______ Il blog di Chiara Micheli ______

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sabato, 23 maggio 2009
NUOVO LABORATORIO DI SCRITTURA IN TOSCANA

Parte il 29 maggio prossimo alle ore 21 il Laboratorio di Scrittura che per il terzo anno consecutivo tengo nella biblioteca di Bucine, un comune del Valdarno pieno di storia passata da poterci scrivere diversi romanzi e con uno dei sindaci più disarmanti che mi sia stato dato di conoscere.


Qui si è formato un piccolo gruppo di scrittori tenaci e di parecchi generi, perché uno dei punti di forza di questi laboratori è sempre stata la diversità, di qualunque tipo, anche di talento e aspirazioni, nella fede profonda che la scrittura non può avere omologazioni, altrimenti è fallita in partenza. Abbiamo tutte le storie, storie fantastiche, storie contemporanee, storie militanti, storie di donne, un panorama dello scrivere e anche qualcosa di più, abbiamo gente che ha voglia di parlare e condividere, beni preziosi quanto la scrittura.


Quest'anno ci concentreremo sull'editing, far diventare la propria pagina degna di essere letta dagli altri, farla interessante, attraente, farla nuova con le sole 21 lettere dell'alfabeto.
E' una cosa ancora troppo sottovalutata da chi con la scrittura ha poca dimestichezza. Si pensa scrivo bene in italiano quindi sono a posto: magari fosse così, eviteremmo la mole di libri e tesi illeggibili e mattoni che ci sono in giro, soprattutto quelli autopubblicati.


Il lavoro di editing lo svolgo da 8 anni, ho cominciato in maniera inusuale, facendolo in inglese invece che in italiano - una cosa pazzesca a pensarci a mente fredda - ma è un lavoro bello, responsabile. Delicatissimo, talvolta incomprensibile, sempre traumatico quanto una seduta psicanalitica. Ci vogliono doti forti, come per il mestiere di traduttore. Ci vuole umiltà e come per il buon traduttore la dote suprema dell'invisibilità, invece non facile. Per questo amo editor che sono anche scrittori con propri progetti: non avranno la tentazione di sostituirsi allo scrittore col quale stanno lavorando.


Ieri in un altro lab abbiamo parlato di nuovo di Carver e del lavoro/taglio di Gordon Lish sui suoi racconti, tema ultimamente tornato alla ribalta. Ma quello non fu un rapporto di collaborazione, fu un rapporto di potere tra due menti: è giusto o no?
Anche di questo parleremo, correggeremo testi e capiremo il perché delle correzioni. E le discuteremo e litigheremo ma amabilmente: siamo molto charming quando ci mettiamo insieme.


Per chi vuole stare in mezzo a chi scrive e imparare, per chi ha un testo nel cassetto o uno rimasto a mezzo o lo ha ancora nella testa e non riesce a scriverlo, il telefono della Biblioteca di Bucine è qui, aspettiamo chiunque voglia unirsi, l'unica regola di partecipazione è l'amore per la scrittura.


Tel. 0559911363

in orario  mart/giovedi 15-17,30     merc/ven/sab 9-12

Postato da Chiara Micheli - MenandDreamers alle ore 18:12 | link |
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mercoledì, 06 maggio 2009
LABORATORIO LETTURA CREATIVA - SESTO APPUNTAMENTO CON GOMORRA DI SAVIANO

Concludiamo questa prima serie di incontri sui libri presso la biblioteca di Bucine (AR) per venerdì 8 maggio alle ore 21 con Gomorra di Saviano: toh, si dirà, perché c'è ancora qualcosa da dire che non sia già stato detto?

Si, e molto. Perché quando io ne parlo come di Real Person Fiction tutti mi guardano come venissi dal quarto anello di Plutone. Perché si discute sempre e giustamente di cosa c'è scritto in questo libro, ma mai di come è scritto. Da dove viene un'idea di libro come questa, come si lega ad altra letteratura di oggi o di ieri - il fatto che abbiamo due mesi fa affrontato A SANGUE FREDDO di Capote non è casuale, insomma andremo a scavare proprio dentro il suo meccanismo per capire meglio. E' importante perché comprendere come è "fatto" un libro rivela molto più di quello che appare al primo sguardo dei lettori.

Vi aspetto come sempre. Info qui o in biblio.

 

Postato da Chiara Micheli - MenandDreamers alle ore 11:21 | link |
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martedì, 07 aprile 2009
Ehi voi, scrittori di fanfiction! Lo sappiamo che ci siete e vi copiamo!

SUPERNATURAL ABBATTE LA QUARTA PARETE


                    Con quattro parole su fandom & Co.


che mi fanno sentire molto pioniera perché vado a colmare un vuoto fino ad adesso piuttosto presente: per quanto cerchi in italiano, non ho trovato molto sull’argomento teoricamente trattato ma poi applicato (5 articoli??). E allora, spero per la gioia di molti, facciamolo.

