
Uno sguardo trasversale ed indipendente sul mondo dei media: cinema ma anche TV, arte, società e molta letteratura
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Un'artista interdisciplinare e sperimentatrice di tecniche diverse: arti visive, grafica editoriale, letteratura e poesia orale, nuove culture digitali
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Oggi è il trentennale di una data cruciale nella storia d’Italia e vorrei ricordarla. Forse la data più importante del nostro dopoguerra, una data simbolo come ce ne sono nella vita di ogni paese, come per gli USA il 9/11. Il nostro 9/11 è stato trent’anni fa, con un corpo morto ammazzato dentro una Renault rossa che sembrava chiara nei telegiornali in bianco e nero.
Si racconta che la morte di Aldo Moro sembrò allora la fine di tutto, il punto più basso cui un popolo poteva arrivare. Lo era. Ma era anche l’inizio di un'altra cosa, la sveglia dal torpore e dall’ignavia, un moto generale di rivolta, trasversale, che prese tutti. Un popolo come il nostro si riconosce tale nelle tragedie. E dal quel moto finirono gli anni 70. Certo con gli strascichi, ma solo casi isolati, ultimi fuochi.
Ultimi fuochi? Non lo so. Quando le forze in campo invece di propugnare concordia e democrazia tendono a perpetrare un clima da guerra civile non ne sono sicura. Le brigate storiche rosse e nere sono più o meno morte ma quante altre brigate stanno nell’ombra? Quando la civiltà di un popolo non si mostra, quando la politica, che è un rapporto a due tra eletto ed elettore, diventa un rapporto a tre tra me, loro che devo conquistare e il mio avversario-nemico che devo annientare, ecco, allora penso che quel clima l’Italia non l’ha mai perso, che viviamo ancora nel dopoguerra che i miei raccontano, fatto di forche e regolamento di conti.
Ieri sera seguivo ANNOZERO, il programma di Santoro, sui soliti giovani italiani. Non ci voglio ritornare ora, ne ho già parlato. Ma siccome poi il programma si è allargato a ciò che sento di continuo ultimamente, cioè le voci di diverse parti politiche che tendono a giustificare una sconfitta - che va accettata, ci piaccia o no - screditando l’avversario e seminando il seme della delegittimazione e prevedendo ritorni del popolo ad un fascismo dei manganelli, ecco mi dispiace, non ci sto.
Non ci si provino.

Mi piace quando, parlando tra amici, ci si chiede: "Ma quel film (o sceneggiato o libro o che si voglia) è la vera storia? Cioè racconta la cosa veramente com’è accaduta o è, parola di fama derelitta, romanzato? E secondo questo si decide la bontà dell'opera.
Il Caravaggio di Longoni che ho visto domenica e lunedì su RaiUno è la storia vera o è la storia romanzata? I giornali e gli intellettuali di questi giorni si sono riuniti in coro per gridare alla poca accuratezza storica della cosa. Per me, in fondo, è come chiedersi se Ulisse è esistito veramente e se per questo l'Odissea vale più o vale meno. E' come chiedersi se l'uomo è esistito veramente: il mio passato esiste, è vero, o è come me lo ricordo, come un altro me lo ha fatto vedere, come io oggi credo che sia?
Non amo per niente gli sceneggiati italiani di adesso. Mi sembra che invece di raccontare storie per portare qualcosa allo spettatore, sia lo spettatore che dovrebbe dare a loro qualcosa, soldi presumo. O senso. E non credo ciò sia una buona base di partenza per qualsiasi opera d'arte. L'invenzione narrativa ha la sua strada che deve percorrere fino in fondo se vuole essere specchio della realtà, e non è un controsenso. E' la finzione che rende vera la realtà, non lo spiegamento ai quattro venti dei fatti come dovrebbero essere. Credo che lo stesso discorso valga anche per i documentari, i tg e tutto quello che viene normalmente riconosciuto come insieme di fatti. Si devono riconoscere per quello che sono: non realtà, che non vuol dire niente, ma rappresentazione della realtà. Quindi molto relativa. Come qualsiasi finzione narrativa.
