
Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura
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Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali
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Continuando il discorso sul diritto d'autore, nuove tecnologie e gli usi sociali dei media digitali, in questi giorni ho letto il documento proposto sul tema delle libere utilizzazioni. Cercare di insistere nel sottolineare come l'accesso alla cultura sia centrale, vale ripetere, centrale al discorso della cultura stessa, e che quindi in una legge sul diritto d'autore non puo' essere ignorato né tantomeno sottovalutato.
Ma se le speranze sono una forza necessaria, il presente invece appare discretamente inerte. Infatti la proposta ufficiale di legge ha scatenato non pochi dubbi e certo molte idee random, una delle quali è stata:
DEGRADARTE
(http://www.degradarte.org)
Era un po' che non si annusava una nuova avanguardia artistica in questi tempi di arte-serva. La rete, la rete....
Sul sito il manifesto e le opere.
Chiara Micheli
- DEGRADARTE NO. 1
- VENERI-

Donne ideali che si guardano dalle soglie di migliaia di anni.
Veneri preistoriche e veneri poststoiche.
Una foto ultra-copyrightata con l'idea del peso e non peso, come l'idea del degrado che si lega alla sottrazione/sostituzione. E' quella comune.
Ma se il degrado avviene per aggiunta del contrapposto porta ad un accumulo del senso:
il degrado dell'oggetto è il rafforzamento dell'oggetto.
L'opera è degradata materialmente ma non di significato.
E' anche la nuova frontiera di un'arte futura a partecipazione collettiva?
Non voglio più essere civile
Uno strano stato d’animo mi ha preso in questi giorni. Dapprima non mi sono resa conto di cos’era, poi ho capito. Si chiama vergogna. Ho cominciato a provare vergogna per una storia che si è trascinata per giorni e giorni nei media italiani ed ieri sera ha avuto il suo epilogo esemplare.
Vergogna perché anch’io non molto tempo fa avevo dieci anni e so cosa vuol dire avere dieci anni e essere una bambina, genere femminile.
Vuol dire avere poca protezione, anche se hai i genitori e ti vogliono bene, in un mondo che comincia a giudicarti merce appetibile. E la bambina di questi giorni neanche li ha, i genitori, chiusa dentro un orfanotrofio in quella tragedia di nazione che è la Russia del dopo comunismo. Con Chernobyl come bonus aggiuntivo.
Ho ascoltato per giorni gli appelli disperati di due persone qualunque che hanno avuto con loro una ragazzina in vacanze italiane, dove ha mangiato, è stata amata e ha trovato una famiglia. E con questi nuovi quasi genitori si è aperta: “Là mi danno noia, mi fanno violenza, non voglio tornare, se torno mi ammazzo”.
Ho ascoltato allora le parole dell’ambasciatore bielorussso indignato perché i quasi genitori avevano mancato l’appello al ritorno e l’avevano invece nascosta, chiedendo una soluzione accettabile per lei: “La legge è la legge e va rispettata. Anzi, se non ce la ridate interrompiamo qualunque rapporto di collaborazione. D’ora in poi a nessun altro nostro bambino sarà permesso di venire in vacanza in Italia. Ecco che cosa vi siete guadagnati!”
Ho ascoltato anche le parole degli altri genitori di vacanze temporanee: “Quei due ci stanno facendo un torto, così impediscono a noi di avere i bambini. Tornino alla legalità.”
Non ho ascoltato invece molte parole italiane di chi avrebbe dovuto occuparsene seriamente, nessuno è venuto con la sua faccia davanti, ma piuttosto una specie di ping pong tra tg e media vari, con fare tremulo ma superficiale che giudicavano il caso con la sicurezza del loro ruolo.
E vero, la legge è prima di tutto. E la legge che permette di chiamarci persone civili. Di avere diritti e doveri e d essere parte di una comunità. Della civiltà. Pagata con secoli di sbagli e sfortune, altamente tesorizzata.
La legge va rispettata. Così, con un blitz a sorpresa notturno, si prende la bambina e la si rispedisce, con aereo apposito, in patria. Di nascosto, che tutti sappiano a cose fatte. Oggi la legalità è stata ripristinata. Tutto va bene.
E’ vero, la legge è prima di tutto.
E’ la legge che permette di ammazzare le persone su una sedia elettrica o impiccati ai soffitti o con le teste mozzate, come pena per aver ucciso a loro volta. E’ giusto.
E’ la legge che ti dice in guerra di uccidere anche se tu non vuoi.