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Poco volte mi sono divertita così davanti uno schermo come questa: nel lavorare con la scrittura ho sempre amato molto anche quella che nasce da internet in ogni sua forma popolare (o di subcultura, come dovrei dire sociologicamente parlando, ma in questo pezzo a spasso i formalismi), e chi segue le culture pop soprattutto fuori Italia può capire, agli altri spiegherò con calma di cosa si tratta. Chi ha voglia mi segua.

Da che esistono cinema, teatro, tv e libri la quarta parete fa parte della sospensione del dubbio esistente tra un'opera di finzione e lo spettatore, cioè il pubblico accetta d’istinto la presenza della quarta parete senza tenerla direttamente in considerazione, permettendogli di godersi la finzione come se stesse osservando eventi reali.

Da che esiste la tv, il cinema, i libri, i fumetti, i videogiochi, i cartoon, la musica e tutto ciò che crea personaggi, eroi e beniamini, i fruitori in lingua inglese non sono mai stati fermi. Da quelle parti succedono cose che a noi del vecchio contenente ufficialmente potrebbero sembrare assurde poiché siamo più rigidamente separati tra chi produce e chi usufruisce di materiale creativo.  La parola è interagire, non accettare e basta. Dunque qualunque cosa di anche pur minimo successo crea una base di fans, raggruppati nel fandom – comunità di fans con gli stessi interessi - che inventa gli atti più impensabili a supporto. Dalle conventions dove tutti si ritrovano insieme a discutere per giorni, alle fanzines, le riviste anche molto patinate stampate in proprio e diffuse via posta, a tutte le attività in rete con forums, foto, gossip, fan clubs,  news sempre aggiornate, alla musica, arte e video ispirati, alle charity auctions, non so quante attività ludiche si incontrano.

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Postato da Chiara Micheli - MenandDreamers alle ore 09:10 | link |
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domenica, 05 aprile 2009
CRIMINAL MINDS PERDE I SUOI SCENEGGIATORI

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A proposito di scrittura che sta dietro ogni visione una brutta notizia di ieri per chi ama come me la serie tv Criminal Minds. A causa della crisi che ha colpito gli Stati Uniti la CBS dimezza il parco sceneggiatori e Criminal Minds ne perde 5 (ma 7 sono in annuncio), cioè perde gli scrittori di metà e più episodi di ogni stagione. Tra questi Debra J. Fisher e Erica Messer, Jay Beattie e Dan Dworkin, e purtroppo Andrew Wilder, autore degli episodi a mio parere più stupefacenti, tra cui Memoria d’Elefante, L.D.S.K, l'episodio che per primo mi fece fermare e seguirla, Ashes and Dust, Minimal Loss e il recentissimo Omnivore.
Per capirci meglio lo scrittore che ha dato a Hotch certe profondità insondate e con Reid quelle loro appassionanti interazioni, quello che ha dato a CM quel sapore che la rende unica oltre qualsiasi serie di criminali e serial killer, così inflazionati. Persona tra l'altro amabilissima e divertente.

Ne avevo già parlato qui e qui per chi vuole sapere tutto.

Francamente con quali criteri si possa arrivare a scelte così drastiche, crisi o non crisi, per una serie che è al nono posto fisso nel gradimento nazionale con 12/14 milioni di spettatori a settimana, rimane per me un mistero. Vuol dire snaturarla, vuol dire perdere una parte importante e riconosciuta di quello che è stata fino ad ora e ne ha decretato il rispetto di chi la segue.

Ma in America non sono nuovi alle stupidaggini delle produzioni, ricordo il caso Aaron Sorkin per West Wing, lui che ne era stato l’ideatore, forse la peggiore mossa mai fatta fa qualunque network televisivo, che portò la serie all'apice del successo a diventare un mero involucro senza più spessore. Ecco, spero solo non succeda anche a questa ma i segnali ci sono. Davvero notizia così così per chiunque ami chi sa scrivere quello che si chiama intrattenimento intelligente. Per ora purtroppo non resta che salutarci.


Andrew, it makes me so sad that you're leaving the show, I will miss you.
When I list my top CM episodes, most of them are written by you. You are by far my favorite writer, Hotch will never be the same without you there. Will he survive?
Thanks for 4 years of wonderful scripts, best wishes, looking forward to see your future works. Take care. Love.

Postato da Chiara Micheli - MenandDreamers alle ore 12:02 | link |
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martedì, 31 marzo 2009
LABORATORIO DI LETTURA CREATIVA - quinto appuntamento

Quinto appuntamento per il laboratorio di lettura creativa presso la biblioteca di Bucine (AR) per venerdì 3 alle ore 21 dove affronteremo il libro di Cesare Pavese La Casa in Collina.