E Caravaggio mi è piaciuto. Io che ho nel cuore un film come il Caravaggio di Jarman (e se c'è qualcuno che ancora non l'ha visto si vergogni per 10 minuti e poi rimedi. L'edizione italiana del film ha uno dei doppiaggi più belli che mai mi sia stato dato di sentire) ho scoperto che mi piace anche questo. A parte la sceneggiatura che fa dire Fantastico! ad un uomo del ‘600 davanti ad un quadro, che si ferma sugli: "Eh! già, allora, uhm!” troppo spesso, sui molti dialoghi che piovono dal cielo irrisolti, sullo scavo dei caratteri di contorno pari a quello fatto da un cucchiaino sotto un elefante - e non è che per il protagonista le cose migliorino molto - e la musica della peggiore specie, melensa, ridondante ed inopportuna, la prova di Alessio Boni è splendida. Non è la luce di Storaro che ha fatto questo sceneggiato, anche se è bellissima e certamente ha contribuito la sua parte, ma è il protagonista che ha dato mente, anima e corpo allo spettatore. E lo spettatore ringrazia profondamente quando vede un attore che fa l'attore perché crede si possa recitare. Perché gli si fa quel dono che si realizza quando incontri la bellezza. ovvero estetica, etica e spirito sommati insieme. Insomma l'arte.
E la bellezza non è né nuova né vecchia, la trovi in un pittore morto da quattrocento anni e la trovi oggi. Non ha stato anagrafico. Come le persone da cui proviene.
In questi giorni di campagna politica in cui alcuni si sgolano a mandare a vaffa' le elezioni – poiché, infatti, a vaffa' questo paese è decenni che ci viene mandato, continuiamo pure a farlo, è giusto quello di cui ha bisogno - molti invocano lo stato anagrafico recente come fonte del cambiamento, del rinnovamento. E' bellissimo il valore attribuito alla persona come ad una borsetta di Prada: se sei della passata stagione non vali più. Di nuovo l'idea merceologica-ideologica di un essere umano, senza tenere conto del suo valore intrinseco, che potrai avere tanto o poco, il mondo è pieno di persone ignobili, ma che certo non dipende da quanti anni hai. Che a forza di fare la spesa nei supermercati ci è sembrato di vedere anche qualcuno di razza umana esposto con il cartellino della scadenza?
E gli scaduti dove li mettiamo? Bè, li mandiamo a Napoli e dintorni, tanto immondizia più o immondizia meno....
Nei giorni più caldi di quella storia, mentre guardavo da una parte allo sfacelo di quelle strade, alla latitanza delle amministrazioni pubbliche e all'ignavia dei suoi cittadini che si svegliano sull'orlo del baratro, e dall'altra guardavo un'università che stimo, dove ho trovato insegnanti meravigliosi, impedire a qualcuno di parlare in pubblico come richiamo alla libertà personale, mi sono portata le mani al viso e mi sono fermata un attimo a capo chino. E mi è tornato in mente un verso di uno scrittore medioevale, adesso molto di moda, che dice:
Ricordate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza, detto a chi voleva andare verso strade nuove ma aveva paura.
Ecco, che la paura non ci impedisca mai di ricordarci della nostra semenza. Che siamo esseri umani in mezzo ad altri esseri umani. Che siamo differenti da tutto quello che abbiamo intorno e che abbiamo da comportarci di conseguenza. Abbiamo una responsabilità che forse non vorremmo e per questo siamo tutti impauriti e cerchiamo di scapparne. Ma presumo che non è scappando, guerreggiandoci l'uno con l'altro o nascondendoci che ce la caveremo.
Forse pensando che la responsabilità non è quel peso che sembra, la responsabilità porta con se la libertà, questa sì un fatto, e la speranza.
