimonianze. Credo sia fondamentale affiancarlo al film di Spielberg, Munich, che esce in questi giorni, perché quest’ultimo focalizza di più l’attenzione sulla caccia da parte di un gruppo scelto israeliano ai mandanti dell’azione. Insieme possono servire a vedere quali confini ha, e diamo, al male e prendere coscienza sul senso della vendetta.

C’è chi odia è c’è chi ricorda.

Per quanto mi riguarda, non è mai abbastanza.  

 

La meditazione di John Donne - in inglese - è qui.

In italiano, solo uno stralcio, è qui. 

 

 

                               

 

E siccome di violenza e terrorismo non si muore mai a sufficienza, torno adesso dalla conferenza stampa per la donazione del fondo documentario di Robert Katz al comune di Pergine Valdarno, un fondo che raccoglie qualcosa come 60.000 documenti cartacei (carteggi, diari, interviste, appunti) e svariate ore di registrazioni e film.

Io e lui facciamo parte del Consiglio della Biblioteca di suddetto posto, a metà tra Firenze ed Arezzo, dove entrambi abitiamo. Robert Katz è americano di nascita ma toscano per scelta. Arrivato a Roma nei primi anni sessanta, ha preso la decisione di rimanere quando ha incontrato la storia italiana. Dapprima quella della seconda guerra mondiale e poi più avanti, fino al caso Moro, che ha vissuto sul posto.

Giornalista, insegnante, scrittore, storico, durante gli anni ha conservato il materiale che è servito alla redazione dei suoi libri, tra i quali più famosi: MORTE A ROMA, sulla strage delle Fosse Ardeatine e I GIORNI DELL'IRA, sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, da cui è stato tratto il film di Giuseppe  Ferrara

Ha anche collaborato alla sceneggiatura di “La pelle” di Liliana Cavani.

E’ un osservatore attento ed è interessante vedere la nostra storia attraverso gli occhi di qualcuno che arriva da un po’ più lontano, uno sguardo coinvolto da fuori ma alla fine coinvolto del tutto.

Lo posso capire. 

Anche la nostra storia è una cosa strana. Ingombrante o cedevole, a seconda dei casi, da ignorare o portare ad esempio secondo i momenti, le idee, le correnti, è comunque la nostra memoria. Che svanisce piano piano, impercettibilmente, se non la tratteniamo. Ed il tempo è poco e la voglia di mollarla dove ormai sta - nel passato, appunto - è forte. Si, potremmo lasciarcela. Senonché non faremmo giustizia a chi l’ha vissuta e ci si è anche fermato per sempre. Il compito gravoso di ascoltarla ogni tanto, in memoria di chi non può ricordare. 

Per quanto ci si rifletta, non è mai abbastanza.  

 

L’archivio Robert Katz (A.R.K.) sarà visionabile da chiunque ne faccia richiesta per scopi di studio contattando il Comune di Pergine Valdarno al suo sito (c’è anche un PDF scaricabile)

Invece il sito personale di Robert Katz, con molti documenti di storia italiana, è qui. 

Per chi è interessato alla storia in generale, un sito notevole di memoria del ‘900 è qui. 

Postato da: MenandDreamers a 15:20 | link | commenti
cinema, letteratura, storia

sabato, 12 novembre 2005

     

      

      

E ADESSO AMMAZZATECI TUTTI  

 

Sono giorni in cui essere un poco fieri, quindi celebriamo.  

 

Le dichiarazioni deliranti del capo di un paese che languisce di fame di libertà e ignoranza il  popolo mentre pensa alle sue risorse atomiche (le scorie potrebbero essere usate come cibo per i terremotati?), usano l’odio per gli ebrei, il Sionismo, per farsi pubblicità e farsi ascoltare. Si sa, anche noi lo sappiamo, se scavi nel peggio di un essere umano, sei sempre sicuro che qualcosa ricavi. Anche Hitler, Stalin, Mussolini e via di XX secolo, farneticavano di pulizie necessarie e c’è sempre il popolo che applaude.

Ma il mondo sta cambiando. I nostri nonni ricordano di quando nei paesini di provincia le notizie arrivavano solo col giornale e chi se lo poteva permettere. E tutto era grande, lontano, straniero. Oggi si dice spesso che la diffusione dell’informazione a livelli monumentali degli ultimi, quanti, 10 anni?, abbia generato la paura nelle persone. Una paura che accumula tutti i mali del mondo e te li butta in casa. Io credo che se tale paura c’è, nasca invece dalla consapevolezza crescente della “ALTERITA’” , che ci sia stata una specie di Maastricht delle frontiere private che è senza ritorno. E abbia scavato in ciascuno un occhio più responsabile.

Certo, ci saranno sempre quelli che impauriti si chiuderanno a doppia mandata dentro le loro casette riscaldate tremando e temendo apocalissi senza nome, facendo finta di non esistere, ma gli altri no. Oggi non è più possibile defilarsi, non è più possibile credere alla passiva acquiescenza del “lascia stare..” “chi te lo fa fare…” “pensa a te stesso…” “io non c’entro…” e altre amenità del genere.

Ci si tenta, il gioco sarebbe ancora comodo, ma non è più possibile farlo senza vergogna.

Così mi è piaciuto che tra tanti stati nazionali che hanno accolto le sopra citate dichiarazioni del leader con l’aplomb della diplomazia (leggi interessi economici), qui da noi si sia scesi in piazza. A sottolineare l’idiozia con gli striscioni, a sottolineare che nessuno si può permettere di poter decidere la sopravvivenza di un altro paese, anche solo a parole.  Perché le parole sono pietre e con quelle si costruiscono le strade della stupidità che dopo si marciano armati..

Sara scontato, ma forse giova ripetere che prima dell’economia viene l’etica, perché altrimenti ci si arrende alla morte sicura, siamo già finiti prima di finire. Chi ci salverà da noi stessi?.

Come i ragazzi delle scuole a Locri, contro i loro padri remissivi e rassegnati, che chiedono ancora allo stato di risolvere quello che invece sta alla coscienza individuale di non accettare. 

Non da adesso, quando tu stesso non sai più chi sei per tutte le volte che ti sei negato, ma da sempre, insieme, non qualche povero cristo che tenta da solo, facendolo diventare bersaglio fisso per chi ti spara senza neanche troppa fatica.

Si scende in piazza, che è un segno buono. Non a fracassare, distruggere e fare le cariche. Ma a camminare e dirlo a voce alta.. Rivolta pacifica e per questo vera rivolta. A voce alta.

È azione, la forma compiuta di un pensiero, che da solo non può bastare. 

 

In questo periodo che celebra il trentennale della morte di Pasolini, credo che tributo più giusto delle pur giuste ma troppo facili commemorazioni letterarie, sia un popolo sanamente indignato - quel popolo italiano che lui amava e odiava così visceralmente e più spesso non riconosceva - invece che addormentato. Per quanto lo legga spesso, perché è una delle poche menti italiane con cui riesco ad avere un serio scambio dialettico (questa gli sarebbe piaciuta), non ho mai pensato che avesse ragione su questo paese. È solo che quello vero, quello intelligente e capace, quello cosciente, e forse proprio per questo, fa meno rumore, sta sempre po’ defilato, di quello che si agita impazzito dappertutto ed ammorba aria e fagocita il respiro. Dovrebbe imparare a farsi sentire più spesso, a stare un po’ più esposto. In questi giorni lo ha fatto. Celebriamo.  

 

Postato da: MenandDreamers a 04:47 | link | commenti
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