La storia di una solitudine individuale di fronte all'impegno civile e storico; la contraddizione da risolvere tra vita in campagna e vita in città.

Bella storia, quella che trattiamo in questa puntata del laboratorio. Letteratura civile, racconto esemplare italiano di fuga pensata e attuata dalla realtà quando non piace. Fuga come soluzione, isolamento come salvezza, illusione di felicità a spese di altri. Con la conclusione disperata ma necessaria.
 
Se infatti all'inizio il protagonista è convinto che per vivere sia necessario
 
Il coraggio di starsene soli come se gli altri non ci fossero e pensare soltanto alla cosa che fai ed in tal modo si accetta la storia e gli altri >
 
comprenderà alla fine che ciò non è possibile.
 
Conclusione retorica eppure viscerale, perché quasi sempre appunto era rimasta teoria dalle nostre parti, solo un bel pensare della coscienza e nulla più. Non uso il presente, perché in questo nostro, adesso, ora dopo ora, sembra qualcosa stia cambiando e io come molti sto guardando e aspetto a braccia aperte, non mi troverà immobile.
 
Novella esemplare che ha il coraggio nel 1948 di mettere i morti caduti della guerra allo stesso pari, non gli uni contro gli altri, ma tutti insieme contro i vivi a chiedere perché? Perché? Perché?
 
Siccome a questo perché non è stato ancora risposto, venerdì è quello che proverò a fare: se vogliamo mettere le fondamenta per il futuro è ora di guardare dritto negli occhi il passato.

Info qui o in biblio.

Postato da Chiara Micheli - MenandDreamers alle ore 00:54 | link |
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venerdì, 13 febbraio 2009
STORIE DI QUOTIDIANA NORMALITA'


Ieri. 
Ore 10, 05


Toc toc! alla porta di camera di mia nonna.
“ecco la colazione!” Mia mamma entra in camera di mia nonna con una tazza da 400 cc. piena di latte e 4 fette biscottate giganti.
nonna: "oh, avevo una fame!!!"
mamma: "si, eccomi, eccomi, ma pensavo….mamma… non sarà troppa questa colazione, tra due ore si pranza..."
nonna: "toh, e ora ecché vorresti dire? che mangio troppo??? dopo tutta la notte che digiuno!!!"
"digiuni? ma la notte dormi!"
"si, ma lo stomaco è vuoto!!"
mia mamma: "si si, va bene, lasciamo perdere, tanto che ci discuto a fare?"

Ore 11, 30

Campanello della camera della suddetta:  DRRRRRRRRRRIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNNNNNNNNN!!!
mia mamma di corsa: "che c’è che c’è??? che succede???"
ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!!!
"che c’è? che c’è???"
mia nonna: "sto male  ahhhhhhhhhhhhhhh sto per vomitare aaaaahhhhhhhhhhhh   accidenti al latte ahhhhhhhhhhh
fai qualcosa  aaahhhhhhhhh   oddio muoio ahhhhhhhhhhh!!!  tutta colpa del latte!!!   ahhhhhhhhhhhhh!!!"
Mia mamma alzando gli occhi al cielo: "che vuoi che faccia?"
"dammi qualcosa!!! vomito!! vomito!!!"
"ma è perché stai distesa, alzati un po' su, come fai a digerire se stai distesa??"
"ahhhh! muoio! dammi un secchio!!"
Un secchio? Mia madre scuote il capo e le aggiusta una bacinella e un asciugamano vicino alla bocca: "cerca di star calma! più ti agiti e peggio è!"
ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!!!
Poi aspetta lì accanto, mia nonna sta ferma, sembra calmarsi,  mia mamma esce in punta di piedi.
Passano alcuni minuti, mia mamma sta in pensiero, si affaccia alla porta senza farsi vedere, mia nonna è sempre distesa, sembra addormentata.
Mia mamma tira un sospirino:"e glielo dico che mangia troppo, ma 'un vuol dar retta, che si deve fare? sembra d'un volerglielo dare...

Ore 12, 10

Campanello della camera della suddetta:
DRRRRRRRRRRIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNNNNNNNNNN!!!
mia mamma affannata: "che c'è? che c’è??? hai vomitato?"
ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!!!!
"dimmelo, dimmelo!" Cerca freneticamente sul letto, guarda.
mia nonna: "ma ocché, e 'un me lo porti dammangiare????? è mezzogiorno passato!!!!"
"o mamma,  ma e 'un vomitavi????!!!!?????"
mia nonna: "ma quando??"
  