Questo paese ha guadagnato tanti, forse troppi soldi e benessere dallo stato di cencioso dell'ultima guerra ma ha perso la speranza, anche quei due soldi di speranza che aveva sessant'anni fa. E che guadagno allora è stato?
Questo paese non crede più perché sono le persone di cui è fatto che non credono più nel loro futuro. Perché nessuno crede in loro se non come fonte di sfruttamento immediato o intralcio.
Non so dire con quanta gioia ho sentito alla BBC la notizia che il governo inglese stanzierà fondi per 5000 posti da allievo nel campo dell'arte tenendo conto del loro futuro e della loro eccellenza:
"We want to take raw talent, nurture it, and give people the best possible chance of building a successful business," Mr. Burnham ha detto.
Anche Caravaggio lo avrebbe apprezzato. Lui che ha vissuto una vita disgraziata, da fuori-posto perpetuo, in un secolo disgraziato eppure pieno dei futuri che sarebbero arrivati da lì a poco, con la scoperta della ragione, a ragione, come fondamento dell'uomo e della sua visione del creato. Lui che aveva incubi di squarci prospettici e luminosi ormai a tutti familiari, capace di lavorare perché anche in quel secolo disgraziato qualcuno credette in lui e gli dette una mano.
Anche Jarman, al cui ricordo va il mio saluto, lo avrebbe apprezzato. Tilda Swinton, sua attrice, lo ha ricordato un po' di giorni fa a Berlino. Di quanto difficili gli inizi, da fuori-posto incompresi, fino a che qualcuno credette nel talento e gli permise di continuare: mi manca, un regista come lui. Mi manca da morire il suo giardino di sassi e balocchi intelligenti che aveva costruito per tenere lontana la morte.
Vorrei con tutto il cuore che investimenti di questo tipo fossero apprezzati come possibili, e soprattutto necessari, anche nel paese dove sono e che vorrebbe farsi nuovo. Ma non è con le sole parole che ci si riesce.

DIPENDENZE
..
Qualcosa di bello in tv per questo fine settimana. Stanotte un Fuori Orario notevole dedicato alla droga e all'assuefazione che comincia con un film di Philip Garrell in prima visione, Innocenza Selvaggia del 2001, continua con un'altra prima visione, Last Days di Gus Van Sant del 2005, e finisce con un film molto visto e che molto rivedrò, The Addiction di Abel Ferrara, che appartiene al suo periodo, splendido, di morte e redenzione, 1995. Lo splendido è naturalmente riferito al risultato artistico, quello umano è stato pagato a ben altro prezzo. Credo lo paghi tuttora. Ma è di tutte e tre le storie di stanotte, il caro prezzo: vite sprecate, cantanti rock finiti come Kurt Cobain. La droga è e rimane un appoggiare la propria vita su muri di altri, consolazione e illusione che assomigliano a tubi di scarico. Ho perso troppa gente vicina per questa menzogna per vederla in quell'alone mitico che appartiene molto alla nostra epoca. E apprezzo chiunque cerchi di affrontare il soggetto in modo non enfatico ed evocativo.
E mentre scrivo mi sto accorgendo che quasi tutto quello di cui che sto parlando è girato in bianco e nero. Per calmare un po' i nostri occhi bombardati da troppi colori.
Anche la puntata di cui parlo adesso è quasi tutta in bianco e nero. Va in onda domani sera alle 21,45 su Raidue ed appartiene ad una serie che si chiama Cold Case. Ricordo la prima realizzata in Canada, Cold Squad, passata anche in Italia un po' di soppiatto, basata sull'idea di mettere in scena investigatori che si occupano di casi "freddi", cioè quelli rimasti senza soluzione.
