![]()
Uno sguardo trasversale e indipendente sul mondo dei media: letteratura e libri, cinema, TV, arte, spettacolo e musica.
LANDSCAPES
Deadmedia Project
il blog di Ale
Japanesestreets
Lost Highway
Pigrecoemme.com
Rottentomatoes.com
arte
attualitÃ
cinema
cultura
diritti digitali
divertimento
info
in settimana
laboratori
letteratura
lettura
libri
media
musica
news
poesia
politica
pubblicazione
riflessioni
sanremo 2010
scienza
scrittura
serie tv
societÃ
storia
televisione
x factor
x factor 3
--------------
|
Chiara Micheli on Facebook
|
![]() |
Poll: X FACTOR CHI DEVE VINCERE? Cliccare sul nome per votarlo.
|
* Cliccare sul nome per votare-Paola è Nuova Entrata 1 |
E' successo il 9 maggio scorso quando al Quirinale il presidente della repubblica Napolitano ha ricordato un fatto passato davanti a due donne facendole per la prima volta incontrare e stringersi la mano in gesto di pacificazione. Erano la vedova del commissario Calabresi e la vedova dell'anarchico Pinelli, due morti ereditate sulla scia della strage di Piazza Fontana avvenuta a Milano il 12 dicembre 1969. Quel giorno per una bomba ci furono diciassette vittime all'interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura e anche altre 5 fallite esplosioni tra Roma e Milano in punti nevralgici. Questa era una faccia dell'Italia di allora, quella del tg in bianco e nero, di boom che stava sgonfiando, di brave famiglie operose che da casa guardavano, di lotte studentesche che cambiavano in qualcos'altro anche il lavoro.
I responsabili non si sono mai saputi. E' così per molti fatti di morte di allora: chi fu? Destra, sinistra, anarchici, terroristi, politica, devianza, complotti, strategie della tensione, tutto si è citato, tutto si è giustificato o condannato, un libro ogni minuto da decenni riporta teorie. Sarebbe importante sapere ma alla fine sfiniti ci domandiamo: serve sapere? Quando decidi di offendere importa conoscere sotto quale bandiera ti giustificherai? Appartenere a un partito che ti ispira la lotta per future rivoluzioni oppure lottare per la paura di uno status che tu non vuoi avere, basta questo per armarti la mano? Alla fine di tutto, quello che conta e si può contare, anche a distanza di tanti anni, sono solo i morti che restano.
I morti ammazzati da bombe e pallottole che stesi per terra tra il sangue di allora vorrebbero sapere più che i nomi, in nome di cosa sono morti. Per noi vivi la ferita è talmente grande che di quegli anni della nostra storia, tra il 1968 e il 1974 saranno compiuti 140 attentati e quello di Piazza Fontana è uno dei più gravi, non sappiamo ancora che farne. Perché la coscienza non è stata depurata ed è come un cancro che mangia fino a che non metteremo un punto fermo recidendo di netto la parte malata, pacificazione davvero e presa di coscienza delle colpe, se no continuerà a infettare, a spurgare veleno.
Ma torniamo ai fatti.

Mancano poche ore e avremo il primo presidente nero della storia americana. Mi commuove solo pensare a quarant’anni fa, a Martin Luther King, a quel sogno d’uguaglianza che lui voleva, a quella gente che l'ascoltava credendoci e sperandoci, guardando la spianata della Casa Bianca, volevano tenere duro per andare avanti. Quelli che allora erano lì ragazzi, oggi sono adulti e anziani che lo vedono.
Questo post lo voglio dedicare a chi non c'è più, a King e a chi è morto senza quella speranza di uguaglianza realizzata. Ognuno dà la sua parte, niente viene perso mai.
Jan Palach era un ragazzo che ad appena 21 anni si cosparse di benzina e si dette fuoco durante la primavera di Praga, era il gennaio 1969, in piazza san Venceslao, come resistenza a futura memoria ai carri armati dell'Unione Sovietica che volevano, e ci riuscirono, far fuori le aspirazioni alla libertà e uguaglianza di un popolo: ogni essere umano, non importa il colore della pelle o la lingua che parla, lo sente come necessario, profondo e irrinunciabile. E' il germoglio che scuote le terre dell'oriente, l'Africa, il Sudamerica.
Ma scuote anche noi.
Oggi sono fermi i cannoni a Gaza, quei missili della morte che alberga nell’intolleranza e nell'incomprensione, sopraffazione e chiusura. Quando non si pensa all’interesse pubblico ma al proprio privato.