 

Postato da Chiara Micheli - MenandDreamers alle ore 11:51 | link |
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giovedì, 20 novembre 2008
QUANDO I POETI SI INCONTRANO: WILFRED OWEN E SIEGFRIED SASSOON

Ho voglia di parlare di poesia e allora torno su Wilfred Owen. Ne approfitto per rispondere ad un lettore che me lo chiede e a chiunque abbia voglia di ascoltare una storia bella, bella in modo normale.

Non l'avevo come proposito quando ho iniziato a tradurlo sotto le occhiate sconcertate di chi mi diceva, e dice tuttora - è una delle espressioni più gentili - a chi può interessare un poeta inglese morto?, che sarei stata la voce che l'avrebbe sparso spicciola da queste parti. Non l'avevo messo in conto e non ci pensavo. Che la vita leghi le persone per strani accadimenti è uno dei miracoli stupefacenti che mi prende sempre quando meno me lo aspetto.

Cominciamo, allora, come cominciano tutte le storie.
Due persone a distanza di novant'anni precisi proprio in questi giorni s'incontrano e una di queste viene a sapere che l'altra aveva fatto un altro incontro in tempi difficili, e che da quell'incontro era nata una delle pagine più belle scritte di letteratura. Appunto, gli incontri.

Le persone di novant'anni prima sono due soldati. Ci si potrebbe domandare: c'è niente di più lontano dalla poesia? Rispondo io: tutto il resto.

Wilfred Owen conosce Siegfried Sassoon un mese dopo il suo ricovero per PTSD al Craiglockhart War Hospital vicino Edinburgo in Scozia nel giugno del 1917. Owen ha 24 anni ed è reduce dal fronte, due giorni bloccato in un buco di mina con i resti spappolati di altri soldati attorno a lui. E' un ragazzo sveglio ma con la testa piena di libri e di Keats, con una famiglia alle spalle piccolo borghese molto religiosa. Fino alla guerra ha fatto l'insegnante privato e anche il potenziale uomo di chiesa ma la sua missione, ormai lo ha capito, è la scrittura.

Owen sa chi è uno dei ricoverati arrivati a luglio e ci pensa, Siegfried Sassoon è poeta e aristocratico, e tentenna. Lo avvicina, gli fa leggere con tremore alcune sue cose scritte, poi aspetta la risposta. Sassoon fa il magnanimo, Owen allora insiste, Sassoon gli dà dei consigli, Owen li prende a piene mani e dimostra il suo valore. Sassoon lo guarda distratto poi vuoi la gentilezza innata di Owen e il suo garbo, vuoi la noia del posto e la solitudine, in qualche maniera si lascia avvicinare. Sassoon è stupito, neanche lui l'aveva messo in conto ma comincia lo scambio intellettuale e personale che dà il via ad un rapporto tra due poeti che feconderà molto idee e parecchi libri di testo.
Sui manoscritti delle poesie ci sono le correzioni di Sassoon ancora visibili.

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venerdì, 31 ottobre 2008
E' uscito CONTROL, il film su IAN CURTIS e i JOY DIVISION