La serie è di quelle solide, senza grosse punte né cedimenti. Una serie tranquilla, che si comincia a conoscere ed amare piano piano, guardandola con attenzione. Niente casi eclatanti, niente smembramentii né luminol, molta concentrazione sul fattore umano, emotivo. Persone perdute e senza speranza che finalmente arrivano a capo di un mistero rimasto tale per troppo tempo.
Ne parlo perchè questa puntata, Segreti Impossibili, trasmessa l'anno scorso negli Stati Uniti, è diventata un "caso", poichè affronta la tematica scottante (siamo negli anni 60) della relazione amorosa tra due poliziotti, con una notevole vicinanza a Brokeback Mountain. E' stata la prima volta che succedeva in un primetime USA, quindi un altro piccolo tabù infranto che ha fatto parlare per giorni.
Al di là di questo, però, è proprio splendida. Come tutta la stagione (quarta) che sta trasmettendo la RAI e la consiglio davvero di cuore.

Num3ri

E' la storia del fratellino piccolo al telefono - c'e o
non c'e all'altro capo del filo? Non puoi saperlo
finché non riattacca
ovvero
Il principio di Heisenberg e il gatto di Schrodinger
Ne parlavo nel post precedente a proposito di Fermi e dell'avventura umana di questo studioso: la fisica è stata nel 900 una delle grandi rivoluzioni possibili, un campo di ricerca inesplorato che ha aperto l'universo, nel bene e nel male.
Eppure la fisica rimane per molti un mondo lontano: o la ami e sei tra i pochi, o la leggi con fatica a scuola e ne scappi alla prima occasione.
Idem la matematica oltre l'aritmetica e la geometria: è difficile concepirle nel mondo quotidiano. Troppo astruse e simboliche: inutili, sembrerebbero. Quale scopo può avere risolvere l'irrisolvibile per adesso P verso NP negli algoritmi?
Invece sono mondi che rivelano meraviglie. Sarà che in questo momento il racconto che sto scrivendo ha a che fare con le strutture complesse, personali ed organiche, ma certo è che, osservare le cose per abbatterne l'involucro e vedere più dentro, mi affascina. Come ha affascinato l'uomo da sempre. Sapere è una debolezza umana mai soddisfatta del tutto.
L'anno scorso ho visto una serie in Usa che reputo una delle cose migliori del 2005. Adesso è quasi al termine della seconda stagione e continuo a seguirla. Durante i corsi di scrittura che curo, quando immancabilmente qualcuno cita il Codice da Vinci, presenza imprescindibile di questi ultimi mesi con la ragione di essere avvincente perché pieno di mistero, rispondo che la menzogna inventata scompare di fronte alla verità delle cose se solo si conoscono, e consiglio di usare il video. La fiction si può mischiare con la scienza vera e diventare una cosa elettrizzante, come in questo caso.
Sapevo da tempo che la Rai l'aveva acquistata. Non fredda come le decine di telefilm di indagini poliziesche in giro, ma calda e curiosa, con due caratteri principali intriganti e per ora solo 13 puntate, domenica 5 marzo inizia alle 21 sul secondo canale - Numb3rs -.
Per chi è ancora più curioso il principio di Heisenberg, enunciato nel 1927 e che gli valse il Nobel, afferma che è impossibile misurare con assoluta precisione la quantità di moto e la posizione di una particella contemporaneamente. Siamo nel campo della meccanica quantistica, attenzione, non del microscopio, e Heisenberg lo chiamò principio di indeterminazione. La difficoltà nasce perché noi, per misurarli, vista la loro invisibilità, andiamo a "disturbare" il loro stato e quindi ci ritroviamo spettatori e attori nello stesso momento. Non c'è sicurezza, c'è solo probabilità. Il mondo quantistico è un mondo dove sussiste contemporaneamente quello che nel nostro mondo fisico sono gli opposti: se è caldo non è freddo, se è acceso, non è spento e via di seguito. Ma all'origine di questo, in quantistica, tutti gli stati sussistono allo stesso momento e solo un’azione farà cadere la materia verso una risoluzione certa annullando tutte le altre variabili, ovvero il passaggio allo stato che ci è proprio. Schrodinger lo spiegava usando la storia del gatto vivo e morto allo stesso momento. Sono teorie naturalmente ancora aperte e che qui ho spiegato in maniera quasi illetterata. Eppure credo sufficienti per capire quanto grande può essere l'apertura alla conoscenza se solo non ci accontentiamo del risaputo e dei pregiudizi.