Pubblico è una parola difficile. Difficile come il dovere ancora più forte che ci investe quando si occupano posti pubblici, la responsabilità nei confronti delle persone che sei li a rappresentare: tu il più umile dei servitori. Tv, politica o cultura, il potere che ne viene è direttamente proporzionale all'attenzione scrupolosa al servizio che si rende. Tu, come sarà per Obama, diventi la voce di chi te l'ha donata, non sei il furbo che è arrivato più in alto per fare che cazzo ti pare.
Si sa, si va contro il popolo come ultima arma.

GLI ORTI DELLA MEMORIA
parte II
Certe volte essere giovani non aiuta. Certe volte non aver vissuto alcuni anni cruciali della storia fa sì che certi fatti per noi più giovani non esistono se non come eco lontana. Chi hai intorno tende a nascondere, il quadro sembra intero, invece è incompleto; e come prevedibile quello che non si vede non è una minuzia, è un moloch ingombrante che tuttora domina e stende la sua ombra ben oltre il pensabile.
Allora è giusto scriverlo in questa memoria collettiva che è il web, perché anche questo orto resti per quelli che non lo sanno, alla nostra ingenuità di gente del secondo millennio che non realizza come è stato il primo purtroppo non ancora finito.
Oggi è un'altra data della storia italiana che molti scoprono per caso. Che ne sappiamo di un commissario che si chiamava Calabresi ucciso il 17 maggio del 1972 da chi fisicamente non si sa ancora di sicuro, ma certo si sa bene moralmente, vista la campagna diffamatoria durata mesi, portata avanti da Lotta Continua e Camilla Cederna, dove tutto il gotha intellettuale dell'epoca si attaccò?
Cominciamo. Potremmo beatamente giustificarci con i tempi: gli anni '70.
E il clima sociale. E l'ideologia. I fascisti. Va bene. La contingenza. Le esigenze. Gli operai. Il potere. Le masse. Quest'anno abbiamo il quarantesimo dal '68 e ci sono i festeggiamenti, i ricordi, le nostalgie di lotta e gli ideali. Possiamo citare tutto, stare qui a snocciolare resoconti, eppure non basterebbe a lavare la vergogna di una delle più ignobili forme in cui il potere della parola possa manifestarsi.
I nostri maestri.
I nostri tuttora presenti cattivi maestri di nichilismo spicciolo.
E' una coincidenza che ieri Hamas vinca le elezioni politiche in Palestina, lui che giura la distruzione dello stato di Israele, e oggi sia giorno della memoria di quelli che da sempre respinti in posti più lontani, andarono, dopo il '45, a cercare una terra che ridesse il senso di appartenere a qualcosa, loro che non avevano più niente, solo quella terra, reputata lascito diretto di Dio? E' anche troppo banale vedere gli scherzi che la storia si diverte a fare. E ai quali noi contribuiamo.
Gli sporchi ebrei, tenutari di poteri occulti ed averi immensi, quelli che dal 9 settembre 2001 sono accusati del complotto: "No, te lo giuro, è vero, non c'era neanche un ebreo morto nelle torri gemelle..", quelli che, nessuno venga a raccontarmela, 60 anni fa andavano a morire con la benedizione di quasi tutti i tedeschi e diversi italiani, ubriachi di ignoranza e arroganza: la morte tua è la vita mia migliore.
Si dice che la storia non insegna niente. Che si ripetono ciclicamente gli stessi errori, ancora ed ancora, senza tenere conto del passato. Eppure.
Ottant’anni fa si poteva anche mandare al governo, con elezioni democratiche, uno che decideva di sterminare un popolo perché reputato come parassiti e forse lo erano davvero e lo faceva, con la quieta acquiescenza che nelle parole di Eichmann al suo processo risuona come quella innocua di chi ha fatto il proprio dovere di bravo cittadino, fedele alla bandiera.
Oggi credo invece che Hamas si freghi con le proprie mani, che ragioni con la mentalità del 1930 in un anno che si chiama 2006. Mi dispiace per tutti i simpatizzanti palestinesi, anche miei amici.
Se le condizioni di vita e povertà e le colpe non le vedo da una sola parte, non vedo altrettanto perché si possa impunemente e a voce forte dichiarare la volontà di sterminio di qualcun altro.
Sarà solo l'ala estremista?
Può darsi. Ma è un’ala che si fa sentire, che è in tutte le tv e giornali del mondo, che lancia un messaggio di odio credendoci quando ormai nel mondo siamo sempre in meno a crederci: che la morte tua sia la vita mia. La vita è una sola, indivisibile: se tronco la tua, in qualche strana e ultraterrena maniera, trancio anche la mia.
John Donne, poeta inglese del seicento poi diventato ecclesiastico, trasferendo la sua vena acuta al servizio di Dio, in una famosissima meditazione dice: "Ogni morte di uomo mi sminuisce".
In un mondo che è uno, non mille, ci dividiamo anche questo.