E la legge che continua a discriminare i sessi e i diritti in tanti paesi - e l’Italia lo sa bene, anche se fa finta di no - e nessuno fa una piega.
E la legge ha sempre ragione. Ci si accomoda sui suoi enunciati e si dormono sonni tranquilli.
Io penso invece a quelli che non dormirà quella bambina stanotte e le prossime notti a venire. Quando tutto quello che sembra essere stato fatto è stato fatto sul suo corpo e la sua testa, lei diventata essere trasparente e mezzo del gioco al potere di altri, ma non persona.
La legge come fine ultimo della creazione? La legge come regola intoccabile? Rifiutiamo un Dio celeste per poi rifarcelo terreno?
Conta più il rispetto di un essere umano e del suo diritto fondamentale alla vita, considerato che ha solo dieci anni, o il rispetto dei buoni rapporti tra due paesi? Avrebbe scatenato una guerra? Cosa fanno, non ci danno più il gas? Tagliano gli oleodotti?
Si sente tutti i giorni, sulla bocca di chiunque in pubblico, tv e giornali, politici e intellettuali qualificati, grandi menti del nostro presente, esponenti culturali di rilievo, che quello che fanno è combattere per i valori della civiltà, che sono per la libertà e i diritti per tutti, contro i soprusi e i complotti. Dove sono in questa storia queste persone? Non si sono accorte di che occasione hanno perso, abbiamo perso tutti, per reclamare il vero diritto della civiltà, che è il riconoscimento primo del diritto a vivere non nella paura, non nella violenza?
Abbiamo solo parole. Parole di vuoto. L'uso peggiore che della parola si può fare. La sua degradazione a nulla.
Mi vergogno di essere cittadina di un paese che si dice civile e poi non rispetta ciò che civile vuol dire, il senso più alto che prende il rispetto, la difesa di chi non si può difendere: dimentico per un attimo sacrosanto i miei interessi per fare quelli di un altro.
Civile. Civis. Cittadino. Comunità.
Se questa è la civiltà, io non voglio più essere civile.
E invece no. Io sono una persona civile. Ma non di questa civiltà. Questa è la loro, non la mia.
Amelio diceva che in Italia non esistono più persone come il protagonista del suo film. Bene allora: guardi quei due quasi genitori combattere da soli.

L'INVENZIONE DELLE BRACCIACome una lingua che batte sulla ferita, c’è una cosa che da un po’ di tempo mi dà noia, salata e brucia, e poi passa subito. Fino al prossimo passaggio di lingua.C'è questa cosa che sento come un fraintendimento, questo intendere come binomio scontato e possibile il legame stretto tra scienza e uomo.Io studio quelle che si chiamano scienze umane. Eppure, per me, questa affermazione_ scienze umane _ è una contraddizione. Perché l'uomo non lo reputo scienza.Certo, la sua parte naturale, formazione calcarea o acida, tanti gradi di ferro, cartilagine e muscoli in movimento, fegato, pancreas, sangue, va bene. Grazie immisurato a quelli che l’hanno studiato e salvato da TBC e carenze vitaminiche.Ma il resto - oltre i 60-70 chili standard - non lo è. Ed ogni volta che si tenta di ridurlo a questo, ad una equazione, a numeri neanche tanto interi, ecco che si crea una catastrofe spaventosa che il ‘900 ricorda bene e non è che sia proprio finita.La sensazione devastante che quando mettiamo qualcosa prima di lui, quando mettiamo una teoria da esperimento, qualcosa che si possa provare uguale in ogni momento e in ogni luogo, questa diventa la nostra fineLa vita fa paura. Niente di nuovo.Buttati da queste parti che non conosciamo, il caos come tetto innaturale, pieni di desideri che non realizzeremmo pieni di mostri ad ogni angolo di strada. Certi della nostra morte e che dovremmo distenderci in un posto a farci mangiare dai componenti chimici d’aria e terra, con un vago barlume che forse, chissà dopo, qualcosa dovrebbe pur esserci, c'è senz’altro… forse.Continua a stupirmi che nonostante la cognizione continuiamo a vivere, alzarci ogni giorno, mangiare, scambiarci fluidi umani ed idee per le quali combattere. Mi fa pensare che siamo molto coraggiosi, noi esseri umani: sappiamo e continuiamo lo stesso come se non sapessimo.Non siamo né pietre né arbusti che probabilmente pensano in un'altra maniera, meno dolorosa. ( ma poi, chi lo sa).Quindi niente di strano se elaboriamo complicate teorie per tenere lontano il senso d’annientamento.Ma proprio perché noi siamo diversi, noi capiamo, non posso