E un prodotto televisivo che osa mischiare il profano del divertimento con il sacro della ricerca è a mio avviso un caso più unico che raro. Ulteriore dimostrazione che anche qui i due stati possono sussistere contemporaneamente.


VOLTI E FACCE
La bellezza in tv
(ma non solo)
Usare le dita è altamente educativo. Sono le 23 passate di un mercoledì. Sto scrivendo e mi fa compagnia MBC3 (tv) che non finisce mai di stupirmi (l’hip hop arabo è tutto da scoprire…). Decido di tornare in Europa. Come in ogni giusta gerarchia di telecomandi italiani ho i primi sette tasti occupati in fila dalle tv nazionali, l’ottavo sta con Oden- da noi RTV 38- e il nono rimane per il satellite.
Zappingo qua e là, anche se non sono una che lo fa spesso, solo quando sono stanca ed ho un televisore davanti. Nel 1° c’è Porta a Porta, salotto illuminato come per un atterraggio di alieni e, in effetti, parlano come loro, nel 2° c’è il reality isolano dove piangono molto - lacrimoni che scivolano su gote tese e immobili ma non per la tensione, sembrerebbe di più per dei ferretti –hanno capelli da poster Wella aftersun e salutano come emigranti di un secolo fa le famiglie lasciate a casa da dieci giorni, sul 3° c’è Primo Piano e Berlusconi e il governo e la sinistra e sappiamo la storia, su Canale 5 c’è Matrix e Berlusconi e il governo e la sinistra e sappiamo la storia, su Italia 1 c’è la pubblicità di una partita, su Rete 4 c’è la partita, su LA7 la pubblicità di un deodorante, su 38 “Racconti lesbo dal vivo, chiamami subito…”
Sono immagini familiari nel loro caos visivo, cioè senza unico punto focale insistito, un po’ come le riprese degli albori, quando si piazzava la macchina lì e si lasciava che tutto accadesse davanti.
Sul nono sto sulla BBC…
E mi fermo.
Perché improvvisamente la tv è entrata nella stanza.
Improvvisamente le immagini di prima, che il mio cervello ha immagazzinato, evaporano.
State of Play è un drama che ho già visto almeno tre volte (anno 2003), quindi conosco bene. Francamente non ha niente di quell’appeal che potrebbe interessare chi guarda: non ha dentro donne che catturino l’occhio, non ha location particolare, giusto Londra sempre uguale a se stessa, non è per niente di azione, parlano molto, quasi sempre al chiuso e perlopiù di notte. Non racconta una storia esemplare ma soltanto una storia di poveri cristi (anche se alcuni di loro hanno molti soldi e posizioni di governo). Ma la vita è più democratica delle persone e la giustizia terrena distribuisce equamente la dose di misteri e tribolazioni pescando nel mucchio. E qui ce ne sono 2 in particolare che se la giocano proprio…
State of Play è una delle cose più belle che ho visto in questi ultimi anni.
Paul Abbott, come scrittore, lo conosco bene, sapevo la prima volta dove andavo a cadere, e qui si cade felici.(Che la BBC giri quelli che si chiamano sceneggiati con rabbia e furore e sana ragione è una cosa che mi inorgoglisce. Che in Italia si girino sceneggiati con l’idea di un’audience di pensionati beoti mi inorgoglisce un po’ meno. Comunque..)