Control


Attaccato ad una parete di camera mia c’è un manifesto comprato a Londra. In una cornice nera l’immagine di una statua dolente, una figura di pietra reclinata con la mano sulla fronte, sfinita, l’altro braccio proteso al di fuori. Sopra c’è scritto LOVE WILL TEAR US APART. Che l’amore talvolta separi proprio da quelli che amiamo è un dato di fatto, doloroso e necessario qualche volta.
Credo all’inizio degli anni ’80 non ci sia stato gruppo musicale che abbia influenzato in maniera innotata ma radicale, direi virale, un’intera generazione più dei Joy Division, a cui il manifesto richiama, copertina di un 12 pollici del 1980. Non parlo solamente di paesi anglosassoni, avvezzi al rock come parte integrante della quotidiana cultura, parlo anche dell'Italia.
Avete presente gli anni ‘70, quelli con le lotte di protesta, Mao, le gonne lunghe, i cantautori dimessi con gli occhi bassi ma tanto, tanto impegnati, i collettivi e i dibattiti, e dall’altra parte i buoni provincialotti con il sesso che sembrava la grande trasgressione, visione codina di compagne sempre arrapate nei milioni di filmacci di quegli anni che ora ci toccano a riempire i palinsesti notturni come una medicina amara?
Ecco, dimentichiamoli.
Una parte della generazione degli anni ‘80 arrivava con una voglia di toglierseli di torno da far impressione. Era stufa, stufa, stufa di Woodstock, finti pace e amore, sogni lisergici da fuga perenne, giacche di velluto marrone, tirate politiche fedeli alla linea, terrorismi e mercificazioni. Voleva qualcosa di nuovo di cui sentiva l'odore ma soprattutto il bisogno.
Veniva dalle esperienze indipendenti e underground di terra e lingua inglese, era avanti anni luce. Ma quando si parla di quegli anni nei media, l’Italia ha preso questa brutta abitudine di ricordarli come quelli dei sapore di mare e delle tv private, Reagan e Thatcher, Duran Duran e disimpegno. Sono cazzate e pregiudizi ideologici di gente che non ha voglia di sapere.
Perché quella generazione c’è stata ed è stata quella che ha avuto con l’arte e la musica in particolare, indissolubilmente legate, un rapporto viscerale ed estremamente creativo, attivo.
Far musica è come scrivere: devi dire qualcosa. E allora il punk dal ’77 e poi il suo naturale sviluppo, la new wave, onda nuova non a caso, rompeva con le brodaglie dei supergruppi ricchi e sfasciati, nonché sfacciati e tristemente scoppiati tali e pari ad oggi, e restituiva serietà e profondità alla figura del musicista oltre che alla musica. La personalità, con il suo credo originale, alla musica fatta.
Avanguardie artistiche e modi nuovi di vedere, in osmosi con gli anni che stavano arrivando, un occhio attento al singolo individuo, non più alle masse indistinte, che poi è il nostro modo oggi. Beh, è cominciata allora.
Quel momento le voci deputate nostrane lo guardarono da lontano, stavano ancora seduti sull’America musicale di dieci anni prima, mentre l’Inghilterra si ergeva a dismisura. Francamente, a dirla tutta, non l’hanno mai preso.
Troppo sofisticato, troppo poco familiare, troppo cosmopolita, oggi diciamo trasversale, strano e raffinatissimo. Menti feconde ha prodotto e alimentato. Quanto politicamente scorretti ai nostri occhi, ma quando mai l’arte è stata il contrario: lo stesso nome Joy Division viene dalla sezione delle prostitute dentro i campi di sterminio nazisti. Divisione della gioia. Ah.

Non posso pensare che la brevità della vita di Ian Curtis, dovuta al suicidio a 23 anni (il gruppo di cui era il cantante ha all’attivo due album, una manciata di 12 pollici e diverse antologie postume, per non dire dei bootlegs) non abbia influenzato la naturale propensione alla tristezza di diverse generazioni, anche di qualcuno dell’attuale. Ma lui non è Cobain, amante della droga e beniamino dei media, qui le droghe non c’entrano, c’entra il male esistenziale isolato, contorto e poco fashion. Neanche cool.
Un male silenzioso, fuori dalle luci della ribalta e dentro le ombre della mente e le impossibilità di relazionarsi alla realtà circostante. Proprio perché questo appartiene a tutte le generazioni, nessuna esclusa, la musica dei Joy Division è di un’attualità sconcertante.
Al suo confronto orde di ragazzetti tirati a nuovo che ci guardano da MTV e palcoscenici lucenti svaniscono, i seni gonfiati e i bulli da ridere, scandaletti da rivistina patinata, e cantanti nostrani, con le virgolette di molte banalità che tanto fanno vendere e sollevano poche domande. Qui c’era altro.
Ce lo sentiamo in molti, questo altro, se so di una petizione affinché il film arrivasse finalmente anche in Italia, e ora è arrivato. L’ho visto un anno fa e il consiglio è vediamolo ancora e ancora, ci torno anch’io, non so come sia il doppiaggio ma passi. Supportiamolo anche, comprando il dvd: Anton Corbijn, produttore e regista, ha venduto parecchi suoi averi per realizzarlo e una mano non gli farebbe scomodo.

E’ un buon film, non indugia su facilonerie possibili né di ieri né di oggi. L’unico appunto è il bianco e nero, visione scontata ma vendibile bene di una storia tragica. Il regista è anche grande fotografo del rock e dice che è così che li vede ancora. Sono in molti ad aver visto i Joy Division in due sole tinte contrastanti. Io, chissà perché, li ho sempre visti a colori, forse non così accesi, forse acerbi, ma certo a colori. Un'innocenza disarmante.
Fu una moda il sequel mortuario, la vena funeraria è anche bella. E quello che oggi si chiama goth se n’è impossessato. Il dark, se mai capisco che voglia davvero dire, parte da lì.
Il film è la storia di questa breve vita, la lotta contro la malattia e la poca capacità di sopravvivenza in un mondo sulla coda delle devastazioni degli anni '70.
Se ci pensiamo, ne portiamo tutti, volenti o nolenti, ancora i lutti. E la musica è la valvola di sicurezza alla fine insufficiente, strumento d’interpretazione del vissuto quotidiano inadatto, sbriciolato, inefficace. Tutto sfuggiva tra le dita:
 
This is the crises I knew had to come
Destroying the balance
I'd kept
Doubting and settling and turning around
Wondering what will come next
 
Ecco questa è la crisi che sapevo arrivare
A distruggere l’equilibrio che avevo
Dubitando e accettando e voltandomi
A chiedermi cosa succederà dopo.
 