mentirmi per scacciare la paura.Se c'è, devo accettarla come parte di me, inutile scappare. Perché lei, dovunque vada, mi ritrova sempre.La soluzione a prima vista sarebbe mi ammazzo subito o lascio che mi ammazzi il tempo e come prospettiva è aberrante. Lo so, non c’e scappatoia.Eppure, nonostante questo, non posso usare una teoria per mettermi al sicuro. Non posso dirmi che la vita è tutta provabile, calcolabile. Preso a, b è dato per scontato. O che esiste il “cittadino medio”, “l'ascoltatore medio”, “l'emigrato”, “le donne”, “l'operaio”, “l'intellettuale”, “gli anziani”. Ogni volta che sento una categoria questo è quello che penso: sono cazzate.Inventate, costruite, per fare piacere al nostro bisogno di dare senso a ciò che non c'è l'ha ma che nonostante il nostro sforzo, continua a non averlo.Non posso mentirmi.Allora perché continuo a studiare scienze della comunicazione?Me lo chiedo.Perché mi piacciono le persone. Tutte, comunque siano. Anche quelle più sgradevoli che ho incontrato. Le amo come esseri differenti da me e che vivono dove vivo io. E che non posso rispettare meno di quanto possa alla fine tentare di rinchiuderle dentro un diagramma a quattro cifre. Le amo perché è con gli altri che posso comunicare e comunicare non è la cosa più facile che conosco.E se rispetto me, non posso non rispettare loro, mio opposto nello specchio di questo mondo. E se guardo me, inetichettabile, come posso pensare di mettere una etichetta a loro?Così continuo a studiare scienze della comunicazione e nello steso tempo metto in dubbio ogni cosa che studio. Non è sana, come scelta, né molto comoda, ma mi permette di convivere con me. Sarebbe più terribile il contrario.§In questa settimana si parla di referendum e clonazioni e cellule staminali. Di dove parte la vita. Di sperma, semi e ovuli. Di scambi.Se parlo di vita, non posso far finta di non sapere dove si trova. Mi sta sullo stomaco che un essere cominci appena un ovulo incontra uno spermatozoo. Vorrei una società di solo sperma o soli ovuli, dove poter scopare senza l'incubo di fare bambini ad ogni incontro. Ma non è così. Il mondo dove vivo non è mio e un bambino rimane un bambino appena lo creo. Ed è una persona: come faccio a farne commercio? Che differenza c'è tra quei negri d'America offerti come schiavi che mi facevano orrore quando li leggevo a sei anni nei libri di storia ed io che cerco un ovulo a pagamento per avere un figlio “mio”, scordandomi di quanto altri “figli” al mondo ci sono per me?Non me ne frega niente di quali sono le posizioni di chiesa, ds, ps, cdl, cs, ppd, ffg, ccb, ackd, gjei, ulivi e margherite, padri, consiglieri, coscienze all’erta o saggi di montagna.Una vita è vita, se almeno credo di contare qualcosa. Altrimenti mi ammazzo e la faccio finita subito. Problema risolto.Oppure scelgo di dargli un valore e un valore non è denaro, è qualcosa che trascende me per avere un senso in sé, senza che io decida come. Accettare che talvolta io non conto, io non sono tutto, io non sono l'assoluto ma solo un relativo fondamentale. Il mondo va avanti anche senza di me, ma se io esisto, io faccio una differenza. Forse è questo che ci siamo scordati. A forza di scienza e farci credere che siamo tutto, ci accorgiamo che non siamo niente e cominciamo a odiare la nostra forma, la nostra apparenza. Siano noi stessi il primo nemico che cerchiamo negli altri, il mostro all'angolo della strada.Non è facile pensare che accettare questa intrinseca debolezza è diventare forti. Rispettare un altra vita, da rispetto alla mia.Io non sono un calcolo matematico, un anima esiste anche se non la vedo e probabilmente me ne andrò da questo mondo capendo molto meno di quando ci sono arrivata.Eh. Che passi l’angelo e dica amen.Ci sono cose che non sono in grado di spigare, che sono misteri per me, insondabili.Ma non voglio averne paura anche se SO che non le posso spiegare.È questo che le fa meraviglie infinite. A prima vista sembra difficile da credere. Ci vuole molta, molta pazienza per accorgersene. Ne abbiamo ancora, noi?Eppure dovremmo farlo, prima o poi: accettare noi stessi imperfetti, brutti dentro e fuori, come siamo, invece di perderci alla ricerca di una perfezione che non esiste e tracimare il resto.Un po’ più uomini di terra, tozzi e grossi, e un po’ meno creature del cielo, indefinite e sempre più lontane.