Insomma, dopo le immagini caos mi appare a tutto schermo la faccia di Paul Morrissey, uno dei protagonisti, che sta parlando, centro schermo, mezzo busto un po’ di lato, scena comune nello sceneggiato.
Ed io sono in un altro mondo e la prima parola che mi viene in mente è “bellezza”.
No, no, non perché Morrissey è bello in senso di prestanza fisica, niente di tutto ciò, non è questo che intendo.
Ma delle menti che girando lo sceneggiato hanno coscientemente deciso di includere la bellezza come ingrediente della loro creazione. Bellezza come armonia, passione, evocazione di mito, simbolo, tutto insieme.
Sono immagini potenti perché sottointendono, suggeriscono, costruuiscono.
Sapienti, perché non fatte per accumulo logorante, ma per sottrazione. Non un risultato standard ma gli strumenti per un mio risultato personale, dove io che guardo decodifico, secondo le mie capacità, interpreto, quindi agisco, non subisco.
In Italia, dal dopoguerra, grosso modo tutta la nostra creazione artistica, non so per quale ragione, rifugge dalla bellezza in questo senso. Il punto che conta è l’impegno ed è giusto. Le persone con le quali lavoro sanno bene che è una cosa dalla quale non si può prescindere, non è un optional, è insito in ogni nostra azione che giocoforza riguarda sempre anche gli altri. La serietà è l’altro cardine, che non vuol dire serioso, ma prendere sul serio quello che si fa.
Ma il terzo è la bellezza.
State of play è bello non solo perché la storia è bella e lo è perché racconta un’esperienza unica, non un modello “esemplare”, un’idea rivestita di personaggi, ma è bello perché c’è dentro la volontà di valorizzare visivamente una scrittura già bella, espandendola, integrandola, dandole le possibilità espressive del mezzo visivo(quando mi chiedono perché amo Michael Mann, è qui che appunto il mio sguardo e il mio cuore).
Tra scrittura ed immagine non c’è quel divario che mi ripetono: “Si sente che è scrittura, la scrittura al cinema si perde, il cinema(o tv) è un’altra cosa, il libro è libro, l’immagine è immagine” e via di seguito. Mi sembrano banalità.La natura propria dell’immagine, che è essere guardata e quindi essere attraente - e le strade della attraenza sono infinite, non bisogna mai scordarlo, non codificate e stabilite in eterno - può perfettamente sostenere un contenuto complesso e forte. Nessun sacrificio richiesto se non quello che nasce dall’incapacità di chi fa, io per prima.
Certo la bellezza, la sua comprensione, non è solamente innata. La si impara e la si coltiva. Quelli che mi hanno costruito intorno edifici che sono tutti i giorni costretta a guardare e poi voltare la testa, non sanno che cosa è, non l’hanno mai incontrata, se mi dicono che la funzione è una cosa differente dall’estetica. O dall’etica, come se quest’ultima non fosse alla base di entrambe. Contrapporli è il risultato dei poveri di spirito piuttosto che di un destino scritto nei geni dell’opera umana.
I nostri designer degli anni 50 e 60 lo sapevano bene, per questo mi ritrovo per casa vasi e lampade che mi fanno fermare incantata come davanti un tramonto d’estate.
Quando vedo la mediocrità visiva delle immagini proposte penso che sia perché non si sa vedere, non si ha una cultura sviluppata del vedere. E questo, proprio per la natura propria dell’immagine, porta a restituire cattivi servizi.
Si nasconde che la bellezza appaga i sensi, dà godimento e speranza e per questo ci appartiene a pieno diritto: non dobbiamo mai scordare di reclamarla ad alta voce.
Così non mi piace quando mi ritrovo davanti a storie, già al massimo “volenterose” a livello di scrittura, girate senza occhi. Coi personaggi coi vestiti e le facce inamidate come crinoline ottocentesche, tutte tirate a lucido e lisce, senza imperfezioni, come i loro gesti e quello che dicono. Dov’è la bellezza? Perché comunque raccontano storie “giuste” o “importanti” o peggio ancora, come dicono, “vere”? Forse per chi si accontenta delle superfici di plastica. Ma alla plastica, per quanto la adori, devo riconoscere una non personalità che sullo schermo, sotto la luce, appare in pieno, misura l’inconsistenza.