Nessun gruppo come loro, probabilmente mai più nessun altro come loro, di quella tristezza infinita, ed è giusto così. Insegnare che la musica è dura, può essere anche terribile e anche poco accomodante, scarsa consolazione. Ma la rappresentazione del dolore non deve per fortuna coincidere con l’azione attiva del dolore, è stata una simbiosi che una persona ha pagato e fatto pagare.
Un altro gruppo, e non il solo, è restato in questa storia, come The Sound di Adrian Borland.
Lui meno famoso, meno maledetto, venuto dopo il mito già creato. Con il suo maestro ha condiviso la malattia e una fine che in maniera simbolica ha chiuso quella stagione dirompente, meravigliosa e irripetibile che è stata certa musica degli anni '80, un’esperienza che è ancora nell’anima e nella mente di chi l’ha vissuta e di chi oggi ne vive l’eco. Ma molti caduti per una strada di cui non si vedeva termine, in una mitizzazione diretta del suicidio oggi molto sbiadita, almeno con quegli intenti. Un altro mondo? Forse. Ma la lucidità della visione lascia sconvolti:
 
Here are the young men,
a weight on their shoulders
Here are the young men,
well where have they been?
We knocked on doors
of hell's darker chambers
Pushed to the limits,
we dragged ourselves in
Watched from the wings as
the scenes were replaying
We saw ourselves now as
we never had seen
Portrayal of the traumas and degeneration
The sorrows we suffered
and never were freed
Where have they been
 
Ecco i giovani
Un peso sulle loro spalle
Ecco i giovani
Dove sono stati?
Abbiamo bussato alle porte
Delle stanze più oscure dell’inferno
Spinti ai limiti
Ci siamo trascinati dentro
Guardavamo dalle quinte
Mentre le scene si ripetevano
Ci vediamo adesso come non
C’eravamo mai visti
Ritratto dei traumi e delle degenerazioni
Il dolore sofferto
E di cui non siamo stati liberati.
Dove sono stati?
 
Per chi li ha nel cuore o per chi non li ha ancora incontrati un sito minuzioso di notizie e  una bella pagina di YOUTUBE con molti loro video. Video... se uso questa parola ci si aspetta ciò che non è. Qui siamo fuori da ogni cliché in campo musicale. È come l'oggetto di un mondo alieno che approda sulla terra, non sfoderargli le armi contro ma ascoltare ciò che ha da dire è il minimo dovuto.
 
Un grido d’aiuto, una punta d’anestesia. E no, con ogni tenerezza l’amore non ci separerà.
 
JOY DIVISION 

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mercoledì, 22 ottobre 2008
E dacci oggi la nostra (piccola) catastrofe quotidiana.