Per cominciare un blog come si deve, mi sento in dovere di chiarire subito una cosa: non sono normale.Che vuol dire?Che io vedo cose che gli altri non vedono e non vedo le cose che tutti gli altri vedono. E nel mezzo, c’è la mia completa inadattabilità.Ergo, esulo da qualunque certezza.Diversamente da coloro che non hanno altro desiderio che apparire diversi, qualcosa di alternativo, e consumano le loro energie per scappare dal tran tran quotidiano borghese comodissimo ma che sta stretto, fisicamente e anche ideologicamente, io non ho mai cercato che di essere come tutti gli altri, invisibile e mimetizzata: uno dei tanti.Risultato: non c’è verso. Dopo sforzi titanici che sono ormai francamente fuori delle mie possibilità e dalle mie risorse, mi sono arresa. Ok, non sono normale.Chi mi conosce bene lo sa già da tempo e si tiene alla larga. Lo consiglio a tutti, in effetti. I mostri sono interessanti nei romanzi; nella vita direi un tantino più deludenti. E poi è nella vita che fanno davvero paura, perché a differenza di un racconto, non ne vedi mai la fine (con la giusta punizione o il bric-a-brac di “il finale te lo lascio un po’ ambiguo, vedrai che ritorna).Mi sono rassegnata.D’altra parte, perché la normalità si possa riconoscere, ha bisogno dell’anormalità che la possa definire. Quindi anch’io ho una funzione, dopotutto.Questo blog nasce per questo.Perché continuano a chiedermi dove trovarmi (lo so, prima o poi arriverà anche il sito, va bene) e perché questo difficilmente sarà il posto delle cose normali.Io scrivo. Insegno scrittura. E scrivo. Più dieci altre cose che mi mantengono sana.In questo momento sto traducendo Owen. Il poeta inglese, intendo. Quello morto nella prima guerra mondiale, una settimana prima dell’armistizio.Io sto da sempre a metà tra mondo anglosassone e mondo latino e dacché li frequento, non è che siano mai andati molto d’accordo.“Sono strani, gli inglesi….” dicono.Forse noi non ci siamo guardati abbastanza.Ma a chi può importare di uno, inglese, morto nel ’18, romantico, decadente e che scriveva poesie?Il fatto è che anch’io scrivo poesia.E la leggo. E la diffondo dove e come posso. Così quando l’ho incontrato (o meglio, rincontrato: quelle sue lettere…) ho visto un altro anormale e ci siamo riconosciuti.Ho cercato dappertutto in Italia ma l’unica edizione possibile è un Einaudi 1985, fuori catalogo, rigorosamente di “Poesie di guerra”.Giusto.Il problema però è che Owen non è un poeta di guerra. E’ un poeta. Punto.Non sono cinquanta le poesie - quelle che grosso modo circolano di lui - ma 120 tra complete e frammenti - molti, perché non aveva messo in conto di morire: il martirio non gli si addiceva e le morti giovani, vivi veloce e lascia il bel cadavere per i poster postumi e le antologie, non erano ancora arrivate nelle brune di Avalon. (E no, non aveva neanche conosciuto Kurt Cobain e Gus Van Sant) -.Così pare che le rimanenti settanta non siano normalmente prese in considerazione da tesi ed accademie perché sfuggono a qualunque sua irreggimentazione - questo termine gli sarebbe piaciuto - nel modello predefinito che gli si affibbia per comodità.Perfetto.Quindi eccomi qui a disputare rime e pararime (oh, si, grazie, ma l’italiano non è mai stato proprio flessibile…) per rendergli giustizia in metrica ed assonanze.A chi interessa leggerlo in inglese c’è il text di Oxford , per quanto trascritto dai manoscritti con una sciatteria che ha dell’incredibile: http://www.ota.ahds.ac.uk/Per l’italiano invece, per quanto ne so, io sono la sua prima traduttrice completa.E cosa di meglio, per cominciare, che chiamare qui anche lui? Che sia il nume tutelare degli uomini morti e di quelli che sognano.
oggi
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