Sullo schermo, come nella vita, mi piace la carne, quella imperfetta delle facce che abbiamo tutti. Mi piacciono le occhiaie e i capelli sporchi, gli sguardi miopi, le fronti sudate, le unghie mangiate, i corpi un po’ sfatti, gli scatti di rabbia e di disperazione, le ascelle bagnate, le urla e gli sputi veri.
Mi piacciono le persone, non gli attori. E quelli che lo sono davvero non mentono, ma portano loro stessi là sopra, alla faccia di tutte le tecniche di recitazione. Mi piace la verità, anche se ricostruita.
Mi piacciono i vestiti di tutti i giorni e chi ci si muove, agisce, esiste, anche se in virtuale: non c’è differenza. E di una cosa sono sicura: che la bellezza, come la verità, non è mai banale.
Per chi interessa: BBC UK State of play

Conosco il fatto. Studio le culture, so come funzionano, almeno a grandi linee e se una cosa del genere sia mai possibile. Quello che parte come esperienza di pochi ed è avversato dalla maggioranza, ancora lontana o pigra per comprendere, arriva dopo un po’ al suo momento di culmine, al suo zenit, diventa gradevole dove prima era impensabile, diventa dominio generale e da lì tutti se ne appropriano. E’ un bene, a quel punto: l’esperienza diventa comune.
Quando leggevo gialli e non parlo di Agatha Christie ma della Highsmith, della Rendell e di tutti i nuovi americani, qui da noi erano serie B, non abbastanza intellettuali. E Scerbanenco, lo Scerbanenco che ora sento citare continuamente, stava sui banchi dell’usato a 1000 lire in quelle edizioni omnibus early seventies con delle copertine da sogno, tra urban culture e grafica marxista. Letteratura trash.
Oggi conosco decine di scrittori di gialli e sono sicura che tra poco la De Agostini farà uscire le lezioni di tecnica gialla a dispense: 60 fascicoli su come diventare George Simenon. E nel primo fascicolo ci sarà la pipa in regalo a 4.90 €.
Li ho amati molto, ma film come Vivere e morire a Los Angeles o Manhunter erano… cosa? Mah. Tu vedevi una rivoluzione, gli altri no.
Da tempo mi interesso di cinema e da tempo sento questa cosa della “rinascita del cinema italiano”. Ma mi domando rinascere da che. Non è una fenice che ce la fa anche dalle ceneri. Qui l’humus è avariato, il seme seccato, le idee agonizzano davanti alle ideologie; la cultura, quella che alimenta un prodotto quando vai a definirlo e non si improvvisa, non si inventa, non si compra, ma è la tua individualità lavorata con pazienza e tempo incommensurabilmente dedicatogli, si è come disintegrata. Svanita. Valore zero sul mercato o poco più. Troppa fatica. E poi a che serve? La questione è però che senza quella, ciò che crei ha lo stesso valore: zero. E a parte qualche caso isolato e meritevole, il resto mi è francamente incomprensibile.
In questi ultimi mesi ho visto diversi film italiani delle due ultime stagioni ma non so di cosa dovrei parlare. Sono davvero nel vuoto completo. Mi imbarazzano i loro assunti, i loro personaggi indecisi, le soluzioni di sceneggiatura che sarebbero troncate di netto in qualunque corso di scrittura, i dialoghi che non stanno in piedi, la recitazione che gratta chiodi dappertutto, la mancanza di immaginazione, come se anni di studi e ricerche di semiotica fossero passati invano, nessuna idea che sia indipendentemente fiera e personale.