Nell'odio sociale e personale come arma di lotta, quando vedo, ancora più subdolo, usare il disprezzo come arma di lotta, cosa è capace di fare un uomo verso un altro uomo, non c'è meraviglia. C'è la consapevolezza di quanto sia fragile il nostro equilibrio e che il pericolo è sempre in agguato.
Uno stato o una parte di esso, che investe chi ha davanti dello status di nemico, per ideologia, tornaconto o solo stupidità cieca si mette fuori da tutto e da tutti. Verrà isolato. Oggi viene isolato.
E’ il cambiamento dei tempi, solo un piccolo spostamento di prospettiva ma che contiene noi oggi e cambierà la storia domani. Per questo, stranamente, mi preoccupo meno del dovuto delle affermazioni deliranti di chi si sente nel giusto, di chi dappertutto, troppo spesso anche in questo paese, usa l'odio che alberga per trovare nell'altro la giustificazione alla sua miseria morale, alla sua disperazione. Perché saranno sempre meno e sempre più tenuti a distanza. Ma la consapevolezza serve solo ad alimentare ancora di più la mia vigilanza.
In memoria di chi non ricorda.
In un giorno di settembre del 1972, durante i giochi a Monaco, 11 membri della squadra olimpica israeliana furono uccisi da un commando palestinese. Furono attaccati di notte e l’assedio alla palazzina fece il giro delle tv mondiali. I giochi, con la logica ancora degli anni settanta, non furono interrotti. Un documentario di pochi anni fa, splendido, ricorda e ricostruisce ogni singolo minuto di quel fatto, con le immagini del momento e le testimonianze. Credo sia fondamentale affiancarlo al film di Spielberg, Munich, che esce in questi giorni, perché quest’ultimo focalizza di più l’attenzione sulla caccia da parte di un gruppo scelto israeliano ai mandanti dell’azione. Insieme possono servire a vedere quali confini ha, e diamo, al male e prendere coscienza sul senso della vendetta.
C’è chi odia è c’è chi ricorda.
Per quanto mi riguarda, non è mai abbastanza.
La meditazione di John Donne - in inglese - è qui.
In italiano, solo uno stralcio, è qui.
E siccome di violenza e terrorismo non si muore mai a sufficienza, torno adesso dalla conferenza stampa per la donazione del fondo documentario di Robert Katz al comune di Pergine Valdarno, un fondo che raccoglie qualcosa come 60.000 documenti cartacei (carteggi, diari, interviste, appunti) e svariate ore di registrazioni e film.
Io e lui facciamo parte del Consiglio della Biblioteca di suddetto posto, a metà tra Firenze ed Arezzo, dove entrambi abitiamo. Robert Katz è americano di nascita ma toscano per scelta. Arrivato a Roma nei primi anni sessanta, ha preso la decisione di rimanere quando ha incontrato la storia italiana. Dapprima quella della seconda guerra mondiale e poi più avanti, fino al caso Moro, che ha vissuto sul posto.
Giornalista, insegnante, scrittore, storico, durante gli anni ha conservato il materiale che è servito alla redazione dei suoi libri, tra i quali più famosi: MORTE A ROMA, sulla strage delle Fosse Ardeatine e I GIORNI DELL'IRA, sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, da cui è stato tratto il film di Giuseppe Ferrara
Ha anche collaborato alla sceneggiatura di “La pelle” di Liliana Cavani.
E’ un osservatore attento ed è interessante vedere la nostra storia attraverso gli occhi di qualcuno che arriva da un po’ più lontano, uno sguardo coinvolto da fuori ma alla fine coinvolto del tutto.
Lo posso capire.
Anche la nostra storia è una cosa strana. Ingombrante o cedevole, a seconda dei casi, da ignorare o portare ad esempio secondo i momenti, le idee, le correnti, è comunque la nostra memoria. Che svanisce piano piano, impercettibilmente, se non la tratteniamo. Ed il tempo è poco e la voglia di mollarla dove ormai sta - nel passato, appunto - è forte. Si, potremmo lasciarcela. Senonché non faremmo giustizia a chi l’ha vissuta e ci si è anche fermato per sempre. Il compito gravoso di ascoltarla ogni tanto, in memoria di chi non può ricordare.
Per quanto ci si rifletta, non è mai abbastanza.
L’archivio Robert Katz (A.R.K.) sarà visionabile da chiunque ne faccia richiesta per scopi di studio contattando il Comune di Pergine Valdarno al suo sito (c’è anche un PDF scaricabile)
Invece il sito personale di Robert Katz, con molti documenti di storia italiana, è qui.
Per chi è interessato alla storia in generale, un sito notevole di memoria del ‘900 è qui.
oggi
dicembre 2009
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
luglio 2005
giugno 2005