Chi vive in campagna come me si trova allegramente circondato da un'infinità di creature grandi e piccole sconosciute ai cittadini. Mentre sto scrivendo i miei due rospi domestici stanno prendendo il sole dentro un vaso di felci e un ragnetto campagnolo a strisce gialle e rosse mi sta guardando da sopra un mucchio d’appunti buttati là a caso e pieghevoli di eventi culturali passati. Stamani la natura è bellissima, c'è un sole che picchia stretto e colora di marrone e oro la chioma della magnolia di fronte, del fico fronzuto e verde con la famiglia di merli che sta facendo un macello delle foglie sotto, alla ricerca  della loro prima colazione. Cui seguirà la seconda, poi il pranzo, poi la meranda, la cena e lo spuntino pre-notturno. Si, sono ingordi, i miei merli, ed è bellissimo uscire sulle scale, aspettare che vengano a farmi compagnia e insieme restare in silenzio a guardarci, senza fare niente, godendo un po' d'aria. La consolazione che la natura ci dona suona una corda dolcissima dentro il nostro corpo e insieme cantiamo melodie anche se non ce n’accorgiamo. Il mondo è fatto di melodie sottilissime. Vorrei dirlo a chi ieri, dentro una biblioteca, mi ha fatto assistere ad un fatto che non avrei mai voluto vedere e che ora mi fa molto pensare. Non importa che fatto è stato, importa quanta tristezza mi ha messo addosso, quanta bruttura l'essere umano può seminare con la sua stupidità in un luogo che è il deposito del sapere e della conoscenza. Piccoli esseri apatici, piccola gente, piccoli animi meschini, quanto basta perché il mondo sia peggiore…
Mentre facevo colazione poco fa, sentivo lontano una tv accesa e i consigli ascoltati in religioso raccoglimento di un ennesimo giornalista/scrittore/tuttologo/informato sui fatti/ psicologo/ sociologo/politicante che avvertiva della crisi incombente e terrificante che ci aspetta tutti. Oddio! LA RECESSIONE!!
Quel piccolo elettrodomestico da giorni è pieno di buoni consigli di pubblicità regresso di tutti quelli che si sentono in dovere di ammaestrare il prossimo con la loro profonda ignoranza.  Risparmiate, diceva il grillo parlante di stamani, i tempi che abbiamo davanti non sappiamo dove ci porteranno.
Oh, mio caro grillo parlante di scarsa memoria e poca generosità, forse tu non sai da dove viene questo paese e la forza che ha dentro, tu non la vedi, perché tu non ce l'hai, ma tu sei tu, parla per te, io non ti voglio sentire, e ho chiuso la finestra.
Profonda ignoranza direi proprio del mondo, perché se tutti ci mettiamo a non spendere più oltre il cibo e le bollette, con che cosa li pagheremo il cibo e le bollette? Lo sai che il capitalismo ha all’origine una forma di generosità che è il suo fondamento? Che l'interesse mio è per forza di cose anche l'interesse tuo? E che se compro meno vuol dire meno consumo, quindi meno produzione, quindi meno manodopera, quindi meno lavoro, quindi poi non avrò neanche i soldi per il cibo e le bollette? Benissimo, torniamo tutti alla vita primitiva, alle grotte e alle pelli cucite per vestirsi, insomma prendiamo le nostre banconote e nascondiamole bene. Dopo le useremo per accendere i falò.
Che business incredibile sono le finte catastrofi: basta guardare la faccia chi le annuncia, che tono compunto, che pose accorate. Sono piaceri infiniti, danno un potere sopra animi pietosi, ti fanno sentire padrone del mondo, sibilla del destino seminando paure come Pollicino le briciole, qualcuno le raccoglierà per sperdersi.
Quanta leggerezza invece serve per assecondare il mondo nella sua saggezza, quanto basta niente perché sia migliore.
Qualche disonesto speculatore-affarista ha fatto casini e il mondo si ferma? L'avidità ha tante vesti ma sempre avidità rimane, con nome e cognome di chi ci si lascia irretire. Prenderemo le responsabilità, perderemo soldi, ricominceremo, lotteremo, la prossima volta ci penseremo e andremo avanti.
E’ di oggi la notizia del risarcimento richiesto dai parenti delle vittime dei nazisti per le stragi compiute in Toscana durante l’ultima guerra. Il fratello di mio nonno ci è morto, in una di quelle, una delle persone prese alla sprovvista una mattina presto andando alla messa della domenica. Un altro ce la fece a salvarsi facendo un salto di diversi metri e fingendosi morto sotto gli altri cadaveri. La mia famiglia non ha richiesto il risarcimento e non lo farà. Anche qui ci sono responsabilità, e non solo dei tedeschi, e non saranno i soldi che ti ridaranno una vita.
Da qui noi veniamo, da queste vere catastrofi.  Pensiamo mai abbastanza che diversi paesi hanno deciso di smettere di dichiararsi guerra e diciamo che ce la stanno mettendo tutta per mantenere il proposito? Che tale proposito figura nelle costituzioni come la nostra, che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”? Da qui veniamo, su questo costruiamo, chiudendo in pace i conti e seppellendo in pace i morti.
Dateci tregua, portatori di catastrofi. Toglietevi di torno, per favore, e fatela finita, ammorbatori di menti e pensieri.  Non fosse altro, per far loro dispetto, prendiamoci questa giornata, uscendo di casa ora, dall'ufficio, oggi pomeriggio con gli amici, facciamo qualcosa di bello e semplice, un sorriso con il resto alla cassa, un grazie per chi ci lascia passare un semaforo, anzi lasciamo passare noi chi abbiamo davanti, insomma facciamo un gesto gratuito che rispetti l'armonia del mondo e la voglia di pace e concordia che tutti sentiamo. E poi compriamo qualcosa che ci faccia piacere, diamo via oggi un po’ dei nostri soldi, possibilmente facendo qualcosa che valga.
Lo dico a me stessa storcendo il naso: non ci sono soldi che tengano se perdiamo questo, non ci saranno mai soldi abbastanza per fare mercato dell'egoismo se ce ne lasceremo sopraffare, né recessioni finte o vere che terranno.
Il mio ragnetto campagnolo intanto, ignaro delle umane tribolazioni e soddisfatta la sua curiosità di questo strano essere che ha visto muovere i diti sopra una tastiera, ha ripreso la sua strada verso chissà dove. Ora lo seguo, vado a dare l'acqua al mio cactus spinoso e a raccogliere i semi di un ibrido di ipomea che quest’estate ha lasciato di stucco parecchi, mentre ascolto i Joy Division tanto per restare allegri.  Lascio una riflessione del mio amato Rilke, contro l'ignoranza e la volgarità low cost del pensiero e delle azioni.


"Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima di essere accaduto.
Nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente." 
 

Postato da Chiara Micheli - MenandDreamers alle ore 15:51 | link |
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mercoledì, 08 ottobre 2008
RITORNA CRIMINAL MINDS - IL PIACERE DELLO SCEMPIO

Uno strano colloquio tra Hotch e Morgan

La stagione americana di serie tv - uno dei migliori immaginari occidentali (e non solo) forniti al momento - è di nuovo al via. E' ripartita House (il rapporto di codipendenza borderline con Wilson come punto focale tanto quanto le improbabili soluzioni delle malattie: come a dire, chi si mette davanti allo schermo per i casi clinici lo accontentiamo, ma qui c'è altro), Heroes, CSI NY, Supernatural (con un’apertura celestiale che spero non lo faccia deragliare, ma ho fede, no pun intended). Interessante Flashpoint della CBS, con un cantante/attore che conosco bene, Hugh Dillon degli ex Headstones come protagonista. Poi una settimana fa è iniziata la quarta stagione di Criminal Minds con l'episodio che conclude l'arco narrativo della finale di maggio.
Parlando di masochismo.
Se è inutile ripetere le cose, riempire i post di stessi concetti a sfinire, far perdere tempo a chi legge, il silenzio è preferibile. Ma io lo dico ancora.
Trovare qualcosa di fatto bene, benissimo, soddisfazione di mente e di cuore, è una delle gioie della vita. L'arte è questo. E’ bellezza, e non è facile trovarne, schifezze a montagne, si finisce pure per affezionarsi a tutto quello che circola nelle nostre periferie sensoriali rassegnate.
Ma quando arriva il meglio, sono quaranta minuti di piacere allo stato puro. E come sanno quelli che la seguono, abbiamo in comune una ben strana idea di piacere. Siamo esseri umani, ahimè, confondiamo le nostre acque, gli opposti li facciamo toccare, l'amore e la morte li accompagniamo insieme.
Dopo tre stagioni dolenti di cadaveri e grida, la prima puntata, scritta da Simon Mirren, crea un modello di sofferenza tutto suo. Incentrata su Hotch, lo mastica asciutto e lo sputa tra i denti, un mostro uscito a sorpresa dalle luci al neon della notte metropolitana. Il mostro se lo guardi fisso è invincibile, il tempo è presto finito, la speranza un vago, vaghissimo ricordo, il sangue bagna le strade e le mani, il buio inghiotte le menti, criminali e non.
E il corpo vivente martoriato si rialza e ha la forza di uno dei migliori finali, osticissimo, che potevo vedere. E coraggiosissimo televisivamente, nessuna consolazione. O solo quella della verità nuda. Che è poca, ma è quella cui questa serie ha sempre teso, per questo la amo. I telespettatori si aspettano i colpi di coda del conforto conclusivo e lei niente, affonda nello stomaco, poco riso, nessun sollievo. Mi ridomando se la nostra tv saprebbe permetterselo nelle sue narrazioni. Da un po' ascolto le parole di chi è coinvolto nella realizzazione di Criminal Minds: è il miracolo dei progetti comuni in cui ognuno partecipa e tutti credono. Parole che in italiano hanno poco spazio, si usano altri vocabolari, senza le definizioni che la qualità, garanzia di successo a lunga durata, soprattutto economico, non può nascere dal caso ma da un impegno ferreo e ferrea passione. E una grande dose di freschezza.

Dunque, l'ho fatto di nuovo. Ne ho riparlato. Ed è probabile che non sarà l'ultima, con queste premesse. Ogni stagione aggiunge strati sottili di spessore che vanno a sommarsi un po' più nel profondo della consapevolezza, un po' più nella serietà delle materie trattate, la complessità narrativa oltre ogni serie attuale. E' uno spettacolo affascinante da osservare sia come utenti che come autori.
Tra poco Raidue parte con la terza serie, la migliore nonostante il lungo sciopero degli scrittori dell'inverno scorso che l'ha interrotta (e se questo non vuol dire qualcosa), venti puntate con tensioni altissime e surrogati minimi. Uno per tutti il sedicesimo, per me il migliore, Memoria di elefante.
Chi condivide la mia stessa idea di piacere è invitato allo scempio.

Da domenica 12 ottobre RAIDUE - ore 21,50 -  con due episodi (si riparte dagli ultimi quattro della seconda stagione)

Postato da Chiara Micheli - MenandDreamers alle ore 13:44 | link |
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