Penso al coraggio dei registi degli anni 60 e 70, che non guardavano in faccia a nessuno e non si fermavano davanti a niente. Non sarebbe questo l’arte, visto che così riteniamo il cinema?
È naturale in queste situazioni, per chi ama la cultura visiva e non ha problemi di autarchia intellettuale né di frontiere fisiche, rivolgersi ad altre fonti.
Alla metà degli anni 90, quella rivoluzione che stava accadendo nel fumetto – ne parlarò, qualche volta -e che godiamo tuttora, accadeva anche per la tv e le serie. In USA certo, non da noi. La fiction si è piano piano ritagliata il suo spazio di intelligenza e grazia, di rottura di quelli schemi un po’ idioti che l’avevano accompagnata dagli anni 60 ed è diventata adulta. E di una adultità tutta sua, niente tv= parente povera del cinema. Ma tv, punto e basta. Fatta di cose bellissime. Qui intanto l’apparato addetto alla critica creava miracoli su qualche dato minuscolo, qualche granello che si, forse, si, senz’altro… e snobbava la tv perché non stava bene guardandoti col sorriso di compatimento culturale del povero mentecatto con: “Vuoi mettere il cinema…il sogno, la magia, la condivisione… (si, giusto: 1 ora e trenta al buio isolato da tutti se non per le coca versate sulle poltrone e sui piedi e i popcorn nelle orecchie e il quadro fuori fuoco e l’audio in ritardo di tre minuti buoni…)
E’ l’unghia ingrandita che fa scomparire l’elefante intorno. Lo trovo ripetuto spesso, questo procedimento Ma ognuno è sacrosantamente libero di creare quello che vuole. Noi non ascoltavamo e andavamo per la nostra strada, a cercarci la meraviglia.
Adesso però lo zenit è arrivato anche per le serie tv. Improvvisamente il coro generale si è svegliato ed ha detto: “Sapevate che esistono le serie tv in America che sono belle e non hanno niente da invidiare al cinema (proprio perché NON VOGLIONO gareggiare con il cinema, ribattiamo noi. Lasciategli la loro autonomia, se la sono guadagnata) anzi, sono meglio?”
Bravi. Complimenti per la tempestività con cui saltare sui carrozzoni spinti da altri.
Se qualcuno compra FILMTV legga la lettera pubblicata nella posta del numero 27 perché ne è un buon esempio.
Io invece voglio approfittare per fare una cosa che da tempo sento di dover fare: devo dire grazie ed una volta per tutte agli amici d’oltre oceano, a internet, alle communities e a tutta quella rete di condivisione spontanea che allora era agli albori ma che era ed è tuttora forte più della morte, perché è stato tramite questo – e una discreta abilità con gli algoritmi - che ho visto 0z e Band of Brothers e Harsh Realm e West Wing e The Handler, K Street, RHD, Jeremiah, Six Feet Under, Witchblade, The Guardian, Miracles, Brimstone, The Shield, Boomtown, Hack, The Wire e tutto quello che ancora oggi reputo tra le migliori cose scritte in questi anni di mesta scrittura.
Alcuni mesi fa ho rivisto per caso Miami Vice. Serie di metà anni 80 eppure…. È stato con lei, per chi ha saputo vedere oltre l’allure di auto e belle donne che le cose – certo allora inconsciamente - erano cambiate e non sarebbero state più le stesse.
Spero che questo patrimonio, ora sempre più, e giustamente, alla portata di tutti, serva per rendersi conto di cosa vuol dire scrivere bene, libri o sceneggiature poco cambia, e rispettare il fruitore del tuo lavoro. E per il fatto che se anche si chiama divertimento non vuol dire non sia da considerarsi seriamente. Fuori da qua lo sanno bene.
E vorrei dire un grazie anche a tutti noi – sappiamo chi siamo - che per anni abbiamo diffuso la loro conoscenza: amici, articoli, forum, convegni, discussioni, lezioni. Ce lo meritiamo.
